Ermanno Olmi, elegia sull’ uomo

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Raccontando una peculiare storia d’Italia, Ermanno Olmi ha sempre o quasi posto al centro l’uomo, la creatura, l’effigie di un mondo estinto ed ormai anacronistico di cui potevi odorare il profumo della terra, del vento e della resina.

Questa memoria olfattiva, presente nel suo cinema, rende la veridicità intima e familiare dei suoi racconti, involontariamente unica.

L’involontarietà risiede nell’immediatezza con cui la nostra storia vive attraverso gli occhi limpidi del maestro, delle radici che ci appartengono e che sono state elemento chiave della sua opera.

Regista di un mondo rurale, in cui l’umiltà ed il senso profondamente antropico nei confronti di ogni elemento naturale abita l’interiorità del personaggio.

L’odore del pioppo e del fieno alzato nell’aria, la fede ed il misticismo, le stagioni ed il tempo perduto, la discrezione e il rispetto verso il creato.

Ne “L’albero degli zoccoli” uno dei giovani protagonisti, un bambino di nome Mènec, rompe uno zoccolo mentre percorre il tragitto per raggiungere la scuola. Il padre ne ricaverà nuove calzature recidendo un pioppo della proprietà in cui lavora e in cui risiede la cascina dove vive. Verrà cacciato assieme alla famiglia dal padrone, accortosi del taglio. Vi è un viscerale rapporto di riguardo nei confronti della terra, di quel humus argilloso generatore della carne. L’osservanza alla natura, la fede nel terrestre che diventa simbolo e strumento di un sovrannaturale ancestrale.

Una mucca moribonda che guarisce con l’acqua di un fontanile benedetto e la sfortuna ineluttabile che guarisce con una pozione.

Questa la chiave magica proposta anche nel “Segreto del bosco vecchio”, pellicola tratta dal celebre racconto govanile di Buzzati, in cui un arido colonnello in pensione, Sebastiano Procolo, si lascia nel corso della storia arricchire dalla magia della natura e dell’invisibile. Le montagne e gli alberi, organismi silenziosi che raggiungono una loro poetica autonomia di personaggi, in grado di farci ascoltare e capire, di far riconciliare l’anaffettivo colonnello e noi stessi con il cuore.

Anche qui ricorre il tempo, scandito dagli orologi e dai fogliami che mutano. La crescita e le trasformazioni della natura dell’uomo e come elemento presente in essa stessa.

Il mutamento è un elemento fondamentale della poetica del regista. Nella sublime pellicola “Il mestiere delle Armi”, narra gli ultimi giorni di vita del condottiero Giovanni dalle Bande Nere, volti a contrastare il saccheggio di Roma da parte dei lanzichenecchi luterani nel 1527.

La figura di Giovanni è capitale. È un soldato e come tale rifiuta di essere uno strumento nelle mani della politica. Nonostante gli inganni ed i tradimenti, sceglie comunque di andare incontro al suo destino perché, come diceva Orwell, “le azioni anche se sono prive di effetto non per questo risultano prive di significato”. Il suo mestiere delle armi è l’allegoria di quella crisi di valori che ispiravano il combattimento: le armature ed i corpi. Nulla si può più di fronte ai cannoni e alle armi da fuoco. La morte arriva da lontano e non lascia scampo, non lascia neppure che l’uomo stesso operi con la propria abilità strategica ed il proprio valore.

“È il denaro che fa la guerra”, e i falconetti segnano la fine di un’epoca. Il medioevo e l’età dei cavalieri è finito, come gli assedi e il confronto ravvicinato in cui il ferro urla.

Olmi è colto, di quella ricercatezza tematica che spinge il racconto oltre il confine del tangibile. Come ne “La leggenda del Santo bevitore”, in cui il denaro è mero strumento umano capace di diventare indefinito costituente di redenzione. I duecento franchi che Andreus il protagonista, riceve da un distinto passante, sono la materia cui sgorgherà la virtù insita nel santo bevitore e la sacralità della vicenda.

Tratto dal capolavoro di Joseph Roth uscito postumo nel ’39, tutta la straziata dispersione della vita dello scrittore, soprattutto negli ultimi anni della sua esistenza parigina, in cui trovava un’ultima e suprema lucidità nell’alcol, ritrova nell’opera di Olmi la stessa immagine di un uomo visitato da brandelli di ricordi; aperto alla vita e a ciò che gli si presenta, ancora ignaro dell’atto di fede che compirà.

Ermanno Olmi entra nel cinema con una pellicola pudica e delicata. Ne “Il posto” girato nel ’61, descrive da semplice spettatore il ricorrente tema del “mutamento” storico. Una Milano in cui due gogoliane, smarrite figure di giovani trovano il “posto fisso”. È ciò che gli vive, trasmutato nel racconto del mondo in cui le anime del creato si amalgamano.

Un uomo di assoluta intelligenza e sensibilità che racconta di quando poteevi trovare, da Rosati a via Veneto, Pietro Germi. Da solo e in silenzio, davanti a sé un bicchiere di vino assorto nei suoi pensieri: “Se non avessi saputo ch’era un celebre regista e anche attore avrei detto, per istintiva sensazione, che poteva essere un ferroviere. Perché mi ricordava mio padre come lo avevo in mente da bambino: anche lui ferroviere. Gente solida, buoni bevitori ma rigorosamente sobri in servizio. Quel giorno di settembre, fu proprio Germi a rivolgermi un saluto. Fino ad allora, io lo incontravo spesso lì (lo ammiravo moltissimo), ma non avevo mai osato importunarlo. Mi disse che aveva visto “Il posto”, il mio film che era stato alla Mostra di Venezia e che gli era piaciuto. Io gli confidai la grande emozione e le lacrime per il suo “Ferroviere”. Ma al di là della grazia sublime dell’opera, di una rara potenza poetica, c’era per me una ragione particolare che mi faceva amare in modo speciale quel suo film: riguardava la mia stessa vita e quella di mio padre.”

“Da Bergman ho tratto la lezione della purezza, della costante tensione alla miracolosa autenticità dell’infanzia, l’età della vera innocenza e del contatto misterioso con ciò che ci sovrasta e ci rende davvero vivi […] La più profonda dimensione del suo cinema è aver intessuto costantemente un intenso rapporto con Dio. Ha rappresentato a pieno la vera ricerca di Dio.”

Troppo sarebbe da scriverne di aneddoti e pensieri di queste grandi voci che con il “mutamento” del tempo affievoliscono sempre più e scompaiono.

Come Giovanni dalle Bande Nere son certa che di fronte alla morte la sua preoccupazione non sarà stata quella di un’improbabile salvezza eterna ma solo quella del suo ricordo e della sua integrità riassunta nella bella semplicità di una frase: “Vogliatemi bene quando non ci sarò più”.

Carlotta Giauna

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