Architettura nemica dell’uomo, o urbanismo troppo permissivo? Roma contro le grandi città del nord

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Su The Vision è stato pubblicato un bell’articolo di Paolo Mossetti sul problema dell’architettura urbana contemporanea, in quanto nemica di una dimensione umana, che impedisce cioè di vivere pienamente gli spazi cittadini. Non più “agorà” o “forum”, cioè inadatti allo scambio di informazioni. Adatti solo al passaggio frettoloso e al consumo immediato di beni, nella propria solitudine, nella pausa pranzo.

Il titolo di un saggio di Langdon Winner del 1986 si chiedeva: Può un oggetto inanimato essere politico? Una panchina, una porta scorrevole, uno spartitraffico possono rappresentare anche un’idea di autorità, di rapporti di potere, e non solo una gestione neutrale dello spazio pubblico. Le borchie appuntite installate all’esterno di un supermercato della catena TESCO, a Londra, messe lì apposta per scacciare i senzatetto senza dover scomodare la polizia (come si fa sui davanzali contro i piccioni), sembrano una risposta molto chiara. Ma questo è solo uno dei tanti esempi di ciò che il designer Dan Lockton ha definito come “architettura di controllo”, ovvero quelle  “caratteristiche, strutture o metodi operativi implementati all’interno di prodotti fisici, software, edifici e planimetrie cittadine […] per far rispettare, rafforzare o limitare certi comportamenti degli utenti”.

Ma il problema è molto più antico del saggio citato – tanto che sembra assurdo che si possa ancora porre la domanda. Almeno un caso storico è esemplare di quella che potremmo chiamare “architettura politica”: il rifacimento di Parigi ad opera del barone Georges Eugène Haussmann. Oggi ricordato come un grande urbanista – e a ragione – era già alla sua epoca un uomo rispettatissimo. Tanto che l’imperatore Napoleone III gli diede l’incarico di buttare giù e rifare completamente il centro della capitale della Francia e all’epoca città più importante d’Europa insieme a Londra.

Bisogna però ricordare che Parigi era all’epoca fresca fresca di Commune (1871). E veniva da un secolo di sommosse e ribellioni, oltre ad essere stata protagonista della più grande e importante rivoluzione che la storia dell’Europa occidentale ricordi. I Parigini sono sempre stato un popolo molto caldo, hanno tagliato la testa al re, bruciato chiese, fatto barricate per le strade e occupato spazi pubblici.

Veduta dell’Arco di trionfo dagli Champs Elisées

Solo che la Parigi prima di Haussmann era qualcosa di simile a qualsiasi altra città europea: viette tortuose e strette dall’indiscutibile fascino. Ecco allora il piano di Hussmann: distruggere tutto e fare quegli immensi e bellissimi boulevard che caratterizzano oggi il centro di Parigi, e che attirano turisti da tutto il mondo (nonostante la famosa “sindrome di Parigi”). Il punto è questo: provate a fare una barricata sugli Champ Elisées. Impossibile.

Sarà stato un caso, ma da allora, a Parigi, mai più state sommosse degne di nota, pur non avendo smesso i parigini di amare la “grève” e la protesta anche attivamente aggressiva (raramente addirittura violenta).

Insomma: si, l’architettura, specie urbanistica, è sempre qualcosa di politico, ha sempre una portata organizzativa che influenza la vita sociale, e quindi politica, fino ad arrivare a ricadute persino etiche. Le borchie per impedire a chiunque (non solo ai barboni) di posarsi un attimo, sono qualcosa di prepotente, dal nostro punto di vista. L’articolo di the Vision da un lato dice molto poco di nuove, dall’altro, però, bisogna pur notarlo, sarebbe stato più pertinente se scritto a Londra, a Berlino.

In Italia, paese dall’urbanismo anticheggiante conservato in molti casi (Roma compresa) integralmente, e in generale nei paesi del sud (sia perché più caldo il clima, sia perché di cultura cattolica, sia perché più trasandati sia quel che vi pare) la situazione non appare così preoccupante. Anzi, il nostro problema sembra l’opposto: le spaghettate sulle scalinate di piazza di Spagna, i teppistelli che nuotano nelle fontane…. Lo sa bene chi segue il blog Roma fa schifo.

La nuova veste di Piazza San Silvestro a Roma, progettata dall’architetto Paolo Portoghesi e inaugurata il 31 marzo 2012.
ANSA/ GUIDO MONTANI

È un articolo interessante, insomma, anche se un po’ generalista, nel senso che non vale per tutte le metropoli. Roma per  esempio – non può forse ritenersi una metropoli, anche se bisognerebbe interrogarsi su cosa s’intende – ad ogni modo a Roma l’ultima riqualificazione della piazza San Silvestro ad opera di Paolo Portoghesi è stata criticata proprio perché l’architetto sembra aver progettato dei letti per i barboni, lunghe e larghe sedute in marmo.

Foto di Valeria Iorio. Tenda a Castel Sant’angelo, pieno centro di Roma

Certo è che in questo articolo sono affrontati dei temi che di fatto interessano città come Londra per esempio dove lo spazio pubblico esiste per essere unicamente attraversato frettolosamente o come Tokio dove il giapponese comune stressato dalla folla entro la quale si muove come ennesimo numero si addormenta sui gradini della metro e per fumarsi una sigaretta deve rinchiudersi in un’area fatta a posta tra separé urbani fatti per nascondere la vista del fumatore…

Antonio Marvasi e Valeria Iorio

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