I mostri sacri al tempo dei social

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Da un po’ di tempo, il calderone memetico italiano ha visto l’apparire di un nuovo fenomeno: The André. Il celebre cantautore genovese, grazie ai nuovi ritrovati della tecnica, viene riesumato per potere creare delle cover degli idoli della trap.

Tale operazione permette di spiegare uno dei fenomeni più importanti della cultura social: la desacralizzazione. Il termine sacro, che deriva dal latino sacer, indica qualcosa che non può essere toccato. Qualcosa di così potente o importante da dover essere lasciato così com’è, nella sua purezza. Nella sua essenza invariabile e inviolabile. La sfera del sacro, però, non è necessariamente legata alla religione, poiché sono innumerevoli gli episodi di sacralità laica: tra questi, sicuramente, c’è l’ascesa dei “mostri sacri” (monstrum, l’eccezionale, il prodigioso) della musica. Alcuni personaggi del mondo dell’arte, come lo stesso De André, sono oggetti di veri e propri culti della persona, per via delle loro talento e della bellezza delle opere che ci hanno lasciato. Il fenomeno è del tutto normale, anzi necessario: la cultura si fonda anche sul riconoscimento della bellezza.Queste “venerazioni” permettono la conservazione del meglio che una società ha prodotto, così da trasferirlo alle generazioni successive.

Fabrizio De André

Il problema si crea quando questi uomini o opere eccezionali vengono cristallizzati, impedendo così una loro rielaborazione e riattualizzazione. O, come nel nostro caso, di una loro ironizzazione. Infatti, il processo è evidente già dall’uso del “The”in sostituzione del “De”: la pronuncia non cambia, ma trasforma il nome del cantautore in qualcosa che rievoca il nome di una band anglosassone. L’effetto alla base di tale operazione è il paradosso temporale: un personaggio del passato (addirittura morto) che reinterpreta personaggi del presente. Il rovesciamento tra prima e dopo diventa rovesciamento tra cosiddetto alto e basso: De André, da sempre considerato uno dei massimi esponenti del cantautorato italiano, omaggia alcuni dei cantanti della cultura pop contemporanea.

Questo rovesciamento della “norma” genera il primo tempo del riso comico, ma – come sosteneva Henri Bergson – affinché ci sia effettivamente la risata, c’è bisogno che l’elemento anti-normativo venga percepito come meccanico e inconsapevole: e qui, di fatto, è la macchina che “resuscita” l’inconsapevole De André, gettandoci in una valle del perturbante in cui non si riesce a distinguere la realtà dalla finzione (almeno in un primo momento, poi quando la distinzione avviene c’è la scarica di riso).

L’effetto desacralizzante genera zombie: il mostro sacro – confinato nel suo non-tempo dalla venerazione cristallizzante – viene riportato, contro il suo volere, in vita, per poter continuare a soddisfare il nostro desiderio: voglio sentire ancora quella voce, voglio vedere ancora quel volto, voglio nuove storie di quella saga (questo lo si è visto con la digitalizzazione delle sembianze dell’attore morto Peter Cushing in Rogue One, ulteriore capitolo della saga Star Wars, per poter rappresentare ancora una volta il personaggio da lui interpretato). Ciononostante, il talento non può essere resuscitato: c’è un mero ritorno del corpo, del sembiante privo del suo significato. La demitizzazione, lungi dal distruggere il mito, lo decostruisce per ricrearlo: lo zombie è mosso da un necromante che con la sua magia lo tiene in vita, necromante che diviene il marionettista del corpo senz’anima. La magia riempie il corpo di un nuovo significato, facendoci provare l’ebrezza del riconoscimento, cioè del conoscere di nuovo il vecchio sembiante, ora riempito con un nuovo significato.

E, forse, tale operazione permette davvero di “tenere in vita” ancora i mostri sacri, anziché rinchiuderli nel loro sarcofago di sembiante-significato inscindibile, intoccabile, sacro. Ma allo stesso tempo, bisogna stare attenti alla “bulimia”: il sembiante può essere resuscitato, a patto che il suo significato sia lasciato così com’è.

Essere, quindi, desacralizzanti in quanto iconoclasti e non in quanto blasfemi. Poiché la blasfemia, nuda e cruda, è una nichilizzazione dell’oggetto sacro che non produce nulla, se non un buco nel passato e l’illusione di una totale libertà per il futuro.

Gerardo Iandoli

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