La rinascita dell’autore o la morte del contenuto

Scultura del 1812 raffigurante Omero, oggi esposta al museo Louvre di Parigi
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Alla faccia di Rolland Barthes e alla “morte dell’autore” oggi, tra Social Network e personalizzazione dei contenuti, sembra che l’autore non solo sia risuscitato, ma che attiri più l’attenzione su di sé che sul contenuto effettivo delle sue parole, spesso trascurato dai lettori/utenti, se non addirittura ignorato.

LA MORTE DELL’AUTORE: Chiunque abbia mai messo piede in una facoltà di letteratura, ma non solo, ha sentito parlare del concetto di “morte dell’autore”, avanzato da Roland Barthes, critico letterario francese esponente di spicco della correste strutturalista.

Un po’ di storia: la questione del rapporto tra l’autore e la sua opera risale praticamente agli inizi dell’invenzione della scrittura. Si possono avere illustrissimi esempi del fatto che la conoscenza dell’autore non sia strettamente necessaria all’opera, che sarebbe quindi un oggetto (vivente?) autonomo. Basti pensare alla questione omerica: è ormai comunemente accettato che il caro poeta cieco fondatore della letteratura occidentale, non sia mai esistito, e che sia più probabilmente una figura convenzionale per rappresentare piuttosto un gruppo di cantori e aedi. Diversi indizi linguistici e filologici, sia interni alle sue due opere, che in confronto tra Iliade e Odissea, lasciano ben poco spazio a dubbi.

Il dibattito tuttavia non si esaurisce mai: c’è chi sostiene che la vita, il luogo, la posizione sociale, politica e insomma tutto ciò che contribuisce a delineare il carattere individuale di un autore, possa essere utilizzato coerentemente per capire e spiegare, in maniera esatta, quale sia il significato dell’opera. Insomma l’autore – la sua storia, il suo luogo geografico e il suo periodo storico – come cinture di sicurezza per evitare la sovra-interpretazione del testo (contenuto). Questa è sicuramente la posizione più tradizionale, e sicuramente ha una buona dose di ragione dalla sua. Basti pensare alla “filologia d’autore”, che confronta le diverse versioni di uno scritto, entra con la lente d’ingrandimento nello studio dell’autore per descrivere con esattezza, appunto, filologica, la genesi del testo, i ripensamenti, le correzioni. L’intenzione dell’autore è qualcosa di cui bisogna tener conto sempre.

Il manoscritto dell’Infinito di Leopardi

Un esempio: il manoscritto dell’infinito di Leopardi porta una correzione importantissima. Al penultimo verso l’autore esita tra “infinità” e “immensità”; (tra questa immensità s’annega il pensier mio). Una scelta stilistica che, senza documentazione non avremmo potuto scoprire, e che tuttavia pare di importanza capitale, non solo per il modo di Leopardi di lavorare, ma anche per analizzare il testo in maniera ottimale: “immensità” infatti, con quella doppia “m” riproduce un suono più sentito, diciamo più “emotivo” che non la prima versione. Grazie alla correzione dell’autore ci accorgiamo di una scelta sulla quale, in poesia, c’è molto da dire.

D’altro lato, c’è chi dice, e in maniera particolarmente radicale nel Novecento tra formalismo e strutturalismo, che la vita dell’autore, la sua intenzione, conta ben poco. E non hanno torto: per evitare la sovrinterpretazione, basta tenersi ben ancorati al testo, a quel che dice. Non solo; risulta evidente a chiunque, credo, che l’intenzione del testo – quel che dice a un’analisi attenta – può spesso andare ben oltre l’intenzione dell’autore. La più celebre diatriba in questo senso è probabilmente quella tra Saint-Beuve, letterato francese che promuoveva un approccio strettamente biografico della critica letteraria, e Marcel Proust, che gli rispose (in Contre Saint-Beuve) che l’autore va lasciato in pace, che l’opera e solo l’opera dice quel che dice, che il critico deve liberarsi da tentazioni pettegole e leggere il testo, punto e basta.

Interessante notare allora almeno due cose: 1) l’approccio formalista-strutturalista nasce per dare alla critica letteraria un metodo quanto più possibile scientifico, finendo però per riconoscere all’oggetto-testo una sorta di vita propria, quasi testo sacro, una specie di metafisica che ben poco avrebbe di scientifico-realista-materialistico e molto invece di romantico-religioso. La letteratura engagée per esempio, di matrice ovviamente marxista, non può sottrarsi alla contingenza storico-geografica dell’autore; mentre la letteratura romantica aspira a un’universalità spirituale. 2) Proprio Proust, nella sua monumentale opera, attinge a piene mani dalla propria esperienza reale, dalla propria vita, tanto da fare della Recherche  quasi una autobiografia romanzata. Tuttavia proprio per questo il romanzo parla proprio della scrittura del romanzo, in una sorta di autotelismo letterario molto caro agli strutturalisti, un ciclo senza fine di scrittura.

Benedetto Croce trovava una soluzione, che oggi pare risibile, dividendo le opere letterarie in momenti di poesia, dal contenuto universale al di là del tempo e dello spazio, e momenti di non-poesia, contingenti, politici, storici. Un esempio lampante della debolezza di questa deivisione netta è in Dante – che Croce appunto spacca in questa maniera: la Commedia mescola continuamente storia personale di Dante, le sue idee politiche, le sue prese di posizione personali, contro quel papa o a favore di quel peccatore, con momenti di altissima e umanissima comprensione della condizione umana. Il punto è che dividendo i due aspetti, entrambi perdono di pregnanza.

Ma insomma, rimanendo a uno sguardo storico del dibattito, è possibile riconoscere periodi in cui la critica si è interessata più all’intenzione dell’autore, e periodi in cui si è interessata di più all’intenzione del testo. Si può affermare in questo senso che oggi, finito lo strutturalismo e il post strutturalismo, nati i cultural studies e i vari movimenti critici di matrice anglosassone che li seguono, stiamo assistendo al ritorno dell’autore.

LA RINASCITA DELL’AUTORE: A questo punto, facciamo un salto, allarghiamo la prospettiva dallo stretto letterario alla comunicazione nel senso più largo del termine: Le reti sociali, internet, la condivisione di contenuti di svariato tipo. Si direbbe che oggi, almeno in questo campo l’autore abbia preso la sua rivincita sul testo – ma si potrebbero indicare casi simili nella letteratura contemporanea (si pensi al “culto” di alcuni per Erri de Luca, o Galimberti, Recalcati, Saviano e persino Fusaro) in cui a prescindere dall’intelligenza del contenuto, basta il nome dell’autore ad attirare l’attenzione. La cosa funziona anche all’inverso: se l’autore si chiama Fabio Volo, anche senza leggerlo è opinione comune che il contenuto non sarà di grande valore. O ancora: un buon 90% dei “mi piace” su facebook eccetera, sono messi leggendo solo il titolo, e sulla fiducia che si dà all’autore. Nessuno, o quasi, clicca sul collegamento per leggere poi davvero l’articolo. Peggio: il testo si è drasticamente accorciato (Twitter) e l’immagine (Instagram) sta prendendo il sopravvento assoluto della comunicazione, in particolare l’autoscatto (o selfie).

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In fondo, aveva perfettamente ragione Nietzsche: non conta solo cosa si dice, ma anche, molto, chi lo dice. Ma se il “chi” non ha niente da dire? Sembra questo, molto spesso, il caso dei personaggi imperanti oggidì, i cosiddetti influencer.

Foto della colazione, del gattino, della propria vita privata, di tutto ciò che non solo è completamente privo di interesse, ma anche sarebbe stato considerato, fino a pochissimo tempo fa, una sfera privata da non condividere pubblicamente. Eppure, oggi è proprio su questo, sulle proprie abitudini più meschine, che chi ha grande seguito, costruisce la propria immagine. A prescindere poi dal contenuto. E oltre alle varie Chiara ferragni o chi per lei, la cosa è dimostrata in maniera ancora più amara da chi (CF articolo) ha anche dei buoni contenuti da condividere, ma si vede tuttavia costretto a condividere aspetti della propria vita privata che non hanno niente a che fare con l’intelligenza degli stessi contenuti.

Il Social Network ha riportato in vita l’autore, decretando la morte del contenuto?

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