Il piano della Francofonia per difendersi dalla dominazione dell’inglese

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Sul numero 3 del 2018 della Rivista italiana di geopolitica Limes dedicato alla Francia Mondiale, c’è un breve articolo firmato da Roger Pilhion e Marie-Laure Poletti, intitolato “Se i francesi dimenticano il francese”.

Si tratta di un punto di vista particolare sulla situazione di dominio linguistico dell’inglese nel mondo. Particolare perché francese: se infatti in Italia chi denuncia la situazione viene percepito come un conservatore isolato ed estremista, benché non sia affatto solo e anzi sia in ottima compagnia tra i linguisti più quotati in patria e all’estero, in Francia la situazione non è molto diversa. Anche oltr’alpe l’influenza dell’inglese assume una dimensione preoccupante, benché si creda che esista – non è vero – un protezionismo linguistico a Parigi.

La differenza fondamentale sta nel fatto che l’italiano è parlato un po’ (sempre meno) in Svizzera e in Italia – e forse nemmeno da tutti gli italiani. Il francese, invece, è la lingua della Francofonia: ovvero una popolazione che arriva a contare quasi 400 milioni di persone tra antiche colonie e regioni d’oltremare. E soprattutto, a differenza nostra, la Francia è un paese particolarmente sensibile a questo genere di tematiche che (purtroppo da noi suona risibile ai più) sono di ordine strettamente politico. La Francia è il paese per eccellenza del cosiddetto soft-power, ovvero quel tipo di influenza che un paese, con la propria cultura e lingua, esercita nel mondo.

Tanto che la Francofonia non si riduce a essere un semplice riconoscimento accademico della comunità francofona mondiale: si tratta di una istituzione con sede a Parigi che organizza ogni anno eventi, convegni, dichiara un programma e un piano di investimenti per l’insegnamento e la promozione della lingua inglese. E il bello, è che la cosa non è neanche partita dagli arroganti parigini: l’idea viene dai paesi sub sahariani, su iniziativa di Senghor e altri illustri personaggi della negritudine.

Carta della Francofonia nel mondo

Così, se Pilhion e Poletti arrivano – e non sono affatto i soli, a livello mondiale – addirittura a parlare di una “colonizzazione psicologica” dell’inglese, sono comunque sospettabili di fare questa denuncia soprattutto in difesa della colonizzazione psicologica che i francesi (il francese) ha sulle popolazioni colonizzate. Insomma: non nascondono affatto che la questione è politica, soprattutto politica. Così la difesa della differenza culturale e linguistica, come quella della biodiversità per esempio, è un discorso che rispecchia generalmente una idea (ideologia?) che insieme a tutta un’altra serie di lotte intende reagire all’omologazione (biologica, culturale, persino culinaria) che inevitabilmente la globalizzazione porta con sé.

Michaelle Jean. Dietro, la bandiera con il logo della Francofonia.

“Cogliamo l’occasione di questo 20 marzo per rendere la nostra lingua comune una lingua di resistenza, restituendo tutto il senso e il potere alle parole che ci accomunano e ci uniscono. Tutte le parole ci parlano, ma alcune più di altre, perché esprimono la profonda essenza della condizione umana. Libertà; uguaglianza; solidarietà; fratellanza; diversità; universalità. Ascoltiamole risuonare con forza. Parlano, secolo dopo secolo, del trionfo della luce sull’ombra, dello spirito dell’illuminismo, di tutti i nostri illuminismi che hanno la meglio sull’oscurantismo e la barbarie”. Michaelle Jean, presidente della Francofonia, il 20 marzo 2017.

Non solo: il modello francese – cultural-politico, in quanto “luogo” dei diritti dell’uomo, della rivoluzione, del sistema metrico ecc. – rappresenta culturalmente l’unico baluardo di resistenza, di differenza dal modello americano (tanto che persino gli inglesi si preoccupano della dominazione americana), in ogni disciplina. Letteratura, scienza, psicanalisi… esistono due modelli dominanti nel mondo: quello francofono, minoritario e quello anglosassone, dominante. Ora, è chiaro che nonostante il potere militare ed economico (non poi così forte) ciò che caratterizza la Francia è soprattutto un uso ben calcolato e sapiente del “potere morbido”. In altre parole, complice una buona dose di innegabile arroganza, la Francia “recita” la parte del grande paese, si fa carico del proprio sogno di grandeur, ma riuscendoci abbastanza bene. Riuscendo cioè a convincere anche gli altri, a restituire un’immagine “grande” di sé stessa. Una spettacolare operazione di marketing applicato alla diplomazia. Una forza, la promozione della cultura, sulla quale l’Italia avrebbe molto da giocarsi, avesse il coraggio di liberarsi del proprio complesso di inferiorità politica.

Ma questo è un altro discorso. Il punto è che per la promozione e diffusione della francofonia del mondo, i due autori hanno pubblicato nel giugno 2017 il libro et le monde parlera français. Sin dal titolo molti in Italia (e anche in Spagna, a dire la verità) storcono il naso. Ma abbiamo già fatto allusione all’arroganza e al vizio del colonialismo francese. Il punto che ci interessa è che grazie a questa pubblicazione e ad altre, grazie alle iniziative della francofonia e a partire dall’elezione di Emmanuel Macron – che non fa mistero di interessarsi molto alla grandeur – l’indifferenza che persino in Francia sembrava esserci su questi temi, è arrivata al capolinea.

Nasce quindi “La mia idea per il francese”, una consultazione online per i cittadini, seguita da una conferenza di esperti. La sintesi fra le proposte e le raccomandazioni degli esperti ha dato vita a un vero e proprio piano per la difesa dei parlanti francese di fronte all’invasione dell’inglese. Facciamo un accenno alla somiglianza di intenti – l’agire collettivo, dal basso – tra questo progetto (che ha alle spalle ben 84 Stati sovrani, oltre a Enti vari e Università) e il nostro ben più modesto dizionario pubblico “Torna a Casa Lessico”. Se, avendo ben altro tipo di potere politico ed economico, loro intendono creare un vero e proprio piano di difesa, noi ci accontentiamo di sensibilizzare un poco, con la partecipazione e l’inventiva, l’opinione pubblica italiana, così fredda di fronte a queste tematiche.

Vediamo il piano stilato dai nostri organizzatissimi cugini, tanto per farci un’idea (riprendiamo, abbreviandolo, quanto pubblicato sul numero 3/2018 della rivista Limes):

Tra le priorità da mettere in atto, formuliamo le seguenti proposte:

  • Riportare l’istruzione al centro della politica francese di aiuto allo sviluppo, fornendo sostegno specifico ai paesi dove il francese è lingua di insegnamento (Africa, Oceano Indiano, Haiti). Per fare ciò, appare essenziale rafforzare il ruolo delle competenze francesi nel mercato dell’istruzione globale
  • Sostenere l’insegnamento della lingua francese nei sistemi educativi dei paesi non francofoni, favorendo l’Europa e il mondo arabo, nonché i paesi particolarmente promettenti a livello internazionale
  • Rafforzare la Francofonia istituzionale concentrando parte delle sue azioni sulle organizzazioni internazionali e in seno all’Unione Europea, promuovendo la mobilità nei paesi che offrono insegnamenti in francese.
  • Rafforzare il settore audiovisivo in lingua francese (tv5 monde, France Médias Monde)
  • Promuovere l’accesso alle risorse digitali in lingua francese incentivando partenariati tra pubblico e privato (formazione, e-learning).

In Italia, le istituzioni come il MIUR promuovono, invece, “un abbandono sistematico della lingua italiana” (ipse dixit il Gruppo Incipit della Crusca), nella legislazione come nell’insegnamento universitario. Tutta un’altra politica, insomma.

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