Fascisti per moda: il dialogo di Leopardi per capire il legame tra moda e morte

Copertina di un mensile di moda fascista.
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Su Internazionale.it, un articolo di Raimo sul neofascismo che si sta diffondendo a macchia d’olio tra i giovani, per loro stessa ammissione, come una moda. Nell’articolo vengono riportate le affermazioni dei sedicenni romani di Piazza Cavour:

“Te devi rende conto che questa piazza soprattutto è fascista”, “Tra queste persone qui gira molto l’idea fascista”, “È proprio una moda”, “Per me il fascismo è una moda”, “Sì anche per me è una moda”, “Per me è una bella moda”, “Io sono fascista, certo, per moda”.

Il punto sollevato da Raimo, in un articolo molto, forse troppo, lungo, è la cultura. In particolare, prende le mosse dalla recente collaborazione di Diego Fusaro con il giornale neofascista “Il primato nazionale”.

È una notizia importante – scrive sul suo profilo Facebook – per tutti coloro che pensano che il fascismo non sia una cultura politica, che bastano due norme tipo legge Fiano per togliere i gagliardetti di Predappio, che CasaPound è folklore, etc… I fascisti del terzo millennio intanto fondano case editrici e giornali, scrivono, elaborano pensiero, vanno in cerca di un’egemonia culturale, a forza di grandi sostituzioni, populismi di destra, nazionalismi retrotopici. Fa ridere? Sempre meno.

A questo proposito, rimandiamo al nostro articolo sul recente libro pubblicato da Gallimard, La rivoluzione culturale del nazismo”. Probabilmente Umberto Eco aveva ragione, ma era riduttivo, quando affermava che “il fascismo non è una filosofia, è una retorica”.

Essere antifascisti, oggi come ieri, significa innanzi tutto combattere sul piano della cultura.

E così, per riportare il tutto su un piano più genericamente culturale, perché di questo si tratta, mentre invece Raimo ne fa un discorso strettamente politico, ricordiamo il dialogo tra la moda e la morte scritto da Giacomo Leopardi nelle Operette Morali. Riprendiamo questo estratto, che, a ben vedere, c’entra molto con l’attuale moda di fascismo, se è vero che la moda e la morte sono “sorelle”, come scrive il recanatese, e quindi rispondono allo stesso tipo di pulsione distruttrice e autodistruttiva dell’essere umano:

Morte. […] Dunque poiché tu sei nata dal corpo di mia madre, saria conveniente che tu mi giovassi in qualche modo a fare le mie faccende.
Moda. Io l’ho fatto già per l’addietro più che non pensi. Primieramente io che annullo o stravolgo per lo continuo tutte le altre usanze, non ho mai lasciato smettere in nessun luogo la pratica di morire, e per questo vedi che ella dura universalmente insino a oggi dal principio del mondo.
Morte. Gran miracolo, che tu non abbi fatto quello che non hai potuto!
Moda. Come non ho potuto? Tu mostri di non conoscere la potenza della moda.
Morte. Ben bene: di cotesto saremo a tempo a discorrere quando sarà venuta l’usanza che non si muoia. Ma in questo mezzo io vorrei che tu da buona sorella, m’aiutassi a ottenere il contrario più facilmente e più presto che non ho fatto finora.
Moda. Già ti ho raccontate alcune delle opere mie che ti fanno molto profitto. Ma elle sono baie per comparazione a queste che io ti vo’ dire. A poco per volta, ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben essere corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabili che abbattono il corpo in mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo ho messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell’animo, e più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della morte. E quando che anticamente tu non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami e polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno attorno co’ loro piedi, sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorché tu non le abbi mietute, anzi subito che elle nascono. Di più, dove per l’addietro solevi essere odiata e vituperata, oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua maggiore speranza. Finalmente perch’io vedeva che molti si erano vantati di volersi fare immortali, cioè non morire interi, perché una buona parte di sé non ti sarebbe capitata sotto le mani, io quantunque sapessi che queste erano ciance, e che quando costoro o altri vivessero nella memoria degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro fama più che si patissero dell’umidità della sepoltura; a ogni modo intendendo che questo negozio degl’immortali ti scottava, perché parea che ti scemasse l’onore e la riputazione, ho levata via quest’usanza di cercare l’immortalità, ed anche di concederla in caso che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si muoia, sta sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto, e che gli conviene andare subito sotterra tutto quanto, come un pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le lische. Queste cose, che non sono poche né piccole, io mi trovo aver fatte finora per amor tuo, volendo accrescere il tuo stato nella terra, com’è seguito. E per quest’effetto sono disposta a far ogni giorno altrettanto e più; colla quale intenzione ti sono andata cercando; e mi pare a proposito che noi per l’avanti non ci partiamo dal fianco l’una dell’altra, perché stando sempre in compagnia, potremo consultare insieme secondo i casi, e prendere migliori partiti che altrimenti, come anche mandarli meglio ad esecuzione.
Morte. Tu dici il vero, e così voglio che facciamo.

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