Stupro di gruppo a San Fermín, l’appoggio delle suore di clausura dopo la sentenza – scandalo

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Al coro di voci indignate che hanno reagito alla incredibile sentenza che ha derubricato lo stupro di una 18enne ai margini della festa di San Fermín a Pamplona, si aggiunge quella di Patricia Noya.

Una voce che ha un significato particolare: Patricia Noya è una suora di clausura e a nome suo e delle sue sorelle (dell’ordine delle Carmelitas Descalzas de Hondarribia in Gipuzkoa, provincia del País Vasco) manda un messaggio estremamente progressista (in barba agli stereotipi – ma non solo – che vorrebbero uomini e donne legati al mondo ecclesiastico rappresentare un mondo retrogrado e oscurantista).

Il messaggio giunge attraverso Facebook – uno dei pochi canali che mantengono Patricia e le sue consorelle collegate al mondo esterno – e non possiamo che rilanciarlo, per l’estrema positività dello stesso:

“Noi viviamo in clausura, portiamo un abito che ci arriva quasi alle caviglie, non usciamo la notte (tranne che al Pronto Soccorso), non andiamo a feste, non beviamo alcol e abbiamo fatto voto di castità. E’ una opzione che non ci rende migliori né peggiori di nessuno, anche se paradossalmente ci rende più libere e felici di molt*. E giacché è una opzione LIBERA, difenderemo con tutti i mezzi alla nostra portata (questo è uno) il diritto di tutte le donne a fare LIBERAMENTE il contrario senza che siano giudicate, violentate, intimidite, uccise o umiliate per questo.
SORELLA, IO SI’ TI CREDO”.

Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno).
Dal 2017 vicedirigo ‘L’Opinabile’ e per L’O provo a vedere che succede nel mondo.
Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo.
Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno). Dal 2017 vicedirigo 'L'Opinabile' e per L'O provo a vedere che succede nel mondo. Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo. Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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