Il momento esatto in cui Pinocchio diventa un bambino vero. (Sul Pinocchio di Collodi)

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Nel 24esimo capitolo del libro di Collodi, Pinocchio si ritrova nell’isola delle Api Industriose, e non volendo lavorare rischia di morire di fame. Trovandosi in un mondo che non gli appartiene, che appare estraneo a tutto il mondo del libro, ma cominciando per la prima volta a capire l’etica degli adulti, Pinocchio appare cambiato: fa da Grillo parlante a se stesso. Si tratta di un momento di passaggio centrale della sua avventura, ed è a partire da questo capitolo che Pinocchio comincia a diventare un bambino vero.

Però Pinocchio è stato reinterpretato, sia dagli scrittori che dalla critica, in mille modi. Tutti abbastanza plausibili e tutti abbastanza campati in aria. Fa parte della natura stessa del libro scritto da Collodi, che dal canto suo non ci si è impegnato affatto. Ma proprio in questa sua continua fuga, Pinocchio rimane un classico, paragonabile ai miti antichi, e altrettanto ricco.

Questo breve studio di lettura ravvicinata mira a suggerire la ricchezza di tutto il libro, e intende proporre, a partire dal dettaglio minuto, una lettura di tutte le avventure di Pinocchio.

I.

« Il Pinocchio di Collodi è un miracolo letterario dalla profondità esoterica quasi intollerabile. » (Elemire Zolla)

Tutte le citazioni di Pinocchio sono prese dalla recente edizione einaudi. Così come gli articoli di Calvino e Bartezzaghi, pubblicate nel volume.

Pubblicato tra il 1881 e il 1883 sul Giornale per i bambini di Firenze, la Storia di un Burattino – titolo originale delle Avventure di Pinocchio – non fu seguito con regolarità dal proprio autore, che non lo considerava che un “bambinata” (sic) mandata al direttore del settimanale solo per bisogni puramente economici, e in mancanza di altro materiale. Come è noto, alla fine del 15esimo capitolo, in cui Pinocchio muore, Collodi scrisse persino la parola fine. Tutto lascia pensare allora non solo che non credesse al valore del suo racconto, ma anche che non avesse davvero voglia di scriverlo. E in effetti, le pubblicazioni seguono abbastanza regolarmente, come dimostra Marino Parenti, i momenti di bisogno economico di Collodi. Pinocchio rappresenta, per il suo autore, innanzi tutto un metodo di avere qualche soldo per tirare avanti. Se andiamo a guardare tutta la produzione di Collodi, infatti, dobbiamo dedurne che Giannettino era il suo personaggio di punta, quello su cui scommetteva la propria fortuna di scrittore per l’infanzia.

Furono i bambini, gli stessi piccoli lettori che protestarono con un mare di lettere per la morte del burattino, i primi ad accorgersi del valore del racconto. Questo fa parte del carattere stesso di Pinocchio, che ha uno stile breve e diretto, infantile e leggero, avanza per brevissimi capitoli come in sussulti di risa ma che proprio per questo ha un effetto calamita sull’occhio del lettore e suggerisce, senza indicarle mai, infinite strade interpretative. L’attenzione di Pinocchio, del racconto stesso, è continuamente attirata da altro: il suo lettore ideale in questo senso, è proprio un piccolo lettore.

Collocando il breve capitolo delle Api Industriose all’interno di tutto il libro, siamo al momento più difficile per Pinocchio: la fatina è morta di crepacuore “per essere stata abbandonata dal suo fratellino”, e Geppetto è disperso in mare. Solo al mondo, Pinocchio piange disperato la morte della sorellina, e parte a nuoto alla ricerca del povero padre, fino ad approdare su quest’isola. Siamo quindi di fronte a un capitolo di passaggio tra la fatina bambina-sorella e la fatina adulta-madre; tra un pinocchio testa di legno integrale a un pinocchio – nel capitolo successivo – “stufo” di essere un burattino.

Il tema principale di questo capitolo può essere ricondotto alla nozione di economia, intesa pedagogicamente come insegnamento del valore del denaro e dell’etica del lavoro. Ma le contraddizioni nel progetto pedagogico di Collodi non mancano. Se da un lato possiamo arrivare alla conclusione che certe contraddizioni e incoerenze che il libro presenta siano dovute a una scrittura disattenta e disillusa dell’autore, dall’altro non possiamo che sottolineare che proprio in questo sta la grande forza del personaggio di Pinocchio. Anzi, è proprio questa oscurità, data dall’estrema semplicità linguistica e narrativa del libro, che lo rendono particolarmente interessante.

Nonostante l’incoerenza insita del libro, infatti, si intravedono nel disordine i primi cambiamenti in Pinocchio, nel suo modo di agire e soprattutto di pensare; pur essendo una testa di legno, comincia a imparare qualcosa, comincia a snocciolare di sua iniziativa quelle regole di comportamento che Geppetto e il Grillo cercano di insegnarli sin dall’inizio della sua vita. In questo capitolo, il ruolo di grillo parlante o di merlo bianco, il ruolo dell’ammonitore è recitato dallo stesso Pinocchio che si ricorda del suo passato. Poi, ovviamente non segue le regole nei fatti, irriducibilmente discolo. Ma questi pensieri che formula lui stesso, ormai solo e senza consiglieri fossero anche dei cattivi consiglieri come il Gatto e la Volpe, testimoniano del fatto che è possibile vedere nell’insieme delle sue avventure una crescita morale graduale. Eppure Pinocchio non impara mai, e questo dà alla storia quel suo andamento potenzialmente infinito che ha prodotto le cosiddette pinocchiate; pinocchio, in un certo senso, non diventa mai un bambino vero.

II.

Pinocchio: un libro parallelo. Si fa riferimento inoltre a G. Genot, Analyse structurelle de “Pinocchio”, Pescia, 1970,

Esistono due grandi assi che sembrano reggere il testo, che sono appunto l’economia, nell’ottica di una lettura delimitata al capitolo, e il personaggio della fatina che ritorna, ormai madre, ma che sembra nascondersi, e persino si nega, suscitando particolarmente in questo capitolo, da un punto di vista che prende in conto l’intero libro, diversi interrogativi irrisolti. Leggiamo nel dettaglio, procedendo a una divisione lineare del testo in tre parti principali: la prima in cui si racconta dell’approdo all’isola e l’incontro col delfino gentile che informa Pinocchio dell’esistenza del terribile pesce-cane; la seconda che narra dell’arrivo alla città delle api industriose, dove, spinto dalla fame, Pinocchio chiede ai passanti di dargli un soldo, e la terza dove, infine incontra una buona donnina, e il riconoscimento della fatina, non più sorella, ma madre.

Parte 1 : approdo sull’isola e delfino gentile

Questa parte ha un valore sopratutto introduttivo, consente di mettere da parte l’avventura principale che Pinocchio sta conducendo, la ricerca di Geppetto in mare, e di giustificare la deviazione da questa avventura causata, come spesso accade, dalla fame, ma anche, forse, da una forza superiore che guida le avventure di Pinocchio.

L’ambiguità è un elemento strutturante della narrazione in Pinocchio. Questa sorta di introduzione assume infatti un doppio ruolo strutturale; quello di istituire una continuità col capitolo precedente, e allo stesso tempo di far intervenire una rottura in questa stessa continuità. Pinocchio, ormai, è convinto che la fatina sia morta, e non pensa che a ritrovare suo padre. Una volta sbarcato sull’isola delle api industriose, se non fosse per la fame, e per il fatto che non riesce a vedere la barchetta di Geppetto, probabilmente si ributterebbe in mare. Questo doppio ruolo è incarnato dal delfino che, da un lato lo informa della sorte del padre, e dall’altro gli indica la strada verso la città, la deviazione nel cammino. Il Delfino, in effetti sembrerebbe un essere doppio per sua stessa natura.

A quest’altezza del racconto, il lettore è già abituato al bestiario pinocchiesco, e in generale a tutto il sistema di metafore allegoriche basato esplicitamente su dei luoghi comuni. Pinocchio è fisicamente una testa di legno, la volpe è furba, il grillo infastidisce col suo cri-cri incessante, il merlo bianco che da uccello del malaugurio diventa cromaticamente, cioè nel proprio corpo, uccello del buon augurio, ma conserva in sé qualcosa di negativo e pedante, col suo cra cra fastidioso ecc. Insomma: a leggere il titolo del capitolo, ci si aspetterebbe quasi una città di api vere e proprie, che lavorano incessantemente, perché è questa la loro natura. È in effetti quello che troviamo, anche se le api hanno aspetto umano. La toponomastica di Pinocchio rientra quindi in questo sistema di interpretazione letterale del modo di dire: il paese dei Barbagianni, pur non essendo abitato davvero, per quanto ne sappiamo, da barbagianni, è nel suo stesso toponimo il luogo per antonomasia in cui gli “allocchi” si fanno “turlupinare”.

Dopo una notte di tempesta in cui Pinocchio è sballottolato dalle onde, finalmente vede in lontananza una striscia di terra. Ma non riuscirebbe a raggiungerla se non fosse per un’onda “prepotente e impetuosa” che lo scaraventa sulla riva, facendogli crocchiare tutte le giunture di legno. Non appena arrivato sulla riva, in un attimo, la tempesta si placa, esce il sole e il mare ritorna calmo come un olio. Si direbbe quasi che una stessa forza magica abbia spinto Pinocchio sull’isola che lui non riusciva a raggiungere e abbia anche fatto tornare il sereno; si ha cioè la sensazione, lungo tutto il libro, che Pinocchio sia protetto e guidato da una sorta di potere divino, un destino ulissiaco alla deviazione dal ritorno a casa e alla conoscenza, sovrapposto tuttavia con un destino di fuga perenne da eterno fuorilegge, un destino che qualcuno sta tramando per lui. Tutti i sospetti ricadono sulla fata turchina, che prende così le sembianze di una delle tre parche della mitologia greca. Niente può confermare, né negare questa ipotesi, come altre possibili, che rimangono quindi allo stato di pura suggestione. Si può affermare con certezza solo che Pinocchio è condannato a essere una testa di legno.

La prima preoccupazione di Pinocchio, dopo aver steso i panni ad asciugare, è quella di cercare all’orizzonte la barchetta di Geppetto, poi di sapere chi abita quest’isola. Il dettaglio dei panni stupisce Manganelli, che nel suo “Libro parallelo” giustamente si chiede se Pinocchio porti ancora il suo vestito di carta fiorita e il berretto di mollica di pane.

A questo punto, non vedendo Geppetto, e non sapendo dove si trova, torna in Pinocchio il sentimento della solitudine che lo perseguita almeno dalla morte della fatina e sta quasi per abbandonarsi di nuovo al pianto, quando vede passare, con la testa fuori dall’acqua, un delfino. L’immagine è interessante perché non solo dà la possibilità a Pinocchio di vedere il pesce e di parlargli, ma anche perché antropomorfizza il delfino, quasi camminasse sul bagnasciuga invece di nuotare nell’acqua. Questo fa di lui un essere doppio, che sta tra due mondi, letteralmente, con la coda in acqua e la testa fuori. Un essere che conosce sia la terra che il mare. ma tutt’altro che insolito: è un delfino “gentile come se ne incontrano pochi”. Questo inciso del narratore non solo ha un effetto comico, ma contribuisce a rendere il delfino familiare, e la sua educazione e cultura vastissima lo rendono di fatto il contrario del pescecane incontrato prima. Proprio come nell’immaginario collettivo il delfino e lo squalo sono legati da una contrapposizione simbolica.

Pinocchio lo chiama: “ehi, signor pesce, che mi permetterebbe una parola?” quel che anteposto alla domanda, è una caratteristica del parlato toscano. La cosa ha un interesse linguistico relativo, vista la quasi perfetta sovrapposizione tra il toscano scritto e l’italiano standard, e sebbene ci siano in questo capitolo, e in tutto il libro, altri dettagli che denunciano la provenienza regionale dell’autore, non li segnaleremo sistematicamente. Il caso più interessante in questo estratto è probabilmente “messe” come passato remoto di mettere, in luogo di “mise”. Tuttavia è importante sottolineare che i lettori non toscani, piccoli o grandi, notano immediatamente queste caratteristiche della lingua di Collodi, come in effetti dimostra anche Comencini, che ambienta il suo pinocchio alla metà del 1800 nel Granducato di Toscana e dà ai personaggi principali una forte cadenza toscana. Lo stesso nome di Pinocchio è voce dialettale per “pinolo”, così come dialettale è Polendina, il soprannome di Geppetto… è insomma importante sottolineare il carattere “locale” di Pinocchio nel momento stesso in cui sfugge a qualsiasi nazionalità e diventa una storia universale, fino a poter essere vestito in costume tirolese nella versione di Walt Disney. Alcuni elementi, come per esempio il ruolo della giustizia, potrebbero essere letti secondo una critica culturale (da Gramsci ai Cultural Studies Britannici) atta a decostruirne l’ideologia intesa come rapporto culturale col reale. Insomma, Pinocchio sarebbe tipicamente italiano, come arlecchino o pulcinella; come loro, tuttavia, rimane una maschera universale. Il suo carattere vernacolare è rintracciabile già a partire dalla semplicità dei riferimenti popolari del bestiario. È una delle innumerevoli caratteristiche contraddittorie che fanno di Pinocchio un libro molto particolare e dalle innumerevoli interpretazioni possibili.

La prima cosa che Pinocchio vuole sapere dal delfino è se sull’isola – come faccia a sapere di trovarsi su un’isola non è spiegato – ci siano paesi dove mangiare senza esser mangiati. “ve ne sono di sicuro”, risponde il delfino, e gli indica una stradina che va verso l’interno dell’isola. Così pinocchio si trova per un momento a un bivio: davanti a lui il mare, dove il suo povero babbo è disperso, e dietro di lui una strada che lo porta al paese dove potrà mangiare. La fame (anche quella di Collodi) rappresenta probabilmente il principale motore narrativo del libro, e Pinocchio ha già preso la decisione di fare una deviazione nella sua ricerca, visto che la prima domanda che fa al delfino riguarda il cibo. Ma essendo il delfino un abitante anche del mare, gli chiede se per caso non abbia visto il suo babbo, descritto come “il babbo più buono del mondo, come io sono il figliolo più cattivo del mondo”.

Illustrazione di Carlo Chiostri 1901

Questo ritratto emotivo che Pinocchio rende del suo nucleo familiare, di fatto, non dà al delfino alcun elemento obiettivo per riconoscere Geppetto; ma la tattica pedagogica di Collodi sembra più spesso far leva sugli aspetti emotivi che sul ragionamento logico – Geppetto piange alle monellerie dello “sciagurato figliolo”, Mangiafuoco che starnutendo si commuove, la morte della fatina… Questo è un elemento che la pedagogia di Collodi ha in comune con quella di De Amicis. Basterà ricordare come in Cuore si faccia leva sull’emotività già dal titolo, e si vedano certe lettere del Padre o la celebre battuta del direttore “Franti, tu uccidi tua madre!” e “l’infame sorrise” di manzoniana suggestione. Il dolore che i bambini cattivi provocano sugli adulti è un elemento – molto cattolico – che sembra caratterizzare il discorso educativo per bambini italiano.

Da un altro punto di vista, in questa descrizione emotiva si vede come Pinocchio sappia, abbia capito, di essere un cattivo figlio, e ne provi dispiacere. Ha già promesso più volte di fare il bravo, ma non si è ancora “stancato di essere un burattino” (nel capitolo successivo). Prima di incontrare il delfino si era chiesto, quasi piangendo:

“sapessi almeno se quest’isola è abitata[…] da gente che non abbia il vizio di attaccare i ragazzi ai rami degli alberi!”. (Impiccato a un albero Pinocchio è morto qualche capitolo precedente) Il burattino comincia quindi ad avere memoria dei propri errori, anche se non proprio a imparare da questi.

Il delfino risponde che vista la tempesta della notte scorsa, la barchetta di Geppetto sarà affondata, e che quindi sarà stato mangiato dal terribile pescecane, che è grosso come una casa di cinque piani e che potrebbe contenere nella sua bocca tutto un treno in funzione con i binari.

“mamma mia!” gridò spaventato il burattino ; e rivestitosi in fretta e furia, si voltò al Delfino e gli disse : arrivedella, signor pesce.

Nonostante Pinocchio abbia già fatto esperienza diretta della morte di una persona cara – nel capitolo precedente la fatina è morta – non si preoccupa nemmeno un istante della sorte di Geppetto. Come sa di essere su un’isola grazie a una sorta di coscienza metanarrativa sulla propria stessa avventura, egli sa fuor di dubbio che Geppetto è ancora vivo e che quindi lui può permettersi una deviazione verso il paese delle api. Ciò che lo spaventa non è la sorte del povero babbo, ma l’aspetto terribile del pescecane col treno in bocca.

Con uno slittamento comico che gioca su un banale malinteso tipicamente infantile, e che rientra nello stesso meccanismo di interpretazione letterale che abbiamo già descritto per la toponomastica, l’iperbole del delfino diventa nella testa di Pinocchio un attributo reale, fisico, del pescecane immaginato veramente con un treno in bocca. L’altra immagine, meno spaventosa, allora, può illuminarci in questo senso; se Pinocchio prende anche questa alla lettera, come sembrerebbe il caso, possiamo dedurne che non si preoccupa del povero Geppetto perché sa già, ha già capito, che Geppetto oramai “abita” nel pescecane-casa di cinque piani- con un treno in bocca. E magari ha anche già capito che se c’è un via-vai di treni nella bocca del mostro, è possibile entrarvi come è possibile uscirne.

III.

A questo punto Pinocchio si incammina verso la città delle api industriose, dove chiede le elemosina pur vergognandosene, e dove tuttavia rifiuta diversi lavori pagati, nonostante la fame, attirandosi le critiche degli abitanti della città. Incontra poi una buona donnina con cui conclude uno scambio, e che riconosce infine come la fata turchina ormai adulta.

Parte 2 : il lavoro

La città delle api industriose è tutta un formicolio di gente che lavora. Notiamo subito che la formica è, come l’ape, un animale che simboleggia il lavoro e per antonomasia l’accumulazione di ricchezze, contro la cicala che canta tutta l’estate e si diverte. Non ci sono cicale, nel paese:

“Non si trovava un ozioso o un vagabondo nemmeno a cercarlo col lumicino. Ho capito – disse subito quello svogliato di Pinocchio – questo paese non fa per me. Io non son nato per lavorare”.

La fame, però, lo tormenta, e non gli restano che due modi per saziarsi: o lavorare, cosa per cui “non è nato” o chiedere le elemosina. E a questo punto il lettore non dubiterebbe un attimo della scelta che potrebbe fare il burattino, sennonché, in modo del tutto inaspettato, si legge il paragrafo seguente:

“a chiedere le elemosina si vergognava, perché il suo babbo gli aveva predicato sempre che l’elemosina hanno diritto di chiederla solamente i vecchi e gl’infermi. I veri poveri in questo mondo, meritevoli di assistenza e di compassione, non sono altro che quelli che, per ragione d’età o di malattia, si trovano condannati a non potersi più guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani. Tutti gli altri hanno l’obbligo di lavorare; e se non lavorano e patiscono la fame, tanto peggio per loro.”

Pinocchio ha forse imparato la prima lezione della sua vita di testa di legno? Chiedere le elemosina non gli ha mai, fino a questo punto, creato alcun imbarazzo. Anzi, già nella prima notte della sua vita va in città a chiedere le elemosina, senza ricavarne nulla. Quando poi torna a casa e racconta a Geppetto la sua avventura, nelle sue parole si legge un inciso, messo tra parentesi come un pensiero originale e spontaneo del burattino, (forse solo pensato e non detto a Geppetto): “il chiedere un po’ di pane non è vergogna, non è vero?” (pag. 22). A distanza di quasi 20 capitoli, invece, e perché gli è stato detto e spiegato da Geppetto e dal Grillo, Pinocchio prova vergogna a chiedere l’elemosina, perché non ne ha il diritto, non essendo né vecchio né infermo. Il paragrafo espone in effetti, e in maniera alquanto precisa, un’etica borghese del lavoro: tutti hanno il dovere di lavorare, nessuno ha il diritto di non lavorare, tranne i vecchi e gli infermi. Giorgio Manganelli interpreta questa frase di Geppetto in due modi : o significa che l’elemosina è una conquista penosa, il privilegio ozioso dei moribondi, oppure una vita di lavoro, una salute precaria sono coronate dal diritto finale di chiedere l’elemosina. Nel primo caso allora, e Pinocchio in effetti si vergogna, non gli resta che lavorare, ma lui è una testa di legno, non è nato per lavorare, e il paese delle api non fa per lui. entriamo allora nel secondo caso: ma anche in questo caso la amoralità di Pinocchio risulta irriducibile ai valori degli adulti, perché lui vuole chiedere l’elemosina appunto per non lavorare. È proprio vero allora che questo paese non fa per lui; il paese delle api industriose si presenta, in questo senso, come l’esatto opposto del teatrino di Mangiafuoco, suo habitat naturale.

Infatti, quando Pinocchio chiede l’elemosina al primo passante, questi gli offre un lavoro; e così il terzo e il quarto e tutti gli altri. Lavoro che Pinocchio rifiuta regolarmente. E allora, se l’etica del lavoro che gli è stata insegnata da Geppetto e dal Grillo risponde a dei valori borghesi, forse, la reazione di pinocchio è da leggere secondo dei valori proletari. Egli rifiuta forse di farsi sfruttare, di vendere la propria forza-lavoro. Eppure il salario che via via gli è proposto è ben superiore alle sue stesse richieste: lui non chiede che un soldo in carità; e gliene vengono proposti 4, poi cinque, (come cinque erano le monete di Mangiafuoco, con cui pinocchio sognava di comprare cose mirabolanti). Ma lui, orgoglioso risponde: “io non ho mai fatto il somaro!”. Questo rifiuto della soma, da un lato, potrebbe essere interpretato come un’irriducibile e istintiva voglia di libertà da parte del burattino, che non vuole studiare, non vuole lavorare, vuole solo correre e giocare. Peccherebbe insomma di superbia, come gli rimproverano le api industriose. Ma questo non combacia del tutto con l’episodio in cui viene messo a fare il cane da guardia. Allora, dall’altro lato, essendo il somaro l’animale che rappresenta i bambini che non studiano, e avendo quindi per questo un ruolo importante nelle avventure di Pinocchio, la reazione del burattino si spiega come una sorta di presentimento per quel che gli accadrà più avanti, nel paese dei balocchi. Già all’inizio, il Grillo parlante lo aveva avvertito che se non avesse studiato sarebbe diventato un somaro, ed è proprio a questo punto che Pinocchio comincia ad arrabbiarsi, fino a schiacciarlo alla parete. Il suo rifiuto di lavoro allora, starebbe nel sentirsi paragonato a un somaro, e ci si potrebbe vedere come una reazione di rabbia più che di sola superbia fannullona. Insomma, si potrebbe arrivare a dire che Pinocchio sa già che gli toccherà la sorte del somaro, prigioniero del proprio destino già tramato, ed è per questo che la sua reazione è tanto forte quando questo animale-metafora è tirato in ballo.

Chiede l’elemosina in tutto a 20 persone, e tutte gli offrono del lavoro, regolarmente rifiutato dal burattino. “ma non ti vergogni?” gli chiedono allora gli abitanti dell’isola delle api, « impara a guadagnarti il pane !”.

La storia della cicala e della formica, in cui la cicala, affamata, chiede alla formica di farle la carità e questa si rifiuta e le dà una lezione morale. Eppure Pinocchio sfugge sempre ai facili moralismi: e forse proprio qui sta il punto. Pinocchio in effetti si vergogna, ma non può che rifiutare quei lavori che gli sono proposti, perché estranei al suo mondo, al suo modo, perché seguono una logica che non fa per lui; perché, insomma, interpreta in modo letterale la frase fatta “guadagnarsi il pane”.

IV.

Finalmente passa una buona donnina che porta due brocche d’acqua. Non solo Pinocchio non le chiede l’elemosina, ma in più lei non gli offre un lavoro pagato in soldi. Gli propone del cibo, e Pinocchio, dopo qualche riluttanza, accetta. Solo dopo aver mangiato, riguardando la donnina, si rende conto che in effetti è la fata turchina, che è cresciuta, e tra le lacrime le promette che non la abbandonerà mai più.

Parte 3: la donnina gentile

Alla donnina che porta le due brocche d’acqua, stranamente, pinocchio invece di chiedere un soldo chiede semplicemente di poter bere un sorso della sua acqua. La donnina lo accontenta senza alcun problema, senza chiedergli niente in cambio. Solo dopo aver bevuto a sazietà, Pinocchio dice, come tra sé e sé: “Così mi potessi levar la fame!”. Solo allora la donnina gli offre il lavoro di portare per lei una delle brocche d’acqua, in cambio però di cibo, e non di soldi; ma, bisogna sottolineare, di fatto lui non le ha chiesto né dei soldi, né del cibo, né tantomeno un lavoro. D’altra parte, a questa ennesima offerta, invece di rispondere subito sdegnoso di no, esita per qualche istante, come fiutasse l’affare laddove nei lavori pagati fiutava la truffa.

Era proprio vero, allora, che l’isola delle api industriose non è un posto per lui. pinocchio, come abbiamo avuto occasione di vedere in altri capitoli – come per esempio quello del Campo dei Miracoli – ha una concezione astratta del valore del denaro. Ecco allora lo sdegno che provava prima: non si trattava né della poca voglia di lavorare, né del salario ingiusto che gli si proponeva per la sua forza-lavoro: semplicemente Pinocchio appartiene a un mondo economicamente basato sul baratto. Lavorare per soldi lo fa scattare di indignazione; lavorare per del cibo, invece, non gli sembra tanto scandaloso, a patto che il prezzo sia giusto: un pasto completo con un delizioso confetto come dessert. D’altronde, la buona donna ha una differenza importante rispetto agli altri lavoratori che sono passati per la strada: il primo portava del carbone, il secondo della calcina. Materiale da ardere e da costruzione, legati al campo semantico della casa-focolare, e soprattutto del lavoro manuale, del lavoro per così dire da soma. Pinocchio non sa che farci col carbone, come non saprebbe che farci con cinque monete, a parte fantasticare di far compere spropositate come una veste d’oro e pietre preziose, e mettersi nei guai. La sua estraneità al mondo delle api industriose è quindi totale. Proprio per questo, allora, interviene la fata turchina, che forse non passava lì per caso: per riportarlo nel suo mondo fatto di bisogni materiali immediati, o meglio, di puri bisogni naturali.

La proposta della buona donnina, sulle prime lascia Pinocchio interdetto : un pezzo di pane per portare una brocca d’acqua, sebbene non sia offensivo come fare il somaro per letteralmente quattro soldi, non lo convince. Allora la donna, che è proprio gentile, aggiunge un cavolfiore con olio e aceto; il cavolfiore, come si sa, è una delle verdure più odiate dai bambini. Pinocchio, pur avendo già imparato che, avendo fame, persino delle misere veccie diventano una prelibatezza, non si lascia convincere ancora. Solo un confetto pieno di rosolio riesce a “sedurlo” (è questo il verbo usato dal narratore), e, pur non avendo alcuna voglia di lavorare, fa spallucce, dice “pazienza!” e accetta il lavoro, portando la brocca “molto pesa” – altro toscanismo – in testa, fino alla casa della donnina. Sarebbe lecito chiedersi se Pinocchio abbia portato la brocca da cui aveva già bevuto, ormai alleggerita, o l’altra. Saremmo tentati di dire che abbia portato la brocca più leggera, poiché il narratore passa all’articolo determinativo la brocca, cioè proprio “quella” – e allora la donnina sarebbe non solo tanto buona, ma persino ingenua. Oppure  si potrebbe sospettare da parte sua la ferma volontà di portarsi Pinocchio a casa a mangiare, piuttosto che la necessità di aiuto nel portare la brocca pesa; infatti sembra insistere perché accetti il lavoro, fino a “sedurlo” per la golosità, più che convincerlo per la convenienza.

Seduto a tavola, Pinocchio divora il pasto che gli viene offerto in ricompensa. È la prima volta che vediamo pinocchio mangiare a sazietà e con piacere: rispetto all’osteria del gambero rosso, all’episodio delle veccie, o della frittata che gli vola dalla finestra, questo pasto – estremamente povero di per sé – è l’unico che non annuncia una miseria imminente e che gli permette di placare davvero i morsi della fame. Prima, insomma, Pinocchio letteralmente non ci vedeva dalla fame, e infatti solo a questo punto, alzando gli occhi dal piatto e riguardando la donnina, la riconosce, con grande emozione: è la fata turchina! E piangendo, le si butta ai piedi abbracciandole le ginocchia.

In questa terza parte, quindi, tutto ciò che era estraneo a Pinocchio è riportato alla logica del suo mondo dalla fatina, che quindi non era morta, ma solo trasformata in madre. Il burattino era capitato in un paese che non era fatto per lui, come un bambino vero, rimasto senza genitori, all’epoca, sarebbe stato direttamente catapultato nel mondo feroce del lavoro manuale, del carbonaio o del muratore. La fatina ritorna quindi per adottarlo. Ma perché, ci si chiede, aveva messo in scena la sua morte con tanto di lapide accusatoria per il povero Pinocchio? Forse doveva necessariamente passare per l’aldilà per completare la propria metamorfosi, come un bruco diventa farfalla. Fatto sta che, come si legge nel capitolo seguente, in un primo momento nega di essere la fatina. Allora forse aveva inscenato la propria morte per liberarsi di quel discolo di Pinocchio? E allora perché è tornata? O magari passava davvero di lì per caso… (ecc.)

Conclusione

Per concludere, questo estratto presenta al tempo stesso delle caratteristiche peculiari rispetto all’insieme del libro e tutte le caratteristiche principali del libro stesso, le ambiguità e le contraddizioni che fanno di Pinocchio una storia unica nel suo genere. La difficoltà interpretativa si muove fondamentalmente tra due estremi: da un lato, ed è il filone di gran lunga più ricco e sfruttato della critica, ci si può divertire a interpretare la storia di Pinocchio in ogni modo; secondo un’allegoria cristologica, leggervi dei riferimenti psicologici più o meno complessi, a partire da quel naso che si allunga, vedere in Pinocchio un perfetto libro per la scuola fascista, farlo diventare un semplice bambino ingenuo e disubbidiente o la metafora della vitalità infantile, se non della vita stessa, della naturalità assoluta. Da un altro lato, ci si può preoccupare di restare fedeli a una filologia d’autore, nel senso di prendere in conto l’intenzionalità di Collodi. Solo liberandosi di lui, in effetti, Italo Calvino può, nel suo articolo intitolato “Ma Collodi non esiste”, elevare Pinocchio a capolavoro della letteratura italiana, grazie ai suoi elementi picareschi e epici che altrimenti mancherebbero totalmente alla tradizione italiana. Una terza possibilità ci è data dal prendere in conto entrambi i poli: ammettere, e come si potrebbe negarlo, che Pinocchio è un libro di una ricchezza sorprendente, ma individuare questa ricchezza proprio nella sua povertà.

Proprio perché scritto come una bambinata, insomma, il testo di Collodi presenta tutte le caratteristiche del classico, oggetto di un’infinita reinterpretazione, e il personaggio di Pinocchio rientra così nel mito, nel suo rappresentare in modo apparentemente ingenuo un mondo apparentemente lontano dal nostro, ma nelle cui avventure chiunque può, più che identificarsi, trarre un insegnamento. Ma quale sia questo insegnamento non è chiaro e univoco come in altri libri per l’infanzia; anzi, proprio come nel mito, dipende soprattutto dalla profondità e disponibilità del pensiero del lettore.

Come abbiamo visto, infatti, si potrebbe fare l’ipotesi che una forza superiore guidi le avventure di Pinocchio; e anche se nulla potrebbe giustificare una tale ipotesi, nessun elemento contribuisce a negarla definitivamente. Come Scrive Manganelli a proposito delle interpretazioni di Pinocchio, “tutto è attestato, e tutto è arbitrario”.

Nella seconda parte, in cui Pinocchio, secondo la griglia di Genot compie il suo “mancamento” alla regola, pur avendo esitato, abbiamo visto come sembri arrivare l’immancabile punizione, tanto che abbiamo citato la favola esopica della cicala e della formica : la fame di Pinocchio, infatti, non sarebbe mai placata, se non fosse per l’intervento ex machina della fata turchina. Ma, se non inseriamo questo capitolo nell’insieme che va dalla ricerca al ritrovamento di Geppetto, la punizione vera e propria non arriva; anzi, arriva una sorta di ricompensa, che non è però veramente tale, è più una sorta di ritorno al mondo pinocchiesco. Il passaggio per l’isola delle api industriose assume così le sembianze di una deviazione totale, di un’uscita dal mondo di Pinocchio. La sola soluzione convincente sembrerebbe allora quella di sottolineare appunto l’estraneità totale di Pinocchio al mondo adulto del lavoro, e la sua irriducibilità alla logica del lavoro salariato. Riportando il tutto al mondo reale, si potrebbe leggere il capitolo come una condanna del lavoro minorile. Non c’è però alcun progetto pedagogico univoco alla base di questo episodio, né alcun intento ideologico. La morale del lavoro che Pinocchio ripete e che abbiamo fatto coincidere con un’etica borghese, o Pinocchio la trasgredisce perché è disubbidiente, o semplicemente non la capisce in quanto aliena alla sua logica morale di burattino. Nel primo caso, dovrebbe arrivare la punizione e quindi l’insegnamento. Qui non arriva la punizione; Pinocchio finisce col lavorare, è vero, ma abbiamo visto che il lavoro era adatto a lui, e non lo fa di malavoglia, non lo vive, cioè, come un patimento. Siamo allora nel secondo caso, e il ruolo della fata turchina si carica ancora di più di mistero, in quanto figura che nega il mondo degli adulti diventando adulta e riporta pinocchio alla sua logica infantile del baratto, facendosi in un certo senso complice, e sorella, di Pinocchio, nel momento in cui lo adotta e ne diventa madre.

Insomma, per leggere Pinocchio è utile una chiusura delle prospettive. Accogliamo da un lato l’avvertimento di Bartezzaghi a diffidare della sovrinterpretazione del libro, e teniamo per questo sempre presente la particolare avventura editoriale di Pinocchio, e il rapporto che l’autore intrattenne col suo personaggio. Dall’altro lato, tuttavia, non rinunciamo alla ricchezza che Calvino sottolinea nel suo intervento, e ci serviamo per questo della sua stessa nozione di leggerezza, che ci permette di adattarci in quanto lettori e critici al carattere leggero di Pinocchio come figura assolutamente indipendente, persino dal suo stesso autore. Accettando entrambi gli estremi, di fatto, li rifiutiamo entrambi. Da un punto di vista metodologico, per esempio, un elemento che ci sembra utile per mantenere la giusta obiettività, è rapportarsi alla lettura letterale di tutte le metafore, o allegorie, che vengono sistematicamente da modi di dire popolari. Questo ci permette di sottolineare la semplicità quasi banale del mondo di Pinocchio e allo stesso tempo la ricchezza potenziale di questa stessa semplicità.

Il restringimento della prospettiva sta quindi nel non prediligere alcuna interpretazione letteraria che si adatti ai grandi classici per adulti, in quanto bambinata, e di cercare di spiegare le avventure di Pinocchio unicamente con le regole che esse stesse si danno di volta in volta. E proprio così facendo, però, vediamo tutte le contraddizioni interne al libro o quantomeno gli interrogativi irrisolti che riguardano i personaggi. Interrogativi che richiamano immancabilmente gli strumenti della teoria letteraria, dalla psicanalisi alla critica marxista passando per la ricerca di una struttura narratologica coerente.

Pinocchio rimane insomma irriducibilmente fedele a se stesso, sempre in fuga e sempre sulla via del ritorno: sfugge sempre alle istanze degli adulti – anche dei lettori adulti che cercano un senso morale o letterario – eppure ritorna sempre, per poi scapparne di nuovo, a un certo insegnamento morale mai prevedibile e mai banale, che esonera cioè dalle regole della società liberale, se non della società tout-court.

Un’unica cosa si può affermare con sicurezza, perché pare seguire le regole stesse date dal libro stesso: lo scontro con il mondo delle api industriose è il momento esatto in cui Pinocchio diventa un bambino vero, comincia a superare la sua natura di burattino testa-di-legno. Anche se non lo resterà sempre.

A questo punto il sogno finì, e Pinocchio si svegliò con tanto d’occhi spalancati. Ora immaginatevi voi quale fu la sua meraviglia quando, svegliandosi, si accorse che non era più un burattino di legno, ma che era diventato invece un ragazzo come tutti gli altri. (cap. 36, pag 169)

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