In difesa dei corsi universitari in lingua inglese

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Premetto che non sono un linguista. Proprio perché credo nel valore – nel valore aggiunto – della competenza, trovo essenziale lasciar distinguere l’opinione di chi ha “le qualifiche” dall’opinione, non necessariamente meno degna di ascolto, di chi ha semplicemente qualcosa di intelligente da dire. Ciò detto, io che sono laureato in fisica teorica, vorrei spendere un paio di parole sulla questione degli insegnamenti universitari impartiti in lingua inglese.

Nel Gennaio 2018 il Consiglio di Stato ha bocciato i corsi specialistici in sola lingua inglese tenuti dal Politecnico di Milano. L’istituto, dal 2012, aveva infatti convertito i propri corsi di laurea magistrale e di dottorato interamente in inglese, con il duplice scopo di attrarre studenti stranieri e di proiettare gli studenti italiani con più facilità nel mondo del lavoro internazionale.

Le motivazioni del Consiglio di Stato sono essenzialmente due ed entrambe si rifanno ai principi espressi in una sentenza della Corte Costituzionale del 2017. In primo luogo, si afferma che l’erogazione di corsi in una lingua diversa dalla “lingua ufficiale della Repubblica” discriminerebbe quegli studenti che, pur meritevoli e capaci, non potrebbero accedere ai gradi più alti dell’istruzione pubblica, se sprovvisti di una buona conoscenza dell’inglese. In secondo luogo, si afferma che la lingua italiana è, oltre che veicolo di trasmissione, parte stessa della cultura, della storia e dell’identità della nazione. Perciò il primato della lingua nazionale non può essere messo in discussione – cito testualmente – “anche in settori nei quali l’oggetto stesso dell’insegnamento lo richieda”.

L’Accademia della Crusca ha plaudito alla sentenza, soddisfatta di una decisione che tutela il nostro patrimonio culturale. Non sono ovviamente mancate le reazioni contrarie. Beppe Severgnini, sul Corriere della Sera, ha parlato di sentenza “anacronistica e malinconica”, dando dei “retromarcisti” a quanti invece ne avevano gioito. L’advisory board del Politecnico di Milano (di cui è membro anche l’architetto Renzo Piano) ha comprato una pagina sul Corriere della Sera, spiegando che gli studenti, nel momento della transizione al mondo del lavoro, devono competere anche sul mercato internazionale e che “Per questo l’inglese al pari delle altre competenze garantisce il diritto al lavoro”.

L’episodio, al di là del valore giuridico in sé, si inserisce in un discorso culturale sfaccettato. Da un lato, la crescente contaminazione anglosassone della lingua italiana, insieme con il riferimento all’istruzione mediante il lessico delle logiche aziendali (mercato, competizione, produttività) sono il segnale di una cultura non sana, che si piega troppo alle esigenze commerciali. Dall’altro lato, però, è vero che il lavoro e il guadagno sono esigenze legittime, di cui un sistema scolastico in buona salute deve occuparsi. Non è possibile, neppure in nome di più nobili altezze culturali, sminuire il fatto che l’istruzione pubblica serve anche a trovare un posto di lavoro soddisfacente.

Le prospettive lavorative di un laureato in Fisica, Biologia, Ingegneria, Economia – tanto per citare alcune materie – non sono più confinate entro i limiti nazionali. Si collocano ormai entro una dimensione transnazionale che presuppone quasi esclusivamente la padronanza della lingua inglese, sia per la fruizione dei contenuti che per la tessitura delle relazioni umane. Mi sembra perciò del tutto comprensibile che queste materie possano essere insegnate direttamente in inglese.

Tanto più che questa scelta supplisce anche ad una mancanza che proviene dal basso: può darsi infatti, come sembra suggerire la sentenza del Consiglio di Stato, che alcuni studenti italiani arriverebbero all’università impreparati all’inglese. Invece di accettarelo come un dato normale e adeguare conseguentemente al ribasso l’offerta universitaria, questa constatazione dovrebbe piuttosto stimolare una revisione dell’insegnamento dell’inglese che non lasci indietro i nostri studenti rispetto ai propri colleghi stranieri. Che piaccia o meno, la conoscenza dell’inglese rappresenta oggi in molti campi una competenza non più facoltativa, che il sistema educativo statale dovrebbe impegnarsi a garantire, al pari della matematica e dell’italiano.

Possiamo discutere se questo stato di cose sia figlio di una egemonia culturale anglosassone, che subiamo passivamente e che non vogliamo più subire. Ma non possiamo condurre questa battaglia sulla pelle dei nostri studenti. Far perdere loro terreno nella nuova dimensione internazionale del lavoro non sarebbe certo una strategia intelligente. Purtroppo, in virtù del principio che tutto fa brodo, ci siamo dovuti sorbire l’argomento che “non è vero che l’inglese sia l’unica lingua nella quale si fa scienza”. Anche un intervento del Presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, titola “Ma siamo proprio sicuri che la lingua della ricerca sia solo l’inglese?”.

Sta di fatto che proprio questo intervento cita i dati ANVUR, secondo cui in media il 77% della ricerca italiana è prodotto in lingua inglese. Se quindi l’inglese non è l’unica lingua nella quale si fa scienza in Italia, è comunque in larga maggioranza! Leggendo la tabella nel dettaglio, si vede che in tutte le scienze dure (matematica, fisica, chimica, biologia, ingegneria, informatica, medicina) la percentuale di ricerca svolta in inglese è superiore al 95%. Viceversa, ad esempio, nelle discipline giuridiche si fa ricerca per il 90% in italiano. Sarà forse un caso se proprio le prime sono insegnate al Politecnico di Milano, mentre non lo sono le discipline giuridiche? Alla luce di questi dati, appare ancora più giustificata la volontà del Politecnico di istituire i corsi specialistici solo in inglese (con l’eccezione, mi sembra, della facoltà di Architettura).

La sentenza del Consiglio di Stato non tiene conto delle specificità dei singoli corsi. Sarebbe stato più realistico lasciare la scelta della lingua di insegnamento al giudizio delle singole facoltà. Un concetto espresso, del resto, dallo stesso Marazzini nel finale del proprio intervento: “È dunque necessario ragionare seriamente sulle necessità e sulla situazione reale delle diverse discipline universitarie, smettendola una volta per tutte di invocare il monolinguismo inglese per tutti”. Benissimo. Allora ci si spieghi perché dovremmo plaudere ad una sentenza che proibisce l’uso del solo inglese “anche in settori nei quali l’oggetto stesso dell’insegnamento lo richieda”.

Costantino Pacilio

P.S. : Nella sezione Torna a casa lessico, in costante aggiornamento, proponiamo un “dizionario ragionato” per le parole straniere di uso comune. Come abbiamo cercato di rendere chiaro, “dizionario ragionato” significa anche ragionare su quali forestierismi sono da accettare!

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