Serra e il classismo da sinistra (?): il bullismo è un fenomeno dei ceti popolari

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Ha fatto / sta facendo molto discutere il canonico editoriale per ‘Il Venerdì’ di Repubblica dell’ex direttore de ‘L’Unità’ Michele Serra.

Nella sua amaca di questa settimana, Serra decide di trattare il tema del bullismo (attualmente molto in auge, in attesa di trovare un nuovo allarme sociale su cui i media possano buttarsi).

E l’ex PCI lo fa così:

Tocca dire una cosa sgradevole, a proposito degli episodi di intimidazione di alunni contro professori. Sgradevole ma necessaria. Non è nei licei classici o scientifici, è negli istituti tecnici e nelle scuole professionali che la situazione è peggiore, e lo è per una ragione antica, per uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza. Cosa che da un lato ci inchioda alla struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società (vanno al liceo i vigili di quelli che avevano fatto il liceo), dall’altro lato ci costringe a prendere atto della menzogna demagogica insista nel concetto stesso di “populismo”.

Sgradevole, indubbiamente; necessario, non sappiamo quanto.

Corretto, per certo no: probabilmente nel Liceo ginnasio statale Alessandro Manzoni, il classico frequentato da Serra nei ’70, di bullismo non v’era traccia; nel mio Liceo classico ho potuto in prima persona osservare fenomeni di bullismo (magari meno fisici, magari più soft. Bullismo da ricchi).

Ogni adolescenza coincide con la guerra ed ha per protagonisti – anche – bulli e bullizzati.

Ma torniamo allo scritto e passiamo all’attacco ai populismi:

Il populismo è prima di tutto un’operazione consolatoria, perché evita di prendere coscienza della subalternità sociale e della debolezza culturale dei ceti popolari. Il popolo è più debole della borghesia, e quando è violento è perché cerca di mascherare la propria debolezza, come i ragazzini tracotanti e imbarazzanti che fanno la voce grossa con i professori per imitazione di padri e madri ignoranti, aggressivi, impreparato alla vita. Che di questa ignoranza, di questa aggressività, di questa mala educación, di questo disprezzo per le regle si sia fatto un titolo di vanto è un danno atroce inferto ai poveri: che oggi come ieri continuano a riempire le carceri e i riformatori (chiusi dal 1988, ndr).

In un momento in cui l’ignoranza, la violenza (fisica e verbale) e la mala educación paiono trasversali come non mai, Serra decide di puntare il dito contro le classi popolari (strano, comunque, non se la sia presa coi giovani, che di norma sono anche più fastidiosi dei poveri).

“Il popolo è più debole della borghesia, e quando è violento è perché cerca di mascherare la propria debolezza”, scrive Serra. Non commenterò ulteriormente.

Piuttosto, concludo con una citazione del Professor Pippo Russo, che al canonico lamento di Michele Serra dedicò due post sul suo blog:

Michele Serra è un servizio pubblico. Dovremmo provare a vederla in questo modo, prima di rilasciare qualsiasi giudizio sugli scritti dell’ex direttore di Cuore. Materiali che nel migliore dei casi suscitano compassione verso il lamentoso intonatore di doglianze, ma che sempre più spesso provocano disappunto per quell’essere a prescindere contro ogni cosa in evoluzione. Un Lamento dell’Amaca che pezzo dopo pezzo s’allarga a colpire qualsiasi cosa procuri l’offesa di turbare il dondolio. E cosa di più molesto che turbare l’ozio di colui che sull’amaca s’annàca, specie dopo aver speso tanta fatica per guadagnarsi la postazione?

Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno).
Dal 2017 vicedirigo ‘L’Opinabile’ e per L’O provo a vedere che succede nel mondo.
Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo.
Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno). Dal 2017 vicedirigo 'L'Opinabile' e per L'O provo a vedere che succede nel mondo. Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo. Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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