La musica e il cervello: un viaggio musicale tra i nostri neuroni

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Saccadi, rubrica di medicina a cura di Enrico Varriale

Dal numero de L’Opinabile di primavera 2018

Andiamo a esplorare il complicato rapporto tra musica e cervello, tra ritmo e movimenti corporei, tra amusie e sinestesie, fino alle moderne musicoterapie per le malattie neurodegenerative.

Al giorno d’oggi viviamo in un mondo costantemente contaminato dalla musica: ci sono note e melodie che risuonano nei bar, nelle auto, nelle sale d’aspetto degli aeroporti, per strada se passa il ragazzino col cellulare a tutto volume; per non parlare della nostra musica personale, quella del nostro mp3, quella che ci giunge alle orecchie (e poi alla coscienza) tramite le nostre belle cuffiette in tutti i momenti del giorno, isolandoci (nel bene o nel male) dal mondo esterno. Sembra chiaro dunque che in quanto specie umana abbiamo un forte bisogno di musica; d’altronde essa è strettamente intrecciata con il nostro campo emozionale come solo pochi stimoli esterni riescono a fare: la musica esalta, la musica rattrista nei ricordi, la musica guarisce, ‘cause you need the blues to kill
the blues, man.

Secondo i neurologi le capacità musicali si sono sviluppate attraverso il reclutamento di aree cerebrali preposte ad altri compiti, in particolare quelle per il riconoscimento del linguaggio, come il planum temporale, piccola area che è nota essere in proporzione più sviluppata nei musicisti di professione, e ancor più in quelli dotati di orecchio assoluto.

Dunque l’ascolto e la pratica della musica possono potenziare le nostre capacità cerebrali e ipertrofizzare specifiche aree di corteccia? Ovvio. Tuttavia non sembra esistere nel cervello un singolo “centro della musica”, un’area localizzata che elabora le informazioni musicali, ma si avrebbe un’attivazione contemporanea e coordinata di decine di reti neurali della mente, da quelle temporali (ascolto, linguaggio) a quelle frontali (pensiero astratto, elaborazione), nonché di strutture sottocorticali, che non partecipano alla coscienza, come il cervelletto e i gangli della base, deputati al controllo motorio e alla scelta dei pattern motori, i quali sembrano implicati principalmente nella percezione del ritmo [1] (e del perché ai concerti a volte proprio non riusciamo a stare fermi, con le mani, con la testa, con le gambe – è perché la musica stimola e genera pattern motori); fino alle complessissime aree delle emozioni.

Si sente ogni tanto parlare dell’effetto benefico dell’ascolto di Mozart su bambini, adulti e persino piante. Ebbene, sono stati fatti studi clinici sugli uomini che dimostrano come possa in effetti migliorare il ragionamento spaziale astratto e, nei bambini fino a 3 anni di età, le abilità cognitive non verbali a lungo termine [2]. Perché si tenda poi a scegliere sempre Mozart e non Cajkovskij o Beethoven per questi studi resta invece un mistero. E per le piante? Sembra che esistano studi meno rigorosi al riguardo (ma qualche botanico magari mi smentisca volentieri): si è provato a far “ascoltare” alle piante di tutto, dalla classica al jazz al rock, e c’è chi sostiene che vi siano anche generi preferiti, ma in linea di massima sembra che l’impulso “positivo” che il vegetale riceve dalla musica derivi dalle onde meccaniche che la investono [3]; tali onde sarebbero benefiche, oltre che per la crescita, secondo alcuni anche per combattere le infezioni [4].

Dovete ora sapere che spesso in campo medico le funzioni si scoprono dalle disfunzioni: ciò che ci sembra naturale e normalissimo a un certo punto, per una qualche malattia, non c’è più, e solo allora riusciamo a comprendere a fondo cos’era; perciò andremo a indagare le disfunzioni musicali. Iniziamo col dire che molti non sono in grado di cantare e fischiare in maniera intonata, ma ne sono ben consapevoli, perché hanno meccanismi mentali che riconoscono i vari registri tonali, l’altezza delle note e il senso della melodia. Invece in un 5% della popolazione è presente una sordità tonale [5]: queste persone canteranno in modo stonato ma senza accorgersene, o non coglieranno una voce stonata.

Tuttavia riusciranno ad apprezzare la musica e il piacere del canto. La vera amusia, invece, è molto più rara: in questo caso le note non vengono riconosciute come note e quindi la musica non esiste, non esistendo una melodia; il risultato è solo un suono sgradevole. Hecaen e Albert descrissero il caso di un ex cantante il quale, in seguito a un ictus, paragonava qualsiasi tipo di musica allo stridio dei freni di un’automobile [6]. Sono stati descritti anche casi congeniti: immaginate queste persone nei secoli scorsi che andavano ai concerti solo per buona educazione ma ne soffrivano terribilmente e magari avevano paura di riferire la propria “menomazione” (consideriamo che questo problema clinico si è cominciato a conoscere negli anni ’70).

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Esiste anche una condizione chiamata distimbria, in cui a essere deficitario è il riconoscimento del timbro, ovvero quella particolare qualità sonora, indipendente dall’altezza tonale o dal volume – ciò che distingue il do di un pianoforte da quello di un sassofono. Dunque esistono nella
nostra corteccia cerebrale aree specializzate nel riconoscimento timbrico [7]: meraviglioso, no? E non è tutto, perché ci sono alcuni che riescono a perdere invece il senso della melodia e quindi ad avere una “sordità melodica”, seppur in presenza di un corretto riconoscimento delle note (si tratta qui di un’elaborazione concettuale di livello superiore, a sede principale nei lobi frontali). Oliver Sacks, nel suo bellissimo Musicofilia, descrive il caso di un uomo che dopo un ictus non riusciva più a riconoscere la melodia di Happy birthday to you, sebbene non avesse altri rilevanti deficit intellettivi.

Esiste ancora un altro aspetto del problema: la risposta emotiva alla musica. È possibile una sua perdita selettiva? Certamente, come testimonia il caso del dottor Freedman, che descrisse come, dopo una commozione cerebrale in seguito a una caduta dalla bicicletta, la musica avesse per lui perso di significato, e ascoltarla fosse diventato del tutto indifferente, seppur riconoscendo la specifica melodia e ricordando i sentimenti che gli provocava in precedenza. Per fortuna, fu un deficit transitorio [8], ma sono stati riferiti rari casi di perdita definitiva in seguito a ictus, specialmente dell’emisfero destro; inoltre tale disturbo è presente in buona parte dei bambini autistici (non in tutti) e in individui con sindrome di Asperger (gli autistici “ad alto funzionamento”, che riescono ad avere discrete interazioni sociali). In effetti è dagli anni Sessanta che la musicoterapia viene utilizzata per i bambini con disturbi dello spettro autistico, e oggi ci sono consolidate evidenze che, se condotta da personale specificamente formato, può migliorare l’interazione sociale, la comunicazione verbale e non verbale, i sentimenti di reciprocità verso gli altri e la qualità delle relazioni familiari. La musicoterapia risulta più efficace dei trattamenti standard, ed è ovviamente priva di effetti collaterali [9].

È anche possibile la condizione opposta: è stato descritto il caso di una paziente la quale, resa incapace di riconoscere la musica per una lesione cerebrale, ascoltando l’Adagio di Albinoni (dalla sua collezione di dischi), disse di non riconoscere quel pezzo, e poi commentò: “Mi fa sentire molto triste, il sentimento che provo mi fa pensare all’Adagio di Albinoni” [10]. Sembra dunque chiaro che l’ascolto della musica è ben più complicato, a livello cerebrale, di quello che si può normalmente pensare. Esistono poi persone dotate di “superpoteri” musicali: alcuni, ad esempio, hanno il sesto senso, e parlo letteralmente, perché il sesto senso è l’orecchio assoluto. Queste persone possono identificare all’istante e senza rifletterci l’altezza esatta di qualsiasi nota suonata singolarmente, mentre per tutti gli altri è necessario almeno un confronto, due note suonate di seguito, per poterne definire la diversa altezza (e probabilmente non sapremo dire quali note siano); il fatto che l’orecchio assoluto sia abbastanza raro – meno di 1
individuo su 10mila – rende molto improbabile le famose scene di Sarabanda in cui i concorrenti se ne uscivano fuori dicendo: “La indovino con una nota!”

Chi ha l’orecchio assoluto paragona questo senso alla percezione del colore, afferma che ogni nota ha un suo particolare “aroma” che egli può “sentire”, nello stesso modo in cui noi immediatamente riconosciamo il colore blu o il sapore amaro.

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Note:

[1] Cross I., Music, Cognition, Culture, and Evolution The New York Academy of Science, 2001.
[2] F.H. Rauscher, Music and Spatial Task Performance: A Causal Relationship, 1994.
[3] David Jones, Green Music, Nature, 1991.
[4] Bosung Choi, Positive regulatory role of sound vibration treatment in Arabidopsis thaliana
against Botrytis cinerea infection, Nature, 2016.
[5] Oliver Sacks, Musicofilia, 2007.
[6] Hecaen H. e Albert M.L., Human Neuropsychology, 1978.
[7] Griffiths et al., Dystimbria: a distinct musical syndrome?, 2006.
[8] Freedman L.R., Cerebral concussion in injured brains of medical minds: views from within, 1997.
[9] Monika Geretsegger, Music therapy for people with autism spectrum disorder, Cochrane –
Database of Systematic Reviews, 2014.
[10] Peretz i. et al., Dissociation between recognition and emotional judgement for melodies,
Neurocase, 1999.

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