Nella perfida terra di Dio

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Di solito, dalla letteratura di genere, non ci si aspetta un lavoro sulla lingua: ci si fa bastare l’intreccio e, anzi, la lingua è tanto meglio quanto è più semplice. Eppure, in ambito italiano, ci sono autori, inscrivibili all’interno della letteratura di genere, soprattutto quella noir, che possono essere considerati degli artigiani della lingua. Penso ad Angelo Petrella, Daniele Rielli, Simone Sarasso, Wu Ming e Omar Di Monopoli.

Quest’ultimo ha pubblicato un romanzo, per Adelphi, Nella perfida terra di Dio, in cui si può assistere a un gran lavoro sulla lingua, tutta tesa nel proiettare il lettore in una Puglia in cui mito e cruda realtà si sovrappongono, trasformandosi in una terra feticcio:

L’impronta rancida della malattia non voleva saperne di abbandonare la stanza in cui il vecchio mbà Nuzzo aveva tirato le cuoia tre giorni prima, allignando ostinata anche nel soggiorno ronzante di mosche incattivite dal caldo, quando il pick-up color caffellatte, un Volskwagen sbiadito e smarmittato che sembrava pronto per il ferrovecchio, spuntò oltre il limite del cancello e si fece strada lentamente sul vialetto soffiando neri sbuffi di gas di scarico e smuovendo piastre di fango raggrumato.

Omar Di Monopoli, Nella perfida terra di Dio, Milano, Adelphi, 2017.

L’incipit rinuncia alla paratassi ormai diventata canonica nel genere noir, soprattutto dopo l’influenza di James Ellroy, per abbracciare un periodare più corposo, in cui i nomi sono quasi sempre accompagnati da aggettivi, nel tentativo di aggiungere nuove sfumature di significato al mondo descritto. In una lingua apparentemente piana, compaiono termini dello slang filmico (“tirare le cuoia”), arcaici o colti (“allignare”), regionalismi (“mbà”), neologismi semplici ma efficaci (“smarmittato”). Inoltre, c’è anche una certa attenzione all’allitterazione, come ad esempio il ritorno di una C particolarmente potente (“mosChe inCattivite dal Caldo, quando il piCK-up Color Caffellatte”) o di una S che simula il fastidio di questo luogo caldo e inquinato (Si fece Strada lentamente Sul vialetto Soffiando neri Sbuffi di gaS di Scarico e Smuovendo piaStre…”). Andando avanti con la lettura, le parti narrative dalla prosa ricercata senza essere aulica si mescolano a un parlato che dà tutto il colore della Puglia, senza però rendersi incomprensibile a un lettore non necessariamente preparato sui vari dialetti italiani:

Tu t’à pigghjari la strada sott’alli piedi e te ne devi tornare di corsa ndo cazzo sei venuto. Noi con te non teniamo più a niente a che spartire, e se ti fai rivedere quant’è vero Iddio io a te ti pianto na pallottola nfronte…

Il dialetto, che da sempre nella tradizione letteraria italiana ha rappresentato la lingua della commedia, qui diventa strumento efficace per costruire una storia che ha tutti i tratti della tragedia: un padre, dopo molti anni, ritorna in paese per prendersi cura dei figli, ormai soli al mondo dopo la morte del nonno. Tale ritorno, però, rimette in moto le trame di una vecchia storia che si era assopita, senza esser mai stata affrontata del tutto. In questa tragedia vari tempi si sovrappongono: non solo grazie all’oscillare tra un Prima e un Dopo che, a capitoli alterni, mostra come il presente realizzi quanto iniziato nel passato; ma anche – e soprattutto – alla costruzione di un mondo in cui il presente non è che una spianata di resti: c’è il tempo dei profeti, rappresentato da mbà Nuzzo – predicatore e santone in una terra martoriata dal cancro, c’è la criminalità organizzata tra vecchi codici d’onore e nuovi commerci nel traffico di rifiuti, c’è il feudalesimo religioso delle Sorelle del Martirio, l’inviato di Occhio alla Notizia che indaga in questo paese sperduto in cui lo spiritualismo sembra ancora avere una certa forza e un mondo fatto di auto, armi, macchine che regnano in questa terra incolta e infertile che sembra vivere solo del sangue versato dei propri figli, tutti intrappolati in una logica ancestrale di lotte tra famiglie e di fanciulle perseguitate dal demone della lussuria.

Il dialetto è il corpo e il sangue di questo mondo letterario: se nel mondo greco è l’Ananke a condizionare la vita degli eroi, qui è la terra, perfida come nel titolo. E il dialetto, ancor di più dell’italiano, ha le sue radici nel territorio nel quale nasce. Infatti, se in questa carrellata di personaggi – che fanno a gara per essere più meschini dell’altro – si provasse a tornare indietro per rintracciare la causa prima che ha dato il via all’intero intreccio, si trova il territorio brullo e povero. Questa perfida terra di Dio è la causa prima, poiché Dio stesso si mostra nella sua totale indifferenza in un territorio che comanda e costringe gli uomini a mettere in scena questa storia di lotta per la sopravvivenza, attraverso i pochi mezzi che hanno a disposizione: la predica e la violenza. Da una parte il mondo della religione – sia istituzionale che popolare – che vive della speranza altrui, dall’altra le armi di chi, al contrario, è stanco di sperare e vuole tutto subito.

Ciononostante, la volontà dell’uomo esiste e resiste, anche se non nella forma dell’affermazione, ma nella forma della negazione del torto subito: eppure, la vendetta non è un mero guardare al passato, anzi: è il tentativo di porre fine al dominio del passato sul presente, affinché le nuove generazioni possano sopravvivere senza ereditare la colpa dei padri. E qui sta la contemporaneità di questa tragedia: il volere rompere la catena della colpa gettando il passato in un luogo mitico, che poi deve essere bruciato, come un dio che si purifica nel suo stesso fuoco.

 

Gerardo Iandoli

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