Sono solo canzonette: siamo sicuri che la leggerezza sia meno profonda della gravità?

Condividici

IL MITOLOGO, a cura di Gerardo Iandoli

Dal numero de L’Opinabile di Primavera 2018

A più un mese di distanza da Sanremo 2018, e quindi con gli animi ormai raffreddati, è opportuno fare un’analisi politica delle due canzoni che sono arrivate in vetta: Non mi avete fatto niente del duo Ermal Meta e Fabrizio Moro e Una vita in vacanza  dei Lo stato sociale.

La prima si inscrive all’interno di quel filone di vincitori di Sanremo che si sono occupati del sociale, come Fabrizio Moro stesso, ma anche Simone Cristicchi ed Emma Marrone la seconda canzone, al contrario, in quella nuova tendenza, inaugurata da Francesco Galbani e la sua Occidentali’s Karma, che attraverso un testo ironico e un ritmo ballabile riesce a coinvolgere il pubblico e soprattutto a diventare un motivetto memorabile, da cantare e ricantare.

La canzone di Meta e Moro, a un primo ascolto, sembra essere un grido di resistenza al terrorismo contemporaneo: ciononostante, ci sono alcuni elementi che, purtroppo, vanno a confermare, anziché contrastare, quella mentalità che ha reso possibile il terrorismo. Il ritornello della canzone fa:

“Non mi avete fatto niente/ Non mi avete tolto niente/ Questa è la mia vita che va avanti/ oltre tutto, oltre la gente”.

Colui che parla, l’io “poetico” e “fittizio” della canzone afferma che, nonostante le tragedie, la sua vita è rimasta uguale (non gli è stato fatto niente) e che addirittura la sua “ricchezza”, i suoi possedimenti non sono stati alterati (non gli è stato tolto niente). L’uso dell’aggettivo dimostrativo “questa” e dell’aggettivo possessivo “mia” mostrano l’unicità della vita che canta, la quale afferma in maniera perentoria la sua individualità, oltre tutto (le situazioni, le circostanze, l’esistente stesso) e la gente (quindi oltre le volontà altrui).

L’immagine che ci viene restituita è quella di un individuo-scoglio, che resiste ai flutti più violenti nella sua impassibilità, nel suo ostinarsi a esistere nella stessa maniera, nonostante quanto gli accada intorno. Tale atto di forza, però, è alla base di quell’individualismo contemporaneo che, il più delle volte, sfocia nell’indifferenza che ha provocato il terrorismo: infatti, quest’ultimo nasce dall’estrema necessità di catturare l’attenzione del mondo Occidentale, assopito nella sua ricchezza, per mostrargli come la sua opulenza derivi dallo sfruttamento e dall’impoverimento di altre aree del pianeta. Tale indifferenza è stata percepita in maniera così violenta dal mondo al di là dei confini occidentali, da far maturare sentimenti di vendetta così estremi da spingere alcune persone a preferire il suicidio/omicidio. Secondo tale ragionamento, se il terrorismo nasce dall’indifferenza, opporre a quest’ultimo ulteriore indifferenza significa aumentare l’escalation di violenza necessaria per catturare, di nuovo, l’attenzione.

            La canzone continua dicendo: “ma contro ogni terrore che ostacola il cammino/ il mondo si rialza/ Col sorriso di un bambino”.

Purtroppo, qui si fa uso dell’immagine della fanciullezza in maniera superficiale. Opporre con quel “contro” il “terrorismo” al “sorriso di un bambino” significa voler opporre all’orrore l’incoscienza. Infatti, le reazioni emotive del bambino non sono ancora mature, frutto di un’elaborazione che deriva dall’esperienza, ma risposte immediate, che non sempre scaturiscono da una reale comprensione dei fatti. Inoltre, e ormai le immagini sono sotto gli occhi di tutti, sappiamo che il mondo dei più piccoli non riesce a opporre un sorriso al terrore, nei numerosi casi di guerra, immigrazione, tragedie varie. Quindi, di quale sorriso stiamo parlando? Ancora una volta, del sorriso dei nostri bambini, cioè del sorriso di chi è lontano dalle vicende tragiche e di chi, con la spensieratezza che lo contraddistingue, può continuare a non importarsene. Ma un bambino di fronte al sangue è un bambino, inevitabilmente, traumatizzato, che può sorridere solo se, effettivamente, non ha la minima coscienza di cosa stia osservando.

Moro e Meta ci parlano di indifferenza e incoscienza, cioè di un atteggiamento che non fa differenze e che non viene coinvolto dal reale che lo circonda. In sostanza, è come se la soluzione fosse il limitarsi a essere delle monadi.

La canzone dei Lo stato sociale, invece, prende tutto il nichilismo dell’indifferenza contemporanea e cerca di sbeffeggiarlo: di fatto, il termine vacanza rimanda alla dimensione del vuoto, a ciò che è vacante. Una vita in vacanza, quindi, indicherebbe una vita vuota. Tale “vita in vacanza” viene contrapposta a una serie di attività (sono tutte preannunciate dal verbo “fai”) che sono diventate famose nel mondo contemporaneo, ma che hanno dimostrato tutta la loro vacuità, perché incapaci di far sì che l’individuo si possa affermare attraverso di esse: il cameriere, il laureato, l’esodato, la blogger di moda. L’elenco termina, non credo in maniera casuale, con il termine “disoccupato”: ecco, la conclusione mette a nudo quello che è il “fantasma” che aleggia intorno a ogni ruolo contemporaneo. L’eterno rischio di non avere più occupazione, di smettere di agire, di diventare vuoti. Allora, per non farsi annichilire dal lavoro, si dovrebbe scegliere la vacuità anziché subirla. L’ironia è feroce e neanche così velata: c’è una parte, non a caso quella più lenta, quella dove cambia la voce, quella che non è ballabile e che quindi costringe il pubblico all’ascolto, che dice:

“Vivere per lavorare/ o lavorare per vivere/ Fare soldi per non pensare/ Parlare sempre e non ascoltare/ Ridere per fare male/ Fare pace per bombardare/ Partire per poi ritornare”.

Questo inciso nel ritmo travolgente della canzone mette a nudo quello che è diventato il lavoro contemporaneo: non più un mezzo per guadagnarsi da vivere, ma strumento di sopraffazione che diventa tratto distintivo, d’élite in un mondo in cui, le altre mansioni, a causa della loro precarietà, faticano a raggiungere lo status di lavoro “reale”, capace di sostenere la vita di chi li compie. E questo è evidente in quel momento di autoironia, in cui il cantautore riesce a sopravvivere soltanto “giocando col poker”, per mostrare la difficoltà che si trova anche dietro al lavoro di un gruppo che – nel momento in cui canta per la prima volta questa canzone – si trova in uno dei massimi templi del successo italiano.

Eppure, nel finale, l’ironica vita in vacanza mostra un momento di lucidità: quando più nessuno dice “se sbagli sei fuori”, allora si può vivere felici. L’espressione “sei fuori”, ripetuta più volte, ha due significati: è sia l’espressione per indicare il licenziamento, sia quella per indicare la pazzia. In entrambi casi, la metafora è spaziale: colui che sbaglia è fuori dal luogo della perfezione (dove non si sbaglia) e della sanità (dove non si è pazzi). Chi sbaglia è fuori: è l’anormale per eccellenza. Ciononostante, la vacanza ci mostra come, tutto questo, sia folle a sua volta: ricercare la perfezione, in questo mondo ben lungi dall’esserlo, significa etichettare l’altro come folle o sbagliato per sopraffarlo.

Una sopraffazione che è, di fatto, ciò che deve diventare anormale, che deve essere finalmente allontanata dalle nostre vite. Fino ad allora, l’unica soluzione, secondo questa canzone, è quella di allontanarci noi da tale condizione, andando “in vacanza”: una rievocazione delle pratiche passive e non violente delle proteste operaie del Novecento?   

LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO ABBONANDOTI GRATUITAMENTE A L’OPINABILE

Be the first to comment

Leave a Reply

Your email address will not be published.


*