Africa, il continente della musica – una playlist tra ritmo e impegno sociale

Logo del movimento Balai Citoyen, fondato nel 2013 dal musicista reggae Sams’K Le Jah, e il rapper Serge Bambara
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IL MUZUNGU, rubrica sul continente nero a cura di Marco Simoncelli

Dal numero de L’Opinabile di primavera 2018

 

Alcuni dicono che la musica sia lo specchio dell’anima, altri che sia l’ossigeno dell’essere umano senza il quale non si può vivere. È vero, ma nel continente africano  è più vero che altrove.

La musica è il cuore africano che batte e l’anima che canta. In Africa tutto è musica. Essa rappresenta un elemento imprescindibile della vita quotidiana e permea tutti gli strati sociali e i modelli di comportamento della società.

Per questo non stupisce che il suo potere coinvolgente sia stato e resti uno strumento estremamente importante per la politica africana, che ne ha fatto uso in vari modi, dalla propaganda dei regimi dittatoriali fino alle battaglie per i diritti sociali.

Gli artisti africani in un certo senso diventano anche attivisti, perché le loro opere riescono ad avere una penetrazione tale da essere in grado di spostare l’ago della bilancia nelle scelte in campo politico o creare movimenti di protesta che rovesciano regimi. Il cantante africano in genere proviene da situazioni difficili e a causa di ciò appare maggiormente portato alla protesta e alla denuncia. Per questo i politici sono attentissimi a ciò che avviene nel mondo della musica nel loro paese e cercano di influenzarla o reprimerla con minacce e arresti spingendo spesso gli artisti all’esilio.

Prima che il movimento hip-hop cominciasse a farsi largo nei sobborghi della capitale senegalese Dakar e le baraccopoli nigeriane iniziassero a sfornare star del rap a ripetizione, vi furono artisti africani che con le loro storie raccontarono la vita di un’Africa differente, che tra gli anni 60 e 90 cercava di ripartire dopo l’epoca coloniale. Furono loro i primi musicisti ad esprimere coscienza sociale nelle loro opere nelle quali denunciavano le pene che affliggevano la loro gente e ancora oggi i loro testi ispirano le nuove  generazioni di artisti.

I precursori

Alcuni grandi compositori  furono “adottati” dai regimi come avvenne per il chitarrista e compositore congolese François Luambo Makiadi. Conosciuto come “Franco”, percorreva il continente con la sua band “Ok Jazz” rivoluzionando la famosa rumba africana, e il suono fluido e veloce della sua chitarra (era soprannominato “lo stregone della chitarra”) venne usato dal regime di Mobutu Sese Seko per promuovere il suo messaggio politico nell’allora Zaire.

Completamente opposto l’attivismo del nigeriano Fela Kuti, uno degli artisti africani internazionalmente più conosciuto come “the Black President” che rivoluzionò il mondo della musica con l’afrobeat. Anche lui fu un grande attivista. Voleva utilizzare la musica “come un’arma” e componeva canzoni che criticavano i politici e la corruzione in Nigeria. Nella canzone “Zombie” denunciava in particolare l’esercito. Kuti era un personaggio eccentrico e ribelle che arrivò a creare una repubblica indipendente nel villaggio di sua proprietà che chiamò “Kalakuta republic” che lo rese una sorta di leggenda del mondo della musica.

Feramare la musica in Africa è impossibile

Un altro personaggio di spicco fu il senegalese Youssou N’dour che dopo aver inventato il genere mbalax ebbe un grande successo musicale a livello internazionale (vincendo un Grammy nel 2005). Youssu si è sempre battuto per promuovere l’idea di una “better Africa” capace di emanciparsi con le sue proprie forze. Nel 2012 da musicista-attivista è entrato direttamente in politica candidandosi alla presidenza, fallendo. Venne poi nominato Ministro della Cultura e del turismo dal 2012 al 2013.

Fra coloro che hanno partecipato direttamente alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica va ricordata la famosissima cantante jazz Mariam Makeba, detta “Mama Africa” di cui tutti ridordiamo il suo celebre brano Pata Pata . A causa del suo attivismo contro il regime di Pretoria fu costretta all’esilio per trent’anni e le venne tolta anche la cittadinanza sudafricana. Nonostante gli ostacoli  vinse un Grammy e fu Delegata delle Nazioni Unite. Molto amica di Nelson Mandela che sostenne anche dall’estero, si impegnò in numerose battaglie per i diritti civili. Morì nel 2008 per un attacco di cuore in Italia a Castel Volturno dopo essersi esibita in un concerto contro la camorra.

Lo scorso gennaio è scomparsa un’altra icona musicale della lotta all’apartheid, Hugh Masekela. Un trombettista jazz di grande talento che rappresentava l’esempio vivente dello strettissimo legame raggiunto tra la musica e la politica nel Sudafrica di quegli anni. Non a caso la sua hit più nota a livello internazionale è Bring him back home che fu composta per chiedere la scarcerazione di Nelson Mandela. Personalmente però chi scrive consiglia di ascoltare e leggere il testo del brano “Chileshe”.

Ovviamente se parliamo dei grandi nomi che hanno fatto la storia recente della musica nel continente, viene subito alla mente il maliano Salif Keita. Questo simbolo vivente della musica africana (considerato la “voce d’oro dell’Africa”) conosce il significato di emarginazione per essere stato allontanato dai membri della sua famiglia e del suo villaggio perché affetto da albinismo. Nella musica ha trovato il modo per emergere ed esprimere i diritti della comunità degli albini attraverso nel suo album “La Différence” del 2009 e quelli di tutto il mondo nero con la hit “Africa”

 

Impegno dedicato.

Come Keita dimostra, i grandi artisti-attivisti africani non si occupano solo di politica, ma anche di problemi sociali ben definiti. La beninese Angélique Kidjo, che pur cantando in lingua yoruba ha vinto un Grammy nel 2008, si è sempre distinta per i suoi sforzi umanitari in alcune zone di crisi nel continente, come quella nel Darfur in Sudan, con un-attenzione particolare su l’accesso all’educazione delle donne.

La talentuosa cantante e chitarrista maliana Fatoumata Diawara è un esempio per il suo impegno costante nella lotta per l’emancipazione del suo paese e la conservazione delle sue tradizioni utilizzando la sua splendida voce per lottare contro al-Qaeda e i gruppi estremisti islamici che da anni stanno distruggendo la vita del suo paese. Non a caso. sua e’ la voce nella splendida colonna sonora del film Timbuktù del 2014 nella quale racconta la sua terra con dolce nostalgia.

Sul tema dei diritti delle donne nel continente Oumon Sangaré è un’altra grande artista maliana in prima linea. È la principale interprete del genere wassoulou che dà largo spazio alla voce femminile. Nel suo album mozzafiato intitolato “Moussolou” (donna) affronta il ruolo della donna nella società con uno sguardo al problema della poligamia, ai matrimoni combinati e all’infibulazione.

La lotta all’HIV e la sensibilizzazione della società sulla malattia e la sua trasmissione è un altro tema specifico che è stato molto trattato da diversi artisti. Il senegalese Baaba Maal ha fatto di questo uno dei suoi principali obiettivi durante i suoi tour africani passando villaggio per villaggio.

Il rap e l’impegno politico odierno

Oggi la tradizione della musica di lotta sociale continua attraverso il rap che fa mobilitare i segmenti più giovani della società coinvolgendoli sempre più grazie all’avvento dei social media.

[…]

LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO SUL NUMERO DI PRIMAVERA 2018

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