La Trahison des clercs – perché Macron a Strasburgo ha citato l’opera di Julien Benda?

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Emmanuel Macron ha citato il titolo di un importante trattato di Julien Benda che nel 1927 fece molto discutere.

Julien Benda è stato un intellettuale francese di primissimo piano tra gli anni ‘20 e ‘30, molto attivo (e dalla penna implacabile) sulla Nouvelle Revue Française, all’epoca il primo organo di diffusione letteraria e critica d’Europa. Benda, autore di alcuni romanzi, è oggi ricordato soprattutto per il suo trattato La Trahison des clercs, il tradimento dei chierici, dei monaci, come lui intendeva, non senza una dose di ragione, dovessero essere gli intellettuali.

Emmanuel Macron, che come tutti noi percepisce e riconosce nell’oggi la pericolosa atmosfera che si respirava in quegli anni, a un tratto del suo discorso pronunciato a Strasburgo il 17 aprile 2018, riferendosi alle motivazioni dell’attuale crisi politica del nostro continente, dice:

Ce n’est pas le peuple qui a abandonné l’idée européenne, c’est la Trahison des clercs, qui la menace.

Una frase del tutto condivisibile. Peccato che sia rovinata dall’antico ‘tic’ francese di parlare al parlamento di Strasburgo sempre e solo di “peuple”, mai di “peupleS”. Ho riascoltato più volte (il francese può essere sottile), ma pare che lo dica proprio al singolare. Non lo fa apposta, è un po’ come Fonzie che non riusciva a pronunciare la parola “scusa”.

Julien Benda

Che cosa intende Macron? Una cosa molto precisa: il tradimento degli intellettuali descritto da Benda per quanto riguarda gli anni 20 – e non solo da lui, ma da lui meglio – è avvenuto nel momento in cui, in seguito alla prima guerra mondiale, e in reazione ad essa, gli intellettuali hanno abbandonato il loro essere super-partes, ovvero il dare poca importanza alle frontiere politiche e nazionali in nome della cultura europea (si veda anche solo Voltaire), per cedere all’ideologia e quindi alla faziosità della lotta politica. Il discorso è ambiguo, cerchiamo di spiegarci.

Si tratta quindi di una filippica contro l’intellettuale engagé ? in una certa misura si. Ma solamente in certa misura. Si tratta di una durissima critica all’abbandono da parte della classe intellettuale di tutta Europa della ricerca della verità, al di sopra anche della Patria. In questo consiste la trahison denunciata da Benda. Ed è quindi un punto di vista inconciliabile, per esempio, con quanto scriveva negli stessi anni Antonio Gramsci, contro gli indifferenti: “vivere significa essere partigiani”.

Si tratta di un fenomeno, quello descritto da Benda, che nei suoi anni è oggettivo. Si pensi ai legami a doppio filo tra futurismo italiano e fascismo, surrealismo francese e partito comunista eccetera.

Si pensi addirittura a Benedetto Croce, che all’inizio della Grande Guerra scriveva ne La Critica di voler procedere senza pensare alla guerra, appunto perché il suo “dovere verso la Verità è maggiore e racchiude in sé il dovere verso la Patria”. Ma dopo la prima Guerra persino Croce inaugura, nella sua rivista, una rubrica dedicata alla “presente vita italiana”, nella quale critica aspramente il fascismo e la mentalità imperante intorno a lui. Persino Croce fu preso dal fuoco della politica? In quegli anni era praticamente inevitabile, ma si veda con quanta veemenza il filosofo campano attacca Heidegger quando ha notizia del suo essersi schierato col partito nazista. Lo accusa di “prostituire la filosofia”.

Questo è un clerc, un monaco, secondo Benda. Uno studioso che, parimenti un benedettino, non interviene nel mondo esterno, se non con l’ausilio dell’oggettività di un’immensa cultura, per non parlare se non con il controllo ragionato dello scritto. Ma che comunque interviene, non un bibliotecario muto. Solo che interviene in nome, sempre, di un bene superiore, qualcosa che potremmo definire la verità, o la sua ricerca. Uno studioso, un professore, un monaco, non si può dir meglio, per dare l’idea di come intendesse, Benda, opporre il pensare all’agire. 

Le azioni dei clercs, infatti, “già dalla loro essenza non sono dirette a fini pratici; persone, che cercano soddisfazione nell’arte, nella scienza o nella speculazione metafisica -, in breve, nel possesso di beni immateriali”

Si opponeva, però, a un fenomeno che oggi al contrario non pare troppo presente. Non nella classe intellettuale. Poco attiva, seppur non per questo molto pensosa. Sicuramente interessata ai beni materiali, allo scambio tra il loro sapere e i beni e servizi che la società fornisce. E ne vogliono pre tanti. Forse, è vero, la classe intellettuale di oggi è molto faziosa, ovvero polarizzata su posizioni sempre più drastiche ed estreme.

Ma non se la prendeva col mercantilismo degli intellettuali, all’epoca non era certo un fenomeno importante. E’ opportuno ricordare che Julien Benda criticava aspramente, in particolare, Charles Maurras, ovvero il massimo intellettuale di estrema destra di Francia – e quindi il più grande fascista dei paesi democratici. Charles Maurras, tuttavia, aveva una rivista a sua volta, e collaborava con molti editori, era autore di romanzi… Un professionista del pensiero e della scrittura. Non si direbbe proprio che oggi, neanche quelli che scrivono – e si conti tra questi anche chi scrive queste righe – siano intellettuali. 

Può darsi che Macron citi Benda, quindi, in modo sbagliato, o solamente a metà. Ovvero, solo nel senso di: gli intellettuali, si legga le élite politiche ed economiche, hanno abbandonato l’universalismo – l’università – per limitarsi in un mondo fatto di autoritarismo putiniano e violenza verbale alla Trump. Ma siamo sicuri che sia questo quel che guardano gli intellettuali oggi?

Al contrario di quanto dice Macron, si direbbe invece che è proprio “il” popolo ad aver abbandonato l’idea europea, mentre gli intellettuali cercano di difenderla. Perché l’idea europea, in fondo, diciamolo pure, è un’idea di per sé intellettuale, multi linguistica, nient’affatto locale-familiare-dialettale. Manca allora una mitologia, e qui sta il limite degli intellettuali piuttosto, l’incapacità di farsi portatori di un messaggio per i popoli europei, in cui si rispecchino, un qualcosa di condiviso, per così dire internazional-popolare. Cosa che dovrebbe essere appunto il racconto delle guerre mondiali, un racconto che però non è mai stato epicizzato. (e diremo questa enormità senza approfondirla, che sarebbe troppo lungo. Il lettore ricettivo provi a seguire l’idea con la sua sensibilità).

Trump, Orbàn, Le Pen, Salvini, mettiamoci pure Di Maio, non appaiono affatto come intellettuali. Né hanno la simpatia delle rispettive classi intellettuali. Al contrario. Il tradimento dell’oggi sembra stare nel lato opposto: gli intellettuali si rifiutano di ascoltare né riescono a farsi ascoltare dai popoli sempre più sul piede di guerra. Come abbiamo già scritto, all’Europa servirebbe un Virgilio, cioè una classe intellettuale in grado di restituire attivamente, con il fare, agli europei il sentire, il sentimento dell’essere europei.

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