La cultura della paura e il controllo delle masse: come la Disney sta programmando i bimbi

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L’abbiamo vissuto sulla nostra pelle. L’abbiamo visto nei nostri figli. Non abbiamo bisogno che gli psicologi ci confermino che i bambini “che vedono favole violente sono più inclini a disturbi del sonno”. Questo lo sapevamo già. Tuttavia, quando investighiamo un minimo, abbiamo la conferma che anche le grandi aziende lo sanno.

E’ l’abstract di un interessante (interessante quanto possono esserlo gli scritti evidentemente apocalittici, se non proprio cospiranoidi) articolo di José Negrón Valera per il sito islamofilo in lingua spagnola AnnurTV.

Qui potete leggere la versione completa, mentre di seguito vi proponiamo alcuni estratti (ivi compresi i cinque elementi che il giornalista sottolinea come costanti di questi contenuti audiovisivi volti a instillare timore già nei nostri pargoli):

Non senza un perché, aziende come la Disney spendono ingenti somme di denaro per specialisti e consulenti. È questo il punto in cui tutto si complica e sorge la grande domanda: perché sforzarsi per spaventare i bambini?

Trovare la causa

Il primo incidente è avvenuto nel 2017, durante un breve soggiorno a L’Avana, a Cuba. Miranda, la mia figlia maggiore, si sveglia agitata, confessa che “non può smettere di pensare a ‘Otra semana en Cartoon’, una piccola serie animata della nota catena di contenuti per bambini (Cartoon Network, ndt), che stava guardando da alcuni giorni.

Il secondo episodio ha luogo a Caracas, un paio di mesi dopo. Questa volta, è la mia figlia più piccola che non riesce a dormire. Manuela si trovava francamente terrorizzata e di fronte alla mia domanda su cosa l’avesse spaventata mi rispose soltanto: “Non riesco a togliermi dalla mente gli zombi di ‘Acampados'” (‘Summer Camp’ in Italia, ndt).

Questa breve cronaca potrebbe essere quella di qualsiasi padre che abbia dovuto affrontare il terrore notturno dei suoi figli, in particolare quelli che sono il prodotto dell’esposizione a determinati contenuti in televisione e su Internet. Tuttavia, mi ha fatto allarmare per un fenomeno che, sebbene non sia nuovo, ha una ripercussione maggiore data l’onnipresenza dei contenuti audiovisivi a cui milioni di bambini sono esposti attraverso le nuove tecnologie dell’informazione.

Politiche di paura

Ci sono molti studi disponibili su Internet che ci mettono in guardia sulla stretta relazione tra esposizione a contenuti per ragazzini violenti e problematiche come disturbi del sonno e ansia infantile.

Per Bourke (la Professoressa Joanna Bourke, ndt) c’è un’esacerbazione della paura come meccanismo di controllo, in particolare dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre. A suo avviso, ci sono governi come quello degli Stati Uniti e del Regno Unito che hanno promosso la paranoia collettiva, per sviluppare ogni tipo di politica sociale.

[…]

1) 99% dramma e 1% di felicità

Il “lieto fine” ha una ragione. È necessaria una piccola oasi che consenta di non partire con un’idea negativa del film. Prendiamo il caso di “Frozen”, solo per citare un piccolo esempio.

Dall’inizio del film, lo spettatore bambino è esposto a tragedie su tragedie. Le emozioni associate alla tristezza e all’angoscia, si muovono durante la pellicola senza dare un minuto di riposo. Solo nell’ultima parte avviene la rivendicazione di eroina e il personaggio antagonista viene punito. Certo, questo momento non dura più di cinque minuti in un lungometraggio di quasi due ore. Una struttura che si ripete ancora e ancora, in ogni produzione della multinazionale dell’intrattenimento.

2) Uccidi la madre!

Per Don Hahn, alta sfera della Disney, ci sono due ragioni che giustificano che i protagonisti non hanno quasi mai madri (o che devono morire all’inizio del film).

La prima ragione, etichettata come “pratica”, è giustificata dallo stretto margine in cui il protagonista deve “crescere” e affrontare il mondo. […]

La seconda ragione è che Walt Disney si sentiva in colpa della morte di sua madre, avvenuta in un incidente domestico. […] Questo fatto a quanto pare determinerebbe la propensione del creatore dell’impero dei media a fare a meno delle madri all’interno delle proprie produzioni.

[…]

Secondo un’indagine dell’Università di Buffalo, il fatto che i bambini osservino “queste scene inquietanti è una parte importante nell’inizio delle conversazioni sulla morte”. Un buon uso dato al “principio di autorità”, affinché l’infanzia continui a essere sottoposta a scene devastanti, naturalmente, per il proprio bene e con l’avallo della sacrosanta scienza.

3) L’ossessione per le corna

E no, non stiamo parlando della famosa festa della baronessa Rothschild che ha avuto tanto spazio all’interno di blog e canali YouTube dedicati alla teoria della cospirazione.

Dall’innocente film “Fantasia” a “Maleficent”, l’universo Disney ricorre costantemente all’uso delle corna come elemento simbolico. […]

Prendiamo come esempio la nuova serie ‘Project Mc2’, trasmessa da Netflix […] e sì, perché negarlo, anche la celebrazione di cui abbiamo già parlato della baronessa Rothschild, ci viene da pensare che ci sono troppo coincidenze affinché l’uso delle corna sia semplicemente catalogato come un elemento decorativo casuale e non voluto. 

4) Culto della morte? Gli zombi, i vampiri e le possessioni demoniache

“I morti viventi sono di moda”, potrebbero dire le grandi catene commerciali. Ma chi determina il gusto sociale o la moda? Pierre Bourdieu ha la risposta: questa stessa industria culturale.

Se vediamo ad esempio la serie ‘Acampados’, di cui abbiamo parlato all’inizio, dobbiamo solo leggere il titolo di alcuni dei suoi episodi per domandarci se sono adatti per i bambini di sette anni in su. Loro lo sanno, e suppongo guidati dall’accorgimento giuridico per evitare denunce, suggeriscono all’inizio di uno degli episodi di punta, “Prigionieri della Nebbia”, di guardare le immagini in compagnia di un adulto. […]

D’altra parte, un’altra serie, catalogata come adatta per TUTTO il pubblico, ‘My Little Pony’, mostra continue trasformazioni dei personaggi in figure demoniache. Proprio quello che i bambini dovrebbero vedere prima di spegnere le luci e andare a dormire.

5) Chi è il buono e chi è il cattivo?

Ammettiamolo, la realtà non è dicotomica. Tuttavia, quando parliamo di educazione dei bambini, dobbiamo essere molto attenti nel tratteggiare linee.

I confini sfocati tra il bene, il male, il solidario o l’egoista, sono variabili culturali, ma anche dispositivi al servizio di chi controlla il potere. Una tendenza recente è quella di invertire il ruolo e rendere eroi coloro che non dovrebbero essere visti come tali. […]

Mini dottrina dello Shock?

La ricercatrice Naomi Klein, nella sua “Dottrina dello shock” rivela i meccanismi che gli Stati Uniti usano per ottenere il controllo politico e militare del mondo. Un’operazione che comporta una serie di shock (colpi di stato, terrore, misure economiche e interventi militari) al fine di controllare la popolazione attraverso la cancellazione “delle menti e dell corpo delle persone e ricreandole da zero” .

Potremmo usare la metafora per parlare degli “shock” che provocano i contenuti terrificanti nei bambini. A differenza della tesi della Klein, dove l’obiettivo è economico e di controllo politico, con l’industria culturale lo scopo potrebbe essere rappresentato nella ricerca della plasmazione della società del futuro. Preparare le menti dei soggetti, gli impulsi psico-emotivi, per renderli inclini e molto più vulnerabili a un successivo controllo delle masse.

Steve Jobs, il fondatore di Apple, ha confessato in un’intervista che non permette ai suoi figli di usare l’iPad, perché “lo considerava molto pericoloso per loro”. […]

Penseranno come Jobs, i proprietari di realtà come la Disney? Permetteranno ai loro figli di trascorrere il loro tempo esposti a contenuti terrificanti che distribuiscono per il resto della popolazione? Forse no. Quindi, se loro non lo fanno, perché lo fai tu?

Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno).
Dal 2017 vicedirigo ‘L’Opinabile’ e per L’O provo a vedere che succede nel mondo.
Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo.
Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno). Dal 2017 vicedirigo 'L'Opinabile' e per L'O provo a vedere che succede nel mondo. Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo. Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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