Il razzismo è la negazione della tradizione occidentale, oltre che della scienza contemporanea

View of a square with the king's fountain in Lisbon, autore anonimo, ca. 1575
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Un quadro della fine del 1500, di autore anonimo, riporta una scena di vita quotidiana a Lisbona. Quel che colpisce è la presenza di uomini bianchi e neri. E ancora di più colpisce il fatto che i ruoli sociali, dallo schiavo al cavaliere, siano impersonati, indifferentemente da bianchi o neri. Insomma: il quadro rappresenta un mondo che abbiamo dimenticato, di una Lisbona capitale di un impero globalizzato in cui non esisteva il razzismo – non per questo vigeva l’uguaglianza tra le classi sociali, si badi bene, ma non esisteva una ragione “esteriore” come il colore della pelle, per relegare un uomo a un rango rispetto a un altro.

Il concetto di razza ha una storia molto antica, ma non quello di razzismo, che è un’invenzione recentissima (inizio del XX secolo) e comunque già superata, grazie alla scienza genetica. Abbiamo fatto una piccolissima ricerca per ricostruire le maggiori correnti di pensiero, non tanto per dimostrare, cosa ovvia oggi per chiunque non sia un completo analfabeta, che non esistono le razze.

Quel che ci interessa soprattutto dimostrare è come chi pretenda di agganciarsi alla tradizione per giustificare il proprio razzismo non sta facendo altro, invece, che rinnegare secoli e secoli di civiltà europea e occidentale in cui le differenze esteriori non hanno contato nulla. E si parla di epoche (come l’impero romano e il medioevo) tutt’altro che liberali e permissive. Cominciamo:

ANTICHITA’

Nell’antichità la parola “razza” – e il concetto – non esistono proprio. Si fa riferimento piuttosto alla gens, cioè alla famiglia, o meglio al clan: non era infatti un legame di sangue a determinare l’appartenenza a un gruppo.

Il medico greco Ippocrate credeva, come molti altri pensatori della storia antica, che fattori quali la geografia e il clima svolgessero un ruolo significativo per determinare l’aspetto fisico dei diversi popoli.

Nel De aere, aquis et locis scrive che “le forme e le disposizioni dell’umanità corrispondono alla natura del paese“. Egli stabilisce le differenze fisiche e temperamentali tra i diversi popoli a fattori ambientali come il clima, le fonti d’acqua, l’altitudine e il tipo di terreno; ebbe anche ad osservare che i climi temperati creavano popoli “lenti e non adatti a lavorare”, mentre i climi più estremi conducevano i popoli ad essere “bruschi, industriosi e vigili”. Osservò infine che i popoli dei paesi montani erano “robusti, alti e molto idratati” e mostravano caratteristiche “intraprendenti e guerriere” laddove invece i popoli situati ad un più basso livello del terreno, ben ventilato e irrigato erano maggiormente affetti da effeminatezza e da una gentilezza connaturata. In questa considerazione sta il germe del pensiero (che non appartiene agli antichi) che vorrebbe confondere natura e cultura, e pretende quindi che, per esempio, un bambino nero nato in Italia, istruito nella scuola italiana e totalmente italofono, magari con un accento regionale, non sia tuttavia italiano. 

Qualche anno fa la Bbc scandalizzò gli ignoranti mostrando un centurione nero. Era pratica diffusa già in epoca repubblicana quella di arruolare i popoli sottomessi. (che comunque non accedevano alla civitas)

Ad ogni modo, questa era la concezione generale che nell’antichità si aveva delle razze. In molte civiltà antiche gli individui con apparenze fisiche molto diverse, potevano diventare pienamente membri di una determinata società, crescendo e sviluppatosi all’interno di quella stessa società o adottandone le norme culturali. Infatti le civiltà dell’antichità classica tendevano ad investire la massima importanza nell’affiliazione tribale o ad una famiglia (gens) piuttosto che basarsi sull’aspetto fisico di un determinato individuo.

Inoltre, le caratteristiche fisiche particolari erano associate solo ed unicamente alle qualità psicologiche e morali dell’individuo. Tanto che i Romani nel loro nome portavano indicazioni sul corpo dell’individuo (Cicerone) e della familia a cui apparteneva, mai a una etnia o razza, come ricorda la nota (e illustrissima) studiosa dell’antichità romana Mary Beard:  “I loro nomi non rivelano nulla della loro etnia proprio perché non erano interessati a farlo”.

Allo stesso modo, i Barbari, erano per i Greci gli stranieri (e quindi strani) che non parlavano greco, e quindi erano implicitamente ignoranti per la concezione greca. Ma questo non solo non faceva riferimento ad alcun tipo di caratteristica fisica, non era neanche una condizione irreversibile. si poteva uscire dallo status di barbari semplicemente adottando la cultura dell’antica Grecia (Robert Graves).

MEDIOEVO

Probabilmente a partire dal medioevo – e cioè dal cristianesimo – si possono vedere i primi germi del razzismo, molto timidi. In quest’epoca, piuttosto, si diffonde l’antisemitismo, ancora una volta però questo è dovuto a differenze religiose (e quindi culturali, di usanze ecc.) che non a differenze fisiche.

Le concezioni medievali europeee di razza, ad ogni modo, erano generalmente fondate sulla mescolanza, in quanto si ispiravano alla Bibbia. Le idee classiche che si rifacevano alla Bibbia affermavano che l’umanità nel suo complesso discendesse dai tre progenitori biblici Sem, Cam e Jafet – i tre figli di Noè – i quali produssero la distinzione tra Semiti (in Asia), Camiti (in Africa) e Giafetiti (i popoli Indoeuropei).

Questa teoria risale al Talmud babilonese ebraico il quale afferma comunque che “i discendenti di Cam sono maledetti per il fatto di essere Negroidi e perché Cam viene descritto come uomo peccatore e la sua progenie come una stirpe di degenerati“.

Ma in quest’epoca, se vogliamo cercare ragionamenti “scientifici” (si legga logici, sistematizzanti), bisogna guardare al mondo islamico. Nel IX secolo al-J??i?, esponente afro-arabo della prima filosofia islamica tentò di spiegare le origini del diverso colore della pelle umana, in particolare quella dei neri, che credeva fosse il risultato dell’ambiente secco e inondato dal sole. (cf. Lawrence I. Conrad (1982), “Taun and Waba: Conceptions of Plague and Pestilence in Early Islam”, Journal of the Economic and Social History of the Orient25 (3): 268–307 [278])

« “Quando la conquista dell’Occidente (da parte degli Arabi con l’espansione islamica) fu completata e i mercanti cominciarono a penetrare nell’interno, non vedevano nessuna nazione dei Neri così potenti come quella del Ghana, i cui domini si estendevano verso ovest fino all’Oceano Atlantico. La corte reale è stata conservato nella città di Ghánah la quale, secondo l’autore del “Libro di Ruggero” (del geografo Muhammad al-Idrisi) e l’autore del “Libro delle strade e dei regni” (di Abu ?Ubayd al-Bakri), è suddivisa in due parti, stando in piedi su entrambe le rive del fiume Nilo e che si colloca tra le città più grandi e più popolate del mondo“.

PRIMA MODERNITA’

Il filosofo del XVI secolo Giordano Bruno tentò una rudimentale sistemazione geografica di popolazioni umane conosciute basandosi sul colore della pelle. Simili tentativi in quest’epoca fecero il francese Jean Bodin, il tedesco Bernardo Varenio e altri. Ma si ritiene che il primo a sviluppare una classificazione completa fu il medico francese François Bernier (1625-1688), in un articolo di rivista nel 1684 intitolato Nouvelle division de la terre par les différentes espèces ou races l’habitant (Nuova suddivisione della Terra per le differenti specie o razze che l’abitano. Gossett, 1997:32–33).
Teste di italiani meridionali, criminali per costituzione secondo le teorie razziste di quel cialtrone di Cesare Lombroso

Razzismo? non proprio. Un fatto particolarmente interessante, è che nessuno di questi tentativi è d’accordo con l’altro: di fatto, chiunque abbia tentato di classificare gli esseri umani a partire dalle fattezze fisiche, pur utilizzando un metodo (per l’epoca) scientifico (cioè sforzandosi di ragionare logicamente) è riuscito ad arrivare a delle regole generali valide. Inoltre, è necessario sottolineare che questi tentativi non avevano altro scopo se non scientifico. Di fatto, rappresentano invece una prima prova (siamo nel rinascimento) per liberarsi dalle divisioni religiose, e di classificare scientificamente, in senso cioè medico, i tipi di essere umano, diventato finalmente il centro della riflessione filosofica, soppiantando Dio (e la teologia).

Nasce in seguito la frenologia, siamo in epoca illuminista, ad opera dell’esperto di Antropologia tedesco Johann Friedrich Blumenbach (1752-1840). La sciagurata pseudoscienza si trascina fino alla seconda metà del XIX secolo, dando il via alle teorie razzistiche di Cesare Lombroso sugli italiani meridionali, e che hanno avuto conseguenze vergognose fino ad oggi ancora.
Torniamo a Blumenbach. Questi suddivise nel 1779 la specie umana in un tot di razze principali fondandosi sulla ricerca cranica (la descrizione dei teschi umani). Le razze che individuò erano prima 5, poi 7… infine i suoi studi (una vita intera) lo portarono alla conclusione che “gli individui africani differiscono addirittura da altri individui africani, tanto quanto gli europei differiscono dagli altri europei“. A cercare le differenze, non si finisce mai, insomma. E soprattutto concluse che gli africani non erano inferiori al resto dell’umanità, avendo “sane facoltà di comprensione, eccellenti talenti naturali e capacità mentali.

« “infine, sono convinto che dopo tutti questi numerosi casi in cui ho riunito dei negri di qualità e capacità notevoli, non sarebbe difficile menzionare intere province ben note di Europa, da cui non ci si possa facilmente aspettare di ottenere di più. Essi potrebbero essere dei buoni autori, poeti, filosofi e corrispondenti dell’Accademia delle scienze francese e, d’altra parte, non esiste una cosiddetta nazione selvaggia conosciuta sotto il sole che si è così distinta da tali esempi di perfettibilità e capacità originarie per la scienza e la cultura e che si è unita così vicino alle nazioni più civilizzate della terra, come il negro“» (CONSULTA IL LIBRO: The Anthropological Treatises).

EPOCA CONTEMPORANEA

Ecco che finalmente nasce il razzismo come lo intendiamo oggi, guarda caso in epoca coloniale avanzata e in pieno schiavismo. I naturalisti del XVIII-XIX secolo (molti francesi e inglesi, impegnati a giustificare e spiegare l’inferiorità dei popoli colonizzati), postularono sostanzialmente 3 principi, influenzando la storia successiva.

  1. le razze sono suddivisioni oggettive, insiste nella natura, che si verificano all’interno dell’umanità.
  2. esiste un forte rapporto tra razze biologiche e altri fenomeni umani, quali le forme di attività e relazioni interpersonali e la cultura; per estensione il relativo successo materiale delle culture, biologizzando in tal modo la nozione stessa di razza (come Michel Foucault dimostrò nella sua analisi storica in Society Must Be Defended: Lectures at the Collège De France, 1975–76).
  3. tale razza è quindi una categoria scientifica valida che può essere usata per spiegare e prevedere comportamenti individuali e di gruppo.
Charles Darwin

Ma ancora una volta, nessuno – e in quest’epoca sono moltissimi, tanti che non è nemmeno il caso di citarli, per non farla troppo lunga –  nessuno di questi scienziati arriva a conclusioni simili agli altri. Non si afferma, neanche in quest’epoca, una classificazione chiara delle razze umane. Nasce comunque la teoria poligenomica, secondo la quale le diverse razze derivano da diversi popoli genitori – qualcosa di molto simile a quanto si credeva nel medioevo.

Facciamo un salto e arriviamo a Darwin, il quale, fiutando le implicazioni – era d’altronde un convinto abolizionista (della schiavitù) – si rifiutò sempre di trattare dell’uomo (delle etnie) nelle sue opere. Nelle sue teorie evoluzionistiche, Darwin concluse, ad esempio, che le somiglianze tra le diverse razze erano troppo grandi perché la tesi poligenomica fosse in qualche maniera plausibile; utilizzò anche l’idea delle razze per argomentare la continuità tra gli esseri umani e gli animali, giungendo a rilevare che sarebbe estremamente improbabile che l’uomo dovesse, per semplice “incidente”, acquisire le caratteristiche condivise da molte scimmie.

Darwin cercò di dimostrare che le caratteristiche fisiche utilizzate per definire la razza per secoli (cioè il colore della pelle e le caratteristiche del viso) erano del tutto superficiali e non avevano alcuna utilità per la sopravvivenza poiché, sempre secondo Darwin nessuna caratteristica che non avesse un valore di sopravvivenza non avrebbe potuto essere naturalmente selezionata; creò invece un’altra ipotesi per lo sviluppo e la persistenza di queste caratteristiche. Il meccanismo sviluppato da Darwin è conosciuto come selezione sessuale.

IL VENTESIMO SECOLO

Dopo la violenza genocida della Germania nazista, la seconda guerra mondiale e la Shoa, si trasformano completamente le discussioni concernenti la razza. In reazione alla teoria razziale che inizia nel Terzo Reich, si ebbe lo sviluppo di una rivoluzione morale di massa contro ogni forma di razzismo. Nel 1946, come risposta allo sterminio nazista, venne costituita l’UNESCO la quale rilasciò poco dopo una dichiarazione secondo cui non esisteva alcun determinante biologico o fondativo per il concetto di razza (vedi Dichiarazione sulla razza (UNESCO 1950) Siamo però in campo-politico-culturale. Torniamo alla scienza.

La critica del XX secolo all’antropologia razziale era fondamentalmente basata sulla scuola di Franz Boas, professore di antropologia presso la Columbia University dal 1899, che a partire dal 1920 favorì fortemente l’influenza dell’ambiente sociale sull’ereditarietà. Come reazione all’ascesa della Germania nazista e alla sua prominente espansione di ideologie razziste nel corso degli anni trenta, si è verificata una crescita esponenziale di opere popolari da parte di scienziati che criticarono l’uso della razza per giustificare la politica della “superiorità” e dell'”inferiorità”.

Race and History di Claude Lévi-Strauss (UNESCO, 1952) è stata un’altra critica della nozione biologica di “razza”, schierandosi a favore del relativismo culturale attraverso la metafora delle culture come diversi treni che passano ognuno in varie direzioni e velocità, sembrando così che solo il proprio treno progredisse mentre gli altri sembravano immobilizzati. Questo, a suo avviso, ha dimostrato chiaramente che “la razza” non era più un indicatore utile della superiorità culturale.

Si arriva infine alla scoperta del DNA, e ogni dubbio viene cancellato: oggi sappiamo e possiamo osservarlo, che non ci sono differenze tali nel DNA delle persone di tutto il mondo da giustificare una classificazione razziale. Tanto che, come riporta il genetista Barbujani (video al min. 1:02:00), è possibile, benché sia un caso limite, che un uomo visibilmente coreano sia geneticamente più simile a un bianco – visibilmente caucasico – di quanto questi non lo sia a un altro bianco altrettanto europeo.

E la storia, almeno per gli scienziati, finisce qui. Oggi, chi crede che esistano le razze umane lo fa per ragioni solamente sociali, di cultura. O meglio, di ignoranza.

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