Zuckerberg al Senato USA ha mostrato tutta l’inadeguatezza della politica di fronte ai tecnici

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Qualche anno fa un mio vecchio zio che stavo aiutando ad aprire la propria casella email, mi chiese: “ma internet, dov’è? dov’è la mia email?“. Voleva sapere, fisicamente, dove fosse situata la rete. Non fu affatto facile fargli capire che internet non è… non c’è… La domanda era talmente sbagliata che non era possibile rispondere.

I senatori degli Stati Uniti che hanno interrogato Mark Zuckerberg, hanno posto alcune domande dello stesso tenore, dimostrando in maniera molto preoccupante come oggi la tecnicità (o tecnocrazia) non sia più una scelta possibile, ma una necessità politica.

IL FATTO: Il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg è stato convocato mercoledì 11 aprile 2018, e poi di nuovo il 12, al Senato degli Stati Uniti per rendere conto del ruolo che può avere avuto Facebook nella compravendita di dati personali e nell’influenza delle intenzioni di voto di milioni di americani. Si tratta dello scandalo Cambridge Analytica, di cui tutti hanno parlato e di cui tutti abbiamo notizia, e che forse, in fondo, non è poi così tanto uno scandalo – essendo gli utenti che, cliccando il famigerato pulsante “accetta”, ha autorizzato il molosso dei Social all’utilizzo di alcuni dati personali.

In cinque ore di audizione Zuckerberg ha ammesso le sue colpe, ammettendo di non aver “fatto abbastanza per prevenire l’uso improprio dei dati“. Si tratta, secondo alcuni analisti americani, di una mossa molto furba per riappacificare gli animi. A voler essere maligni, un italiano vi vedrebbe quello stesso tipo di furberia politica che spinse Mussolini ad assumersi la responsabilità politica dell’omicidio Matteotti. Ma non facciamo azzardati(ssimi) paragoni storici. Anche perché in questo caso il passato sembra poterci insegnare molto poco. Il mondo delle nuove tecnologie e dei Social, forse, è tanto veloce che la stessa Storia non riesce a stargli dietro.

Infatti, tra tutte le osservazioni che si potrebbero fare, vogliamo limitarci a una, semplice quanto spaventosa: durante il colloquio di Zuckerberg – trasmesso in diretta da numerose pagine facebook, sia detto tra parentesi – si è vista tutta l’inadeguatezza tecnica dei senatori americani. Il sito “Now This Politics” ha realizzato un video che di primo acchito risulta molto divertente. Ma poi, a pensarci…

Vi si vedono i senatori fare domande assurde, e il povero Zuckerberg rimanere visibilmente interdetto. Domande sbagliate proprio dal punto di vista tecnico. E questa inadeguatezza – non perleremo di incompetenza per motivi che vedremo subito – è probabilmente la chiave per la sua salvezza e il potere anche politico che sta assumendo il numero uno di Facebook.

Vi si vede un senatore chiedere come faccia Facebook a essere gratuito. Dopo qualche secondo di imbarazzo, Zuckerberg risponde: “Senatore, facciamo pubblicità...”. O ancora: “WathsApp e Facebook comunicano tra di loro?“, domanda tanto sbagliata in principio che l’imputato non sa davvero come rispondere. Una senatrice chiedere quali “categorie di dati” e quante sono immagazzinate da facebook, e Zuckerberg rispondere: “cosa intende per “data categories?” e via di questo passo con altre domande di questo genere. I momenti di silenzio e le espressioni facciali di Zuckerberg sono qualcosa che merita di essere visto.

Ma la cosa non è affatto divertente. Il livello di specializzazione che caratterizza il nostro presente è tale che sarebbe stato opportuno – se davvero si voleva mettere Zuckerberg in difficoltà – metterlo di fronte a qualche informatico dagli occhiali spessi, se non addirittura a un nerd di 20 anni. Ecco il punto: un ragazzino smanettone sarebbe stato molto più efficace di un illustre senatore degli Stati Uniti d’America. Vi ricorda qualche Movimento politico italiano? E probabilmente lo stesso discorso vale, in verità, per tutti gli altri campi della gestione della società e del social.

Non bastano le ideologie, non basta la politica, quando ci si deve scontrare con dati di fatto già esistenti e che riguardano cose complicatissime e iper-specializzate come gli algoritmi di google, facebook, o anche l’economia globalizzata, la geopolitica mondiale eccetera. Mentre i politici appaiono sempre più inadeguati nel loro essere specialisti del nulla se non della retorica – si veda Donald Trump – nel silenzio delle loro camerette, di fronte a schermi iperattivi, orde di informatici, hacker o no, stanno conquistando un potere senza precedenti e al quale la politica tradizionale è incapace di rispondere.

Il termine ‘tecnocrazia’ appare per la prima volta nel 1919 in uno scritto di William H. Smith volto a propagandare un curioso progetto di ‘governo del popolo’ sotto la tutela di tecnici e scienziati.

Si pensi allora in Italia, storicamente sempre all’avanguardia in queste cose, al caso del M5S: politici visibilmente incapaci anche di fare i politici, che chiaramente non hanno altro ruolo che di “copertina” – hanno la faccia tosta di esporsi in prima persona come fece e fa la Raggi – mentre obbediscono, con tanto di contratto scritto e controfirmato, a una agenzia web privata e del tutto salva dai riflettori. Ed è proprio questa, per i tradizionalisti la negazione stessa della democrazia parlamentare, la chiave del successo travolgente del Movimento.

E non si tratta qui di una denuncia contro i mala tempora che corrono, ma semplicemente di prendere atto di qualcosa che è sotto gli occhi di tutti. La tecnocrazia ha già vinto, e occorre quindi che la politica cambi la sua stessa essenza, o rischia di dimostrare la propria non-ragione di esistere, un po’ come il PD ha dimostrato la propria nullità di fronte a chi sa meglio gestire i “mi piace” e i tweet.

Benvenuti nel futuro.

PS: intanto, proprio su facebook, è cominciata l’ennesima battaglia dei meme, che sta intasando la rete con una valanga di immagini più o meno divertenti su quanto sta accadendo. A dimostrazione, ancora una volta, della vittoria assoluta dell’algoritmo sull’umana imoerfezione. Ne pubblichiamo una che abbiamo trovato particolarmente divertente. Così, per essere quanto più opinabili pissibile.

Antonio Marvasi

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