Persino gli inglesi si preoccupano dei troppi americanismi nella loro lingua

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The Economist ha pubblicato un servizio dal titolo inquietante che, nell’Italia del Politecnico suonerebbe estremista:

“Gli americanismi stanno peggiorando (trashing) la lingua inglese?”

Questa preoccupazione esiste – molti da noi non lo avrebbero mai sospettato – persino oltre manica, dove tuttavia la differenza tra le due lingue è a dir poco minima. Si tratta nella maggior parte dei casi di lettere in più o in meno, o di espressioni idiomatiche diverse, ma perfettamente comprensibili dagli anglofoni di entrambe le sponde dell’oceano.

Questo ci permette di ribadire due punti fondamentali:

1) se la cosa mette in allarme gli scrittori e i linguisti inglesi, a maggior ragione non dovrebbero a maggior ragione gli italiani preoccuparsi di quanto sta accadendo? La domanda è retorica.

E soprattutto 2) non si tratta di purismo linguistico – la cosa è più che evidente in questo caso – ma di una questione squisitamente politica.

Basti pensare infatti che coloro che si oppongono con più veemenza, a livello mondiale, al cosiddetto “English-only movement” (movimento nato in America per ragioni storiche, di unità nazionale, molto diverse da quelle di oggi, internazionali), sono proprio i professori britannici. Si vedano i video del celebre David Crystal. Per esempio in questo che segue, dove il professore risponde alla domanda: “L’inglese sarà per sempre la lingua del mondo?“. La risposta non può che essere: lo sarà finché le più importanti industrie e agenzie (di produzione e di informazione) saranno anglofone. E solo finché.

La questione è politica. Non è, come molti (anche sedicenti uomini di cultura) in Italia sostengono esplicitamente o implicitamente, un fatto di natura. Non è per diritto divino che l’inglese (americano) è la lingua internazionale. Ma solo, soltanto e solamente perché in questo periodo storico particolare l’impero dominante (militarmente economicamente e politicamente) sono gli Stati Uniti d’America. Sempre è stato così, dai tempi del latino imposto dai romani a tutti gli abitanti dell’impero. E non si tratta nemmeno di un fatto passivo: ogni paese (compresa l’Italia) ha interesse a promuovere la propria cultura (la propria “immagine” si dice oggigiorno) attraverso la diffusione, soprattutto, della propria lingua. Gli USA spendono milioni di dollari ogni anno per sostenere il loro soft-power (o potere dolce), attraverso film, cibo, parole e iniziative universitarie.

Lo scrittore inglese Matthew Engel, autore di “That’s the way it crumbles” (sugli americanismi nella lingua inglese) lo sottolinea chiaramente:

Tutto cospira per fare si che il mondo parli la lingua del paese che domina il mondo. Questo è un passo per un mondo sempre più omologato e noioso.

L’osservazione è fondamentale soprattutto quando sono i britannici a sollevarla: infatti, come chiunque può facilmente immaginare, le parole inglesi che oggi stanno “invadendo” l’inglese degli inglesi, sono ovviamente di origine britannica. E quindi, proprio per questo, sono di fatto in moltissimi casi persino più antiche di quelle che vengono usate oggi a Londra. Un vero purista potrebbe quindi esserne contento. Ma, appunto, non si tratta di purismo. Si tratta di omologare il pensiero (se la lingua è pensiero, ovvero un modo di rappresentare e immaginare la realtà) a una sola e unica visione culturale.

Siamo proprio sicuri che la cosa non ponga da noi lo stesso, se non peggiore, problema che pone ai sudditi di sua Maestà?

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