Architetture in musica: filarmoniche e auditorium come cattedrali laiche

Auditorium di Roma
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Il Più è Menola rubrica di architettura di Valeria Iorio per L’Opinabile, dal numero di Primavera 2018: Musica Maestra

 Nel 1963 viene inaugurata a Berlino Ovest la Philarmonie di Hans Scharoun, un progetto che fa parte di un programma di più ampio respiro, quello del nuovo centro culturale, il Kulturforum, che avrebbe preso posto nel panorama mondiale come centro di innovazione assoluta in grado di presentare e realizzare le prospettive future del mondo occidentale.

In effetti quella che oggi noi chiamiamo Postdamerplatz costituisce il cuore della metropoli, il centro finanziario, amministrativo e commerciale di maggiore attrattiva della città di Berlino, non solo per chi ci vive ma anche per chi la visita.

Qualsiasi architetto, dal più giovane al più anziano, passeggiando nella zona di Postdamer può provare un senso di appartenenza oltre che di giubilo, dal momento che lì tutto è stato realizzato secondo quelle dottrine di architettura che ci vengono insegnate lungo il percorso di studi, ma soprattutto perché a Postdamerplatz, che nel 1990, dopo la caduta del muro di Berlino, divenne il più grande cantiere d’Europa, guidato dai più importanti architetti del mondo, tutti noi possiamo ammirare il quartiere e il grattacielo progettato da Renzo Piano, la Torre in stile newyorchese ideata da Hans Kollhoff, i cinque edifici realizzati da Giorgio Grassi, il Sony-Center dell’architetto tedesco Helmut Jahn e tanto altro. Insomma un’area fiore all’occhiello dell’architettura moderna e contemporanea.

Tuttavia quando venne progettata la Philarmonie Berlin, oggetto dell’incarico affidato all’architetto nel 1956, ancora di tutto questo non esisteva nulla, l’unico elemento di architettura magistrale con cui Scharoun dovette confrontarsi era costituito dalla coeva Neue National Galerie di Mies Van der Rohe, esempio indiscusso e superlativo dell’architettura razionalista: la Galleria Nazionale d’arte del XX secolo di Berlino si presenta all’esterno con un’imponente copertura massiccia in acciaio, sorretta da soli otto pilastrini e una pulita parete vetrata arretrata, che corre lungo tutto il perimetro. La Galerie si presenta come un tempio greco che aspira alla purezza, alla simmetria e all’astrazione dell’architettura alla quale si riferisce, tanto che Bruno Zevi la definisce ‘un oggetto ellenico (…) timoroso di essere sfruttato dai fruitori’.

Philarmonie di Hans Scharoun

“(…) cattedrali laiche, smisurate ma non ingombranti, vele che proteggono cavità favolose conformate dai flussi circolatori di gente libera.” – Bruno Zevi

Scharoun progetta la Philarmonie con un approccio totalmente agli antipodi rispetto a quello che guida il grande Mies: dall’interno verso l’esterno è la Musica che “suggerisce” l’Architettura, come se l’intero volume fosse il risultato armonico del riverbero delle sinfonie suonate al suo interno. Difatti il progetto nasce come risposta ad esigenze anzitutto di natura acustica e funzionale, le quali possono riscontrarsi nelle 136 piramidi a base triangolare poste in copertura per assorbire il suono; nei pannelli curvi in poliestere fluttuanti sull’orchestra per impedire la dissipazione del suono e garantirne un maggior vigore; nel posizionamento di altoparlanti per assicurare un’acustica chiara e forte in tutta la sala; nell’impiego di legno Kambala come rivestimento, per contrastare le perdite di frequenze; per finire con l’intera copertura, che se all’esterno appare come una tenda, facendo eco a un’architettura effimera, realizzata mediante superfici convesse, costituisce invece un’espediente per diffondere il suono.

Ma l’approccio apparentemente esclusivamente tecnico di Scharoun mira all’esaltazione di un’idea fortemente innovativa dello spazio, che farà scuola nelle architetture di settore e che verrà presa come punto di riferimento nelle contemporanee realizzazioni quali l’Auditorium Parco della Musica di Piano a Roma, la Nuova Filarmonica di Nouvel a Parigi e la Nuova Filarmonica di Herzog & de Meuron ad Amburgo.

Sala Santa Cecilia

“Ascoltare la musica è un evento collettivo che unisce ascoltatori e musicisti” , sulla scorta di questo postulato Scharoun pone al centro della sua progettazione il trinomio architettura- uomo- musica sviluppando un’idea spaziale che è stata definita “democratica”, in quanto garante per ciascuno spettatore della stessa possibilità di percepire e godere del suono: Scharoun pone l’orchestra al centro del pubblico che gli gira tutt’attorno come in un anfiteatro; il podio del direttore d’orchestra, di c.a. 330 mq, è un podio mobile in senso orizzontale e verticale, tale che il direttore non funge più da filtro tra l’orchestra e il pubblico, ma è parte di uno spazio circolare che prende vita all’irradiarsi della musica ch’egli stesso dirige; i 2200 posti a sedere sono disposti tutt’attorno su quelli che lo stesso Scharoun nella sua conferenza stampa definì “pendii terrazzati”, propri di una visione paesaggistica che viene paragonata a quella di un vigneto.

Questa particolare ricerca spaziale non viene meno al di fuori della sala concerti, dove il foyer e gli spazi serventi sono caratterizzati da scale spezzate, percorsi contorti e pilastri obliqui a forma di V, il tutto conforme e in linea con il corpo della sala concerti, il risultato è quello di uno spazio dinamico e affascinante che fa da richiamo per il fruitore. 

L’innovazione assoluta di porre l’orchestra con il suo direttore al centro del pubblico viene, come detto, ripresa in alcuni fra i più illustri esempi contemporanei: già nel 2002 con l’inaugurazione della Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, una delle sale concerto più grandi d’Europa, ospite di c.a. 2700 posti a sedere, dove l’orchestra, posta al centro dell’anfiteatro, può essere fruita a 360°, in modo tale che ogni spettatore possa avere una visibilità e un’acustica ottimale, quest’ultima a sua volta garantita da 26 gusci in ciliegio posti in copertura, i quali oltre a fornire una prestazione funzionale, caratterizzano lo spazio conferendogli un aspetto plastico- volumetrico e realizzando un’atmosfera calda come il colore del legno impiegato.

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Riferimenti essenziali:

Storia dell’Architettura Moderna – Bruno Zevi 

Storia dell’Architettura Contemporanea – Antonio Procida

Architectural Review

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