Anglofili e Puristi, due facce dello stesso provincialismo

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In Italia, per quanto riguarda le parole straniere, esistono due tendenze opposte e complementari, entrambe risibili in quanto entrambe derivano direttamente da una vecchia malattia tipicamente italiana: il provincialismo.

GLI ANGLOFILI: Da un lato, c’è chi prendendo atto della dominazione inglese in ogni campo del sapere e della comunicazione, crede che questa lingua sia di fatto migliore dell’italiano per esprimere concetti vecchi e nuovi. Si crea così il famigerato aziendalese, che vede vocaboli come “scannare” (fare lo scan) o “location” (posto), che stupra la lingua italiana con parole del tutto inutili e spesso già disponibili nella nostra lingua, ma che vengono sostituite con più affascinanti lemmi stranieri.

Chi parla così, credendo di usare un gergo tecnico e molto internescional, non fa altro in verità che denunciare tutto il proprio provincialismo e ignoranza, specie quando si usano a sproposito parole inglesi che hanno, da sempre, un corrispettivo italiano. Tanto è nostra, e solo nostra questa tendenza, che siamo arrivati a inventarci parole che in inglese neanche esistono, come “smoking”, che gli inglesi chiamano tuxedo. Si pensi, infatti, al fatto che l’Italia è l’unico paese non anglofono ad aver adottato la parola “computer” – pronunciato tuttavia all’italiana – mentre spagnoli e francesi, per restare solo in ambito latino, hanno adattato alla loro lingua il nome con cui chiamare il nuovo oggetto. La cosa è tanto più curiosa quando si pensa al ruolo fondamentale che ebbe l’italianissimo Olivetti nella creazione del computer.

Si tratta di provincialismo in quanto esprime un esplicito complesso di inferiorità. Al punto che nelle università, da anni ormai – soprattutto nelle facoltà tecnico-scientifiche – si pretende di abolire, addirittura, l’insegnamento in italiano per sostituirlo con l’inglese. Cosa che non solo sarebbe dannosa, alla lunga (e volendo fare gli apocalittici), per la lingua italiana, che così perderebbe la possibilità di rinnovarsi creando neologismi, come qualsiasi lingua vivente fa, e in maniera particolare proprio l’inglese; ma anche perché non è affatto vero che imparare una materia in una lingua straniera ci renderebbe più competitivi. Al contrario: è riconosciuto ed è anche facile da capire che chi debba competere sul mercato del lavoro in una lingua straniera, contro un madrelingua, rimarrà sempre in una condizione di inferiorità linguistica.

Il Politecnico di Milano

Non si parla qui di proporre corsi in lingua inglese in modo da attirare studenti stranieri, ma di imporre l’uso dell’inglese a studenti italiani, in corsi tenuti in Italia da professori italiani. Per quanto questi parlino bene la lingua, come minimo la pronuncia sarà difettosa. Per forza di cose. Spesso, a chi si oppone a questa specie di neolingua pseudo gergale, i fautori del falso inglese rispondono accusando a loro volta di ignoranza – perché uno può parlare russo, arabo, cinese, yiddish e finlandese, ma se non sa l’inglese, a quanto pare, rimarrà ignorante. E inoltre, dicono, se una cosa è stata inventata negli USA ed è stata nominata in inglese, allora bisognerà usare la parola inglese. Interessante notare tuttavia che la stampa a caratteri mobili è stata inventata da un tedesco, ma nessuno sa come si dica stampa in tedesco. O, viceversa, che il telefono è stato inventato da un italiano, eppure a nessun paese al mondo è venuto in mente di non adattare al proprio sistema fonetico e grafico la parola italiana.

GLI ITALICI: C’è poi un secondo tipo di tendenza, se possibile ancora più ridicola: quella dei puristi. Ne abbiamo un esempio diretto, oggi, in Diego Fusaro, che si vanta di dire ananasso e Nuova York come forma di resistenza. Qui la cosa è ancora più ridicola perché rasenta l’incapacità comunicativa. Benché molte critiche si potrebbero fare alla totale mancanza di una politica linguistica in Italia – che non dice nemmeno nella Costotuzione, se non implicitamente, che la lingua del paese è l’italiano – si deve tuttavia tenere conto dell’uso. Se tutti dicono mouse, un singolo che voglia usare la versione italiana (che sarebbe piuttosto freccetta che topo) rischia seriamente di non farsi capire.

Inoltre, il purismo linguistico è di fatto solo uno spauracchio buono per gli ignoranti e, appunto, i provinciali(sti), che non hanno idea della ricchezza degli apporti dell’incontro con altre lingue (dal germanico all’arabo). Finiscono per essere in fin dei conti dei razzisti linguistici, incantati dalla stessa illusione di chi crede che esistano le razze umane, e confonde la cultura italiana con l’esistenza di una fantomatica italica razza – mentre l’Italia, sia detto per inciso, è il paese europeo etnicamente più vario e disomogeneo. E in effetti, anche tra i paesi al mondo linguisticamente più vari, tra dialetti e minoranze linguistiche che fanno del nostro territorio un vero paradiso dei linguisti.

La cosa curiosa è che noi de L’Opinabile – che ci vantiamo di portare avanti il progetto Torna a casa Lessico – potremmo anche essere d’accordo con Fusaro quando ne fa una questione di resistenza. Il cosidetto “english-only”, ovvero la dominazione assoluta della lingua inglese nel mondo, sta portando a un livellamento culturale tangibile in tutto il mondo, e soprattutto in quei paesi dove la povertà e il poco prestigio linguistico, e il piccolo numero di parlanti, non hanno dato vita a nessun tipo di adattamento.

IL BUONSENSO: Tra i due litiganti, ci posizioniamo noi e quelle persone che ancora hanno il buonsenso di riconoscere, da un lato, che la lingua italiana, per vivere, dovrebbe avere la capacità – anche proposta dall’alto (ma non imposta) – di creare nuove parole o aggiungere nuovi significati a parole vecchie, per mantenersi in vita, e per non regredire allo stato di dialetto, privo di termini tecnici e gergali se non imprestati dall’estero. Mentre dall’altro hanno anche il buon senso per capire che non tutto – si veda una parola per sua natura internazionale come l’onomatopea “click” – può essere forgiato e forzato all’italica forma. Ci abbiamo provato, durante il ventennio fascista, ed è stato a dir poco un disastro.

Un esempio: in Francia, l’Académie française – l’equivalente della nostra Accademia della Crusca – propone regolarmente, per tutti i neologismi che arrivano da fuori, dei corrispettivi francesi. Talvolta questi vengono adottati dai parlanti, nella maggior parte dei casi a dire il vero. D’altronde, sarà più facile per una parola che rispetta le regole fonetiche, grafiche e persino semantiche di una lingua, l’essere adottata nel sistema di quella lingua. Mentre le parole straniere non saranno altro che un insieme di suoni che non rimanda ad alcuna stratificazione di significato – riducendosi a essere mere etichette. Al contrario, parole che si incastrano bene nel sistema saranno comprensibili. Ovvero: anche non conoscendo il significato di una parola, un madrelingua potrà immaginare, con un buon margine di esattezza, il suo significato. Come minimo potrà capire se si tratta di un verbo, aggettivo o sostantivo. Mentre una parola straniera, come una sorta di ideogramma cinese, o sai che cosa significa, o non lo sai. Non puoi arrivarci.

Così, se in Francia “ordinateur” si è imposto – tanto che molti francesi neanche sanno che cosa sia un computer – dall’altro lato “blog”, che pur avrebbe un corrispettivo francese approvato dall’Accadémie, si è imposto in quanto tale, e tutti i francesi lo dicono, senza nemmeno sapere quale sia la parola francese per designarlo. Ancora: email, è scritto nella maggior parte dei casi all’inglese, ma è pronunciato dai francesi come “imél”: non è raro trovare nei documenti ufficiali allora la parola scritta nella sua versione francese: “mél”, proprio accanto all’abbreviazione “tél.” (téléphone, e non telefonò, si noti).

Purtroppo, da un lato come dall’altro, è il buon senso che manca. Non c’è niente di sbagliato – anzi – nell’adottare alcuni lemmi stranieri, finché questi non danno vita a problemi di comunicazione e quindi di accesso all’informazione. È giusto che un popolo pretenda di parlare la propria lingua, e che le leggi (per esempio) siano scritte in quella lingua, finché questo non diventa purismo linguistico fine a se stesso.

Ma sappiamo che questa posizione è troppo moderata per essere approvata dagli italiani. Ancora siamo a strapaese contro stracittà, due facce dello stesso provincialismo.

1 Commento

  1. Aggiungerei al bell’articolo anche il problema dei responsabili di tale andazzo. Prima di tutto i politici che infarciscono i loro provvedimenti di termini inglesi ed, in seconda battuta, i giornalisti che acriticamente si adeguano alle mode imperanti usando nei loro articoli “mission” al posto di “missione” o “competitor” al posto di “competitore” Certo, così hanno risparmiato una “e” nel battere il testo, ma, nel contempo, stanno dimostrando la loro scarsa propensione a rispettare una lingua della quale dovrebbero essere i più importanti sostenitori e divulgatori.

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