Torna a casa lessico: progetto per un italiano possibile.

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L’Opinabile Rivista è lieta di ospitare il progetto Torna a casa lessico – dizionario di critica in formazione.

Si tratta di un dizionario collettivo (col vostro aiuto), costantemente aggiornato, per proporre e creare un italiano “possibile”, inventando e proponendo traduzioni ragionate, neologismi, calchi, adattamenti delle parole straniere più comuni in italiano. Ci ispiriamo al modello wiki: accettiamo e anzi cerchiamo l’aiuto di chiunque voglia partecipare con intelligenza e amore per la lingua. A differenza di Wikipedia, però, noi citeremo sempre (salvo richiesta esplicita di anonimato) gli autori delle proposte che ci arrivano.

Ogni lunedì, sulla nostra pagina Facebook (ancora non ci segui sulle nostre reti sociali? clicca qui!), pubblicheremo una parola straniera di uso corrente, chiedendovi di proporci le vostre idee.

Claudio Marazzini

PERCHE’: La lingua italiana è una delle più permeabili ai prestiti da altre lingue, specie, oggi, dall’inglese. I motivi sono molti, sia storici che, per così dire, socio-culturali. Da un lato, infatti, in Italia c’è stato il fascismo, che ha fatto una politica linguistica di purismo assoluto e protezionista. Guerra ai dialetti, divieto di qualsiasi parola straniera, e persino si impose ai cittadini con cognome sospetto – si pensi ai cognomi veneti o valdostani – di italianizzarlo. Alla caduta del regime, nessuno in Italia avrebbe potuto avere il coraggio di imporre una politica linguistica, o anche solo un blando controllo, dei forestierismi.

Non è così in paesi come la Spagna e la Francia, dove le rispettive accademie – i corrispettivi della nostra Accademia della Crusca – non esitano a proporre (ben diverso da imporre) traduzioni e adattamenti per le parole straniere che entrano nell’uso comune. Così computer si dice ordinateur in francese e computador in spagnolo. Il fatto che le propongano, poi, non significa che entrino nell’uso dei parlanti. Per esempio, l’Académie française ha proposto, per dire hashtag, il corrispettivo “mot-dièse”. Questa parola, tuttavia, non ha avuto molta fortuna, e i francesi continuano a dire hashtag. Senza che un regime gli imponga di parlare solo la lingua di Victor Hugo.

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E da noi? Da noi le cose cominciano timidamente a cambiare da pochi anni. In particolare il merito va alle prese di posizione nettissime del presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini, e alle iniziative di cernita sviluppate in seno all’istituzione del nostro Vocabolario, come la lodevolissima “Gruppo Incipit”. Ma la cosa, che in tutti gli altri paesi è assolutamente normale, incontra da noi una incredibile resistenza proprio da parte dei parlanti. Arriviamo così all’altro aspetto del problema, più vago e complesso, ma anche infinitamente più interessante.

Gli italiani, per motivi che non staremo a indagare qui, tendono a reagire molto male di fronte ai neologismi in italiano, mentre accettano senza battere ciglio parole straniere. La cosa è molto curiosa, e per nulla sensata. L’argomento principale per rifiutare le parole italiane invece dei prestiti è la “bellezza”: le parole italiane nuove sarebbero brutte. Subito dopo, arriva l’idea che l’inglese è più efficace e rapido dell’italiano – cosa che da un punto di vista linguistico non ha senso e che comunque è tutta da dimostrare. Anzi, ci sono dei casi, neanche pochi, in cui la soluzione più semplice ed economica, sarebbe una parola italiana. Infine, dicono, se una cosa (mestiere, oggetto, concetto) è nuova, ed è stata inventata in inglese, ebbene, dovrà assolutamente essere detta in inglese. Ma allora perché si dice “stampa”, se la stampa è stata inventata da un tedesco?

Per il primo punto, siamo sicuri che anche chi legge ci è cascato almeno una volta. Questo, però, è purismo della peggior specie, perché, mischiandosi con l’esterofilia che ci contraddistingue (vero e proprio complesso di inferiorità tipicamente italiano) si tramuta nel peggior provincialismo. Quello che vuole essere “internescional”. Così nascono non solo usi del tutto ridicoli – la lingua aziendale o del “marketing” – ma addirittura siamo riusciti a inventare parole inglesi, che gli inglesi non conoscono. Così per esempio “smoking” – in inglese tuxedo.

A COSA SERVE? : Non pretendiamo di imporre queste nuove parole nell’uso comune – non ne abbiamo il potere/restigio, nè lo vorremmo – ma solamente mettere in moto uno scambio quanto più vasto possibile, sia per sensibilizzare che per provare a mettere in pratica le possibilità grandissime della lingua italiana.

Ovviamente, quindi, si tratta di avere buonsenso: non siamo puristi e non vogliamo esserlo. Intendiamo però dimostrare nei fatti che la lingua italiana è viva, appartiene a tutti noi, e ha la capacità di rinnovarsi senza dover prendere di peso tutte queste parole straniere (inglesi, diciamolo pure). Per essere chiari, facciamo un esempio: “click” non disturba nessuno. Ma “endorsement”, proprio, non serviva. Non si tratta quindi di riprendere sciagurate politiche linguistiche di mussoliniana memoria. Tutt’altro: si tratta di difendere il diritto degli italiani a parlare la loro lingua (addirittura). Non siamo puristi proprio perché l’intento è quello di creare parole nuove, o dare nuovi significati a parole già esistenti.

A nostro modo di vedere è una forma di resistenza, perché in certi casi, nel lessico politico, aziendale, burocratico, universitario e persino ospedaliero, l’uso di parole straniere pone dei veri e propri problemi di democrazia, di accesso all’informazione e comunicazione tra cittadini e istituzioni (pubbliche e private). Come vedrete, siamo ancora a un livello iniziale, ma speriamo nel vostro interesse e nel vostro aiuto!

AIUTATECI! Segnalateci parole straniere che incontrate nella vita di tutti i giorni, proponete la vostra traduzione ragionata, criticate le traduzioni proposte: commentando qui sotto; da Twitter (#cometraduci); sulla nostra pagina Facebook o scrivendoci su lopinabile.redazione@gmail.com.

La Redazione de L’Opinabile

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