La voglia di gelato come pratica non violenta

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L’ANSA riporta la notizia di una donna che, lavorando in una gelateria, si è rifiutata di servire Matteo Salvini. Il motivo? La donna considerava il segretario della Lega un “razzista”. Per questo, la donna è stata successivamente licenziata, dopo un diverbio con il datore di lavoro.

Questo evento ci pone di fronte ad un quesito molto importante: può la nostra mansione lavorativa mettere in stand by il nostro senso etico? 

Ora: si potrebbe rispondere che venire meno al proprio senso etico durante il proprio orario di lavoro sia qualcosa di schizofrenico, che sdoppia la psiche dell’individuo in due: una mente “lavorativa” e un’altra più intima e “personale”. Ciononostante, è proprio così che l’uomo si comporta: adatta le proprie azioni – ma soprattutto le proprie reazioni – al contesto in cui è immerso in quel momento e in quel luogo. Inoltre, molto spesso, deve venire meno alle proprie convinzioni per rispettare le mansioni del proprio ruolo: non è la nostra soggettività, bensì la società a decidere cosa debba e non debba fare un determinato ruolo. Per tanto, ricoprire un ruolo significa comportarsi così come la società si aspetta. Facciamo un esempio: un giudice, cristiano praticante e devoto, non può rifiutarsi di concedere il divorzio a una coppia, nonostante ciò vada contro il suo senso etico. Perché? perché esiste una terza parte, la Legge, alla quale sia chi chiede il divorzio, sia chi lo concede, devono attenersi.

Ma la Legge è sempre giusta? La questione è tutta qui: no, la legge non è sempre giusta. Il sistema democratico, per l’appunto, cerca di far fronte a tutto ciò: attraverso il lavoro del Parlamento, cerca di adattare al tempo storico, al progresso scientifico, alle migliori conoscenze le vecchie leggi. Il processo, però, non è mai immediato, né veloce, né semplice: per tale motivo, la società civile deve mantenere una posizione critica sulla Legge, nella speranza di poterla sempre migliorare.

Nel mondo democratico esiste una pratica che serve a manifestare la propria contrarietà nei confronti di una Legge: il dissenso. Ci si può rifiutare di compiere un gesto e venire meno alle responsabilità del proprio ruolo per manifestare un disagio: di fatto, questa è la pratica dello sciopero. Scioperare: da exoperare, smettere di lavorare, quindi un’azione passiva e non attiva. La resistenza passiva è stata teorizzata da Gandhi, il quale attraverso la pratica della nonviolenza ha ottenuto l’indipendenza dell’India dal Regno Unito.

In sostanza, questa donna ha espresso, attraverso la pratica nonviolenta dello sciopero, del non lavoro, il suo disappunto nei confronti del pensiero salviniano: poiché se una gelataia non smette di essere una persona mentre compie il suo lavoro – con i propri valori e la propria etica -, lo stesso vale per il cliente, che non smette di essere colui che ha detto determinate cose soltanto perché in quel momento può portare un guadagno all’attività commerciale in cui si sta lavorando.

Licenziarla, quindi, potrebbe essere un gesto che va a ledere il diritto del lavoratore di manifestare il proprio pensiero politico nel suo senso più alto – e cioè in quanto visione di un certo modo di agire nella società. Pensiero politico che, però, non è contrario a Matteo Salvini in quanto individuo, ma a Matteo Salvini in quanto rappresentante di un certo agire, di un certo pensiero, di un certo modo di fare politica. La gelataia viene meno al suo ruolo per dissentire dal ruolo che Salvini ha deciso di ricoprire in seno alla comunità.

 

Gerardo Iandoli

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