Facebook e il caso Cambridge Analytica: nessuno ci ha rubato niente (in ogni caso, è quello il nostro principale problema?)

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Volevo scrivere un articolo sulla quaestio Cambridge Analytica, che ha fatto diventare tutt’d’n’tratto l’uomo della strada paladino della privacy.

Riassumendo brevemente quanto accaduto: Facebook avrebbe condiviso con Cambridge Analytica i dati di 50 milioni di utenti americani e questi dati sarebbero poi stati utilizzati per poterli influenzare in chiave elettorale. La vicenda ha creato uno scandalo tale che Zuckerberg in persona s’è dovuto esporre. Attraverso uno status su Facebook: “Voglio condividere un aggiornamento sulla situazione di Cambridge analytica – compresi i passi che abbiamo già intrapreso e quello che faremo per affrontare questo importante problema. Abbiamo la responsabilità di proteggere i tuoi dati, e se non ci riusciamo, non meritiamo di servirti. Ho lavorato per capire esattamente cos’è successo e come fare in modo che non succeda di nuovo. Ma abbiamo anche commesso degli errori, c’è altro da fare e dobbiamo farlo”.

Volevo scrivere un articolo sulla quaestio Cambridge Analytica, ma c’è chi ha già espresso quanto io avrei voluto dire: è Andrea Daniele Signorelli in un articolo per Linkiesta (l’articolo è intitolato ‘Né furto, né spionaggio: nel caso Cambridge Analytica i veri colpevoli siamo noi’ e lo potete leggere per intero cliccando qui).

Per questo riporterò due passaggi dell’articolo, con brevi e personali sagaci aggiunte.

Partiamo dall’inizio:

“Se diamo a qualcuno il permesso di entrarci in casa e di portare via tutto quello che gli pare, poi non possiamo lamentarci di aver subito un furto. E quindi, parlare di “furto di dati” in relazione alla questione Cambridge Analytica non solo è fuorviante, ma lascia immaginare che Facebook non sia del tutto consapevole dei modi più o meno accettabili in cui viene sfruttata la sua piattaforma. Peccato che Mark Zuckerberg sappia benissimo tutto ciò. A dire la verità, la raccolta e vendita di dati privati è proprio il modello su cui ha costruito il suo impero.

Facciamo un passo indietro. Avete presente quei giochini, spesso sotto forma di quiz, che compaiono un giorno sì e l’altro pure su Facebook? A partire dal 2014 è circolato un test della personalità condotto “a fini accademici” dal ricercatore Aleksandr Kogan. Circa 270mila utenti hanno partecipato al quiz acconsentendo alle condizioni poste: l’accesso ai dati personali reperibili sul social network (e Facebook sa tantissimo di noi, potete verificarlo da soli). Il problema è che nessuno legge i termini e le condizioni, e quindi pochissimi si saranno accorti che avevano acconsentito a fornire non solo i propri dati, ma anche quelli degli amici. Così, 270mila partecipanti hanno permesso a Kogan di ottenere dati grezzi su 50 milioni di utenti, che li ha poi venduti (probabilmente illecitamente) a Cambridge Analytica”.

Voi usufruite di un servizio gratuito (Facebook) e l’ideatore / il propretario di questo servizio (Zuckerberg, per l’appunto) si ritrova poco più di 10 anni dopo il lancio con un patrimonio da 72.5 bilioni di dollari. E questo patrimonio come se l’è fatto? Con gli annunci laterali e i post sponsorizzati (che per altro sono profilati in una certa maniera proprio perché gli avete regalato i vostri dati)? Non credete non sia ‘sto gran modello di business?

Inoltre, sinceramente, quante volte avete letto termini e condizioni dei servizi digitali di cui usufruite?

Accade lo stesso con le app sul vostro cellulare: a quanti sviluppatori avete dato le chiavi di casa vostra (del vostro smartphone, fuor di metafora)?

Ma torniamo all’articolo ed andiamo alla conclusione:

“Finalmente è scoppiata la bolla e tutti possono vedere Facebook per quello che è: uno straordinario strumento per il marketing personalizzato. È l’occasione per imparare una volta per tutte la lezione secondo cui “quando non paghi qualcosa, il prodotto sei tu” e comprendere a fondo l’importanza di tutelare i nostri dati. I dati personali sono il nuovo petrolio, la materia prima che tutte le aziende desiderano. E con l’avvento della Internet of Things – e quindi di miliardi di sensori che monitoreranno qualunque cosa, dalle abitudini alimentari allo stile di guida, fino all’attività fisica – lo diventeranno sempre di più. Da una parte dobbiamo imparare a proteggere le nostre informazioni private (o volete che, stipulando un’assicurazione sulla vita, tutti sappiano quante sigarette fumate, quante birre bevete e quanta poca attività fisica fate?) e dall’altra, forse, è giunto anche il momento di capire che questi nostri dati (una volta aggregati) hanno un valore economico enorme. Dobbiamo continuare a regalarli come se niente fosse?”

Vi lascio con questo quesito e con la mia personalissima ed opinabilissima opinione: i nostri dati hanno un valore economico enorme, è vero ed è giusto esserne consapevoli.

Dall’altro lato, però, ritengo sia giusto dare priorità ad altre consapevolezze / coscenze (e che siano altri i veri problemi attuali).

Non è paradossale che orde di persone sfruttate e/o sottopagate e/o inoccupate si preoccupino tutto d’un tratto dei propri dati personali e del loro valore economico, quando ci sarebbero altri valori economici da difendere?

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