Day Surgery? Riprendiamoci la segnaletica ospedaliera!

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Un campo in cui l’invasione anglicista è tanto più preponderante quanto più fastidiosa e potenzialmente dannosa, è la medicina, il lessico ospedaliero. Ma a parte una lievissima ondata di critiche in questo proposito risalenti a qualche anno fa, il problema non sembra attirare l’attenzione di nessuno. Eppure quest’uso immotivato e irresponsabile (esagero?) è un problema che ci sembra molto grave e pericoloso: i singoli cittadini (specie gli anziani), si ritrovano spesso in situazioni kafkiane. Di un Kafka, per di più, non tradotto.

Margherita de Bac sul Corriere della sera, nell’articolo Via l’inglese e le sigle difficili la semplificazionedegli ospedali ci spiegava che i problemi principali, oltre a un generale linguaggio “burocratese”, sono i termini inglesi e gli acronimi.

“La Uoc di cardiologia è al primo piano, accanto all’Uos di diabetologia, davanti al day hospital di medicina. Si trova sullo stesso piano dell’Uosd di chirurgia laparoscopica. Frastornato da inglese e acronomimi che la cartellonistica non sviluppa nella forma completa, il cittadino si disorienta e impiega più tempo del necessario per raggiungere la meta. Il letto dove dovrà ricoverarsi o l’ambulatorio per il controllo.”

Negli ospedali italiani ormai non si trova più il Pronto Soccorso, ma l’ emergency; bisogna però ammettere che dopotutto questo rimane comprensibile. In molti casi si trova il corrispettivo italiano; anzi spesso non si capisce neanche che bisogno ci sia di mettere in mezzo il termine ingleseUnit Stroke è semplicemente l’Unità Urgenza Ictus; che senso abbia dire unit stroke è un vero e proprio mistero, tanto più che, se di urgenza si tratta, si possono creare situazioni assai spiacevoli. Poi ci sono gli ormai familiari, e a prima vista intraducibili, check-up, pace maker, by-pass, pap-test, screening …

Per questo l’allora assessore alla Salute della regione Toscana Luigi Marroni propose al Festival della Salute del 2012 : «Togliamo i termini incomprensibili dagli ospedali, bisogna assolutamente semplificare».

È d’accordo Massimo Cozza, Cgil medici Funzione pubblica, che aggiunge: «Però almeno sugli acronimi occorrerebbe intervenire. E’ ora di uniformare la terminologia a livello nazionale. La gente non ci capisce nulla. L’unica parola che tutti conoscono è ticket. Oltretutto sbagliataSi dovrebbe chiamare tassa per non ingannare. La traduzione letterale è biglietto».

Se è vero che bisogna intervenire sugli acronimi, non si possono comunque liquidare gli anglicismi come il male minore. Bisognerebbe riflettere su questa assoluta accettazione di parole straniere, che ci infastidiscono meno degli acronimi pronunciati come parole, caratteristica peculiare dell’italiano moderno. Ma soprattutto vorrei che chi legge rifletta sulla situazione paradossale in cui si trova, diciamo, un minatore sardo che va in emergency per farsi un check-up che lo manda dritto in day surgery dove attraverso lo screening ecc ecc… puro Kafka. L’uso dell’inglese nei luoghi pubblici, specie burocratici politici e medici rasenta talvolta la cattiveria, e sembra spesso mirato a creare un muro che impedisca la partecipazione del cittadino, del malato.

Il ritratto/logo di Massimo Persotti, il Salvalingua

“E’ vero, il linguaggio medico è talmente tecnico e specialistico da essere normalmente accostato dagli studiosi a quello giuridico. Non a caso, i più noti dizionari moderni del settore accolgono fino a 150.000 lemmi, con oltre 10.000 acronimi e abbreviazioni.
Ma finalmente un moto di ribellione si è levato, soprattutto grazie alla protesta dei pazienti più anziani. E in Toscana, il grido d’allarme è stato ascoltato. La Regione ha deciso: cambiamo la toponomastica e semplifichiamo, togliamo i termini incomprensibili.
Facile? Non troppo, in realtà.”

Scrive il linguista Massimo Persotti nel suo Blog, dove ci consiglia sottilmente che le serie ospedaliere americane (E.R. per primo) devono aver innescato un meccanismo per cui Emergency ci suggerisce un servizio migliore del Pronto Soccorso. È vero che in certi casi non è facilissimo trovare un corrispettivo italiano: probabilmente tradurre pace-maker con pacificatore non è una buona mossa (anche se a me personalmente “suona bene”); in altri casi è in realtà più facile di quanto non sembri.

Buona parte delle difficoltà che abbiamo quando ci proponiamo di tradurre quei lemmi inglesi che non sembrano traducibili, vengono proprio dal fatto che non sono traducibili, in effetti. Il problema è allora che, essendo quelle parole ormai radicate in noi, abbiamo un punto di partenza obbligato, colonizzato. Tradurre mouse, come “topo” non funziona; è come voler tradurre emergency con “emergenza”, mentre in italiano è preferibile “urgenza”, anzi, “pronto soccorso”.

Ma la lingua italiana ha infinite possibilità datele dai suoi numerosi suffissi e prefissi; così già “topino” sarebbe più accettabile, un po’ come si dice “culetto” del pane, non il “culo” (almeno a Roma). Oppure si potrebbe semplicemente liberarsi dell’idea di partenza, inglese, e trovarne una diversa; e chiamarlo freccetta, o manina, (sempre col diminutivo, in quanto “freccia, o “mano”, mi pare, non funzionerebbero). O altro.

Questo è il tranello in cui casca Massimo Persotti quando afferma che “chirurgia giornaliera” per “day surgery” non convince. Questo è un tratto comune a tutti coloro che trattano l’argomento, la traduzione “non convince”, e allora pare chiuso il problema. Ma, innanzi tutto, non convince chi?

E poi, “chirurgia giornaliera” è una traduzione letterale che in italiano non funziona: tradurre letteralmente è quasi sempre un errore. “Chirurgia” in italiano indica la disciplina più che l’atto (operare) in sé; “giornaliero” indica che si fa DI giorno, non IN UN giorno, e allora certo che non convince. Non si traduce in italiano, si traduce dall’inglese in inglese!

 Bisogna invece cercare di essere meno pigri e soprattutto meno supini alla lingua prestigiosa di turno. Provo io a proporre 3 possibili corrispettivi che ritengo più convincente per day surgery“ricovero rapido” “intervento veloce” “operazione in giornata”.

Proponete nei commenti o su twitter (#cometraduci) qualche altra traduzione, o provate a tradurre qualsiasi altro termine medico. Come direste ad esempio pace-maker?

Antonio Marvasi

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