Negra, immigrata, donna, attivista di sinistra: in Spagna il mostro è servito

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Un grave fatto di cronaca nera trasforma la Spagna nell’Italia del periodo pre elettorale (perché, noto, da quando ci sono state le elezioni, parrebbe che nessuno delinqua più):

l’omicidio di un bambino di otto anni, Gabriel Cruz, scomparso ad Almeria a fine febbraio e ritrovato – senza vita – nel bagagliaio della compagna del padre, ha risvegliato i più bassi istinti della Spagna reazionaria che s’è subito scagliata – con la violenza verbale e l’ignorante furia che troppo spesso vediamo sui social – contro l’omicida, Ana Julia Quezada.

Ana Julia Quezada, infatti, oltre l’oggettiva colpa, rappresenta l’incubo della Spagna che fu franchista: è immigrata (viene dalla Repubblica Domenicana), è ne(g)ra (in spagnolo, nero è negro. Rendendo impossibile la distinzione fra razzismo e non razzismo), è donna ed è una militante di Podemos (partito populista e di sinistra).

Nonostante le parole della madre del piccolo Gabriel, Patricia Ramírez (“Chiedo che non si estanda la rabbia e che non si parli della donna arrestata”), reti sociali e media si sono scatenate contro la donna, tra la voglia di gogna e voglia di click.

E, come ormai siamo abituati a vedere nell’era della post verità, non sono mancate bufale ed esempi di cattiva informazione:

come la catena di WhatsApp in cui viene chiesto di inoltrare un determinato messaggio perché dopo mille inoltri Ana Julia Quezada sarebbe stata condannata a 20 anni di carcere. O come la petizione lanciata attraverso una piattaforma online affinché Quezada sconti la pena nel suo paese natale (che ha trovato l’appoggio di oltre 218.000 persone, mosse all’azione dall’inventore della campagna: “Non è giusto che la si debba mantenere con le nostre tasse!”).

Ma ancor peggio ha fatto uno speaker radiofonico de ‘EsRadio’, Federico Jiménez Losantos, che in un editoriale per ‘El Mundo’ intitolato ‘Las mujeres no matan’ ha scritto: “Le più autorevoli pubbliciste del sessismo femminista, e i giornalisti femministi che condannano le discriminazioni di genere, hanno ripetuto infinite volte che la violenza è una questione di etero-patriarcato maschilista e criminale. Vamos, sono cose da uomini e solo di uomini tutte le manifestazioni violente”. Aggiungendo poi – in assenza di fonte – che esiste una statistica “secondo quale di 23 assassini di bambini commessi quest’ultimo anno, 16 sono stati commessi dalle madri”. Un ottimo esempio di pessimo giornalismo: usare un fatto di cronaca nera per criminalizzare un intero movimento (quello femminista che – l’8 marzo e sempre, giustamente – lotta contro la violenza di genere).

Ma oltre Jiménez Losantos, altre fervide menti del giornalismo iberico si sono sbizzarrite: c’è chi ha sottolineato ancora il colore della pelle della donna (come in questo pezzo che riprota il racconto della Guardia Civil), chi ancora s’è soffermato sulla sua militanza (“E’ un’attivista di sinistra che ha appoggiato gli scontri di Gamonal”) o chi ha parlato della donna come della “macellaia di Burgos” (d’altra parte, aveva lavorato davvero come macellaia per un periodo).

Senza menzionare le voci circa un presunto passato sordido (una delle sue figlie è morta nel 1996, per cause accidentali) o circa il fatto che il piccolo Gabriel non vedesse di buon occhio la relazione dei genitori.

Il mostro è servito.

Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno).
Dal 2017 vicedirigo ‘L’Opinabile’ e per L’O provo a vedere che succede nel mondo.
Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo.
Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno). Dal 2017 vicedirigo 'L'Opinabile' e per L'O provo a vedere che succede nel mondo. Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo. Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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