Echi, imbecilli, documenti

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Il mondo dei social, ciclicamente, rende celebri alcuni tormentoni, innalzandoli (o abbassandoli, dipende dai punti di vista) a slogan, cioè a vere e proprie “urla da battaglia” con le quali atterrire l’avversario (fortunatamente, il tutto avviene su terre virtuali).

Una di queste frasi è quella pronunciata da Umberto Eco sulla libertà di parola nel web:

«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

Umberto Eco

Ora: Umberto Eco non è stato né il primo, né sarà l’ultimo, a manifestare una sorta di insofferenza – se non proprio timore – nei confronti della folla o massa. Sin dall’alba della cultura filosofica Occidentale ci sono stati pensatori, primo tra tutti Platone , che hanno espresso, anche in maniera piuttosto sprezzante, numerose riserve sull’opinione pubblica e l’agire del popolo in generale. Da questo punto di vista, è illuminante il saggio di Emilio Gentile, Il capo e la folla, che ha analizzato come le masse sono state percepite dai pensatori occidentali nel corso dei secoli. Leggendo tale libro, ci si accorgerà che spesso i pensatori hanno evidenziato il pericolo di una possibile caduta delle masse nelle grinfie degli abili – ma vuoti – oratori . Infatti, attraverso ottime capacità retoriche, il singolo può ergersi a difensore del popolo, quando in realtà sta soltanto difendendo i propri interessi.

In epoca moderna, l’Occidente ha fatto della libertà di parola un punto cardine della propria identità: da questo punto di vista, è emblematico il libello di John Milton, l’Areopagitica, contro la censura della stampa. Infatti, secondo il noto poeta inglese, è il pubblico a valutare la qualità di quanto si scrive e, di conseguenza, a sancire il successo o l’insuccesso di quanto viene stampato.

Eppure, oggi, le cose sono più complesse di così: prima, per poter accedere ai mezzi di diffusione del pensiero, bisognava impegnarsi (nel migliore dei casi) o appartenere a classi specifiche e privilegiate (nel peggiore). In sostanza, non tutti potevano diffondere in maniera virale le proprie idee, poiché al massimo – come ha evidenziato lo stesso Eco – si riusciva a raggiungere una piccola cerchia di conoscenti o amici. Chiacchiere da bar, insomma. Ma, all’epoca di Milton, anche chi aveva i mezzi per stampare e diffondere le proprie idee, aveva molto da fare per potere coinvolgere un numero considerevole di persone. Per tale motivo, solo in casi molto rari – e con il dovuto impegno – un’idea poteva diventare davvero virale, nel bene o nel male. Oggi, al contrario, tutti hanno a disposizione dei mezzi capaci di rendere “esplosive” le proprie idee, così da raggiungere una vasta utenza in poco tempo.

Inoltre, prima si diffondevano idee che erano state concepite per la diffusione: bisognava lavorare ad un libro, dal più semplice al più difficile. Quindi, si producevano documenti solo per questioni legate alla sfera pubblica: dai testi di filosofia alle semplici scartoffie burocratiche. Oggi, al contrario, possiamo produrre documenti anche per questioni intime: basti pensare ai numerosi video di sesso amatoriale che girano per il web, anche con conseguenze tragiche. Ogni giorno, si produce un’enorme quantità di documenti che parlano della nostra quotidianità. E visto che la quotidianità per definizione è per lo più stupida o poco rilevante, ben si capisce come oggi legioni di imbecilli abbiano lo stesso diritto di parola di un premio Nobel: cioè, tutti oggi possono avere accesso a mezzi di diffusione del pensiero molto potenti, indipendentemente dalla qualità del pensiero che si vuole esprimere, mentre prima bisognava lottare per ottenere ciò (anche se questo non sempre ha significato la vittoria del pensiero migliore, anzi).

Si può attenuare il senso della frase di Eco affermando che oggi le frasi stupide hanno la stessa capacità di circolazione di quelle più raffinate intellettualmente (infatti, non necessariamente chi dice cose stupide è un imbecille: potrebbe stare soltanto giocando o scherzando).

Maurizio Ferraris

 

Maurizio Ferraris ha evidenziato come nel mondo contemporaneo, soprattutto grazie ai social, si producano un gran numero di documenti (egli ha parlato di documedialità): quindi ora abbiamo dei veri e propri resoconti della vecchie chiacchiere da bar. Il che, tuttavia, potrebbe risultare una cosa buona: se prima le parole volavano, oggi, restando impresse nei database dei social network, possono essere impugnate per mettere chi dice cose stupide di fronte al fatto di aver detto davvero una cosa stupida, in quel momento e in quella situazione. E ciò è tanto più importante quando si insulta o si inneggia all’odio: tutto ciò è reato, ma mentre una cattiveria al bar, prima, era difficile da dimostrare, oggi, grazie ai social, abbiamo le prove.

 

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