Studi Culturali: usare con cautela

Condividici

TERRY EAGLETON, noto critico letterario inglese, proponeva nel suo saggio del 2003 Literary theory – an introduction, di sciogliere le facoltà di letteratura in facoltà di “studi culturali”. Si tratterebbe, secondo lui, di una logica conseguenza alla società di massa, per cui i letterati dovrebbero liberarsi dalle catene della polverosa letterarietà accademica per interpretare il presente con le armi della critica. Dalle serie tv ai romanzi per adolescenti, ogni manifestazione culturale è degna di esame critico, e tramite questo, può dirci qualcosa di noi.

Clicca qui per leggere un estratto

Gli studi culturali (cultural studies) fanno parte di un approccio di radice marxista dell’arte e della letteratura. È una critica dell’ideologia, cioè volta ad analizzare le strutture di pensiero implicite in ogni discorso, categoria indispensabile della critica contemporanea. Fanno parte di questa branca i post-colonial studies, i gender studies, e tutta una serie di scritti che mirano non tanto a valutare esteticamente un’opera quanto a inserirla in un contesto culturale, analizzarla in quanto prodotto di una determinata ‘struttura’. Oggi la figura accademica più famosa che può essere inserita in questo campo di studi è il filosofo Slavoj Žižek, autore di libri, conferenze e video molto interessanti. Ma pur avendo nelle intenzioni l’idea di includere nel nostro discorso tutto un insieme vastissimo di contributi critici, dovremmo invece restringere il campo alla sola “analisi del discorso”, sperando (a torto) che questo possa rendere più concreto l’oggetto di cui parliamo.

GLI STUDI CULTURALI: Esistono molti punti a favore e molti contro questo tipo di letture. Da un lato, è legittimo chiedersi se, per esempio, sia poi così importante per leggere La Recherche, sapere che Proust era omosessuale. E così, è contestabile l’idea, sia pur per certi versi oggettivamente interessante, che esista una differenza sostanziale tra ciò che scrive un’autrice rispetto a ciò che scrive un autore. Se esista cioè una letteratura, una scrittura, uno stile femminile. O se non sia più utile, anche più suggestivo, considerare tutto il patrimonio culturale come una sola linea fatta di innovazioni e continuità.

D’altra parte, con lo stesso metodo, si potrebbe inserire questo approccio non semplicemente nella corrente marxista, ma in un percorso ben più ampio, che comincerebbe almeno con l’illuminismo, fino a culminare nel 900 con la nascita dell’intellettuale. Ovvero, del letterato che interviene nel discorso politico, pubblico, non in quanto tecnico, né politico, ma proprio in quanto uomo di cultura. Quando, tra la seconda metà del XIX secolo (Zola) e l’inizio del XX (epoca di totalitarismi), gli scrittori assunsero il ruolo di coscienza della comunità. Insomma, la capacità di autocritica sarebbe un tratto caratteristico della cultura occidentale, avvezza alle “rivoluzioni” e anzi esaltante la novità, nell’arte come nella televisione e nella filosofia. I cultural studies sono innegabilmente un prodotto culturale tipicamente occidentale.

GRAMSCI E MANZONI: Un esempio lampante dei limiti degli studi culturali è dato in certa misura da Antonio Gramsci che, con la sua critica della società, delle lettere e degli intellettuali italiani rappresenta infatti uno dei predecessori a cui gli studi culturali anglo-americani esplicitamente si ispirano. Gramsci scrive, a proposito dei Promessi Sposi, che il classismo di Manzoni si vede dal fatto che solo i personaggi di famiglia nobile hanno una psicologia, mentre i contadini, Renzo e Lucia compresi, sembrano semplicemente privi di un mondo interiore. Il passo è famosissimo, e qualunque lettore di Manzoni può andare a verificare sul testo: Renzo e Lucia sono marionette rispetto a l’Innominato o Fra Cristoforo: tanto che alla fine fanno l’elenco di quel che hanno imparato da questa storia.

Quanto nota Gramsci è quindi assolutamente esatto, eppure è ingiusto. Benché il romanzo di Manzoni rispecchi chiaramente il paternalismo cattolico tipico dell’800 italiano, sarebbe necessario tuttavia ricordare il progetto politico di emancipazione linguistica e culturale in ottica risorgimentale su cui si fonda il suo lavoro. Più in piccolo, lo stesso si potrebbe dire oggi di Cuore di Edmondo De Amicis: oggi praticamente illegibile, addirittura stroncato definitivamente dal famoso Elogio di Franti di Umberto Eco, rimane comunque un documento indispensabile per comprendere una certa cultura. Il libro è colmo di classismo, retorica militarista e addirittura passaggi lombrosiani che oggi sono completamente e intimamente superati da tutti; tuttavia denunciare gli ideali conservatori di De Amicis non ha molto interesse. Come dire che Dante era un fondamentalista cattolico per i nostri standard: sarà più esatto dire che era un uomo del 1200.

Insomma, l’obiezione che abbiamo per Gramsci, nel nostro piccolo è: c’è da stupirsi se Manzoni era un uomo del suo tempo? Qual è l’informazione nuova che ci viene data quando un critico dimostra che Kipling, bianco inglese nell’India colonizzata, tendeva a essere razzista? Da un punto di vista della conoscenza, la cosa può risultare ben poco interessante.

Leonardo Sciascia

La mafia era, ed è, altra cosa: un «sistema» che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel «vuoto» dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma «dentro» lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta. 

PER ESEMPIO, LA MAFIA: Ovviamente, però, lo scopo di Gramsci era francamente rivoluzionario. Per lui, criticare la cultura borghese rientrava nel progetto di nascita di una cultura proletaria. I Cultural Studies conservano (all’incirca) il metodo, ma non lo scopo. Più che di rivoluzione, si parlerebbe al massimo di riforma. Più semplicemente, spesso, non si fa che decostruire (o credere di decostruire) un discorso con l’intento di mettere a nudo una certa struttura di pensiero, di denunciare per esempio il razzismo inconscio di un candidato alle elezioni, come di uno scrittore laureato. Eppure, proprio qui sta l’interesse nel disciogliere gli studi letterari in un approccio più ampiamente culturale. Infatti, gli studi culturali hanno il merito di cercare di affrontare in maniera metodica e quanto più possibile scientifica – utilizzando la sociologia, la geografia, l’urbanismo, persino l’economia – qualcosa che tutti possiamo percepire e che è difficile da indagare.

Quando si dice, per esempio, che la mafia è un problema culturale, si fa riferimento a qualcosa di molto reale, eppure indefinibile se non attraverso una lettura attenta dei discorsi prodotti in una determinata area. Non tanto nel contenuto, quindi, quanto nella forma, nelle associazioni e nell’ordine delle idee. C’è quindi anche un elemento strutturalista, e un aspetto psicanalitico, fondato sull’idea che noi “siamo parlati” dal linguaggio, e che quindi i veri significati di ciò che diciamo sfuggono al nostro stesso controllo. Il che, in molti casi è vero: un’analisi attenta in questo senso può quindi essere salutare, quando non è troppo di parte, per far evolvere e migliorare la cultura occidentale. In altre parole, per capire la mafia, la sua mitologia di fondamento, può essere molto più utile leggere Sciascia che parlare con Nicola Gratteri (noto magistrato da anni in prima linea nella lotta alla ‘ndrangheta).

Il vero merito degli studi culturali, in ultima analisi, è quello di sottolineare l’importanza e il ruolo della letteratura in quanto prodotto culturale: cioè come documento dello spazio-tempo da cui deriva, da un lato, ma anche come strumento per individuare e spingere le nuove problematiche e tendenze della società. In Italia, poi, questo tipo di studi possono avere un valore terapeutico in quanto relativizzano, e di molto, l’importanza delle semplici belle lettere fini a se stesse, sensibilità romantico-idealista che ancora pesa molto sull’accademia italiana.

Se non fosse però che questo approccio viene facilmente, spessissimo, travisato e utilizzato come metodo di aggressione ideologica fine a se stessa. Il che accade sempre più spesso nel mondo angloamericano; possiamo su questo punto essere ottimisti sulla maggiore relativizzazione di cui sono capaci i popoli del Continente. Insomma c’è bisogno di umiltà per fare bene un tipo di critica tanto superba. Nonostante ciò ha comunque ragione Eagleton: la società massificata ha cambiato a tal punto il mondo della produzione culturale che è necessario per i critici volgersi verso i nuovi prodotti culturali. Utilizzare il metodo dei Cultural Studies con rigore e cautela può essere estremamente utile e interessante.

Be the first to comment

Leave a Reply

Your email address will not be published.


*