Lame di Gabriele Pedullà, un romanzo a più livelli

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Una coppia senza figli, Olimpia e Ruggero, sulla soglia degli –anta, scopre una comunità di pattinatori che ogni domenica, al Pincio, si riunisce per danzare sulle note dei successi degli anni ’80, e non solo.

La coppia si unisce al gruppo, partecipa al rito di ‘Nostra Signora della rotella’, assapora di nuovo una giovinezza forse resa appena più dolce dal ricordo eppure già lontana come se non fosse stata vissuta dagli stessi Ruggiero e Olimpia di cui si legge. Loro non lo sanno, o lo sanno, ma già non sono più gli stessi. Un libro sulla memoria, anzi sul ricordo. Quindi sul presente e sul futuro. Sul tempo, addirittura. Il tutto reso concreto – qui lo scatto veramente artistico – da un sentimento dell’immagine  tra ieri e oggi – sullo sfondo della trama, della vita, aleggiano i Social Network e le foto del gruppo; perché come dice Olimpia, fotografa dilettante e dal lavoro quasi artistico nell’editoria, “se non lo fotografi non è successo” – “Non si potrebbe dire meglio, no?”.

L’immagine è il punto centrale del problema che anima il romanzo di Pedullà. I busti di personaggi sconosciuti che campeggiano al Pincio, le foto dei protagonisti da giovani fino a quelle di adesso. Soprattutto: quelle cornici digitali poggiate sul tavolino della casa della giovane coppia. Basta premere un pulsante e le fotografie cominciano a scorrere, innumerevoli, di epoche luoghi e situazioni svariate.

Queste immagini quanto sono uno specchio o sono reali da sole? Vivono aggirandosi nella nostra memoria come fantasmi desideranti, o sono implicate in una trama complessa in cui vanno e vengono, come una sfilata di fotografie su uno schermo, come personaggi di Ariosto ripresi e lasciati? Se dovessi consigliare una pista da seguire in questo libro, consiglierei di fare attenzione a una certa fisicità sfuggente, una materialità impalpabile, a uno scivolare come di pattinatori.

 

  • Anche a me piace la fotografia.
  • Ti permette di fare il punto. Fissi il passato e capisci dove stai andando.
  • E poi ti aiuta a mettere i sentimenti a fuoco. Ti dice a che punto sei e quello che davvero conta. (p.88)

 

Raccontare la trama dell’ultimo romanzo di Pedullà pubblicato da Einaudi non gli rende giustizia. Eppure, la storia raccontata è bella, coinvolgente. Non si tratta di uno di quei libri intellettualistici che non raccontano bensì analizzano. Eppure l’analisi, l’introspezione c’è ed è l’elemento centrale, come dimostrano fra l’altro gli intermezzi tra un capitolo e l’altro.

Lame, di Gabriele Pedullà, Einaudi, 2017. Clicca per leggere un estratto

Non ho la minima idea del numero di copie vendute, spero molte. Molte sicuramente, considerato che è tradotto in tutte le più importanti lingue europee fino al coreano. Perché il romanzo merita un successo di pubblico come l’ha avuto di critica: si potrebbe adattare facilmente a questo libro la categoria – a dire il vero bruttissima – di “best-seller di qualità” che alcuni critici inventarono per Il nome della rosa di Eco. I due libri sono diversissimi, sia chiaro, ma i requisiti ci sono. Il punto è che Lame presenta tutte le potenzialità di un successo editoriale, pur non essendo un thriller carico di suspense. La definizione che si dà comunemente per best-seller di qualità è quella di un romanzo apprezzato da un numero elevatissimo di lettori – che abbraccia quindi tutti gli strati della società – pur restando un prodotto culturalmente e letterariamente complesso e appunto di qualità. Cioè tendenzialmente elitario. In grado di essere accessibile e allo stesso tempo soddisfare i lettori più esigenti. Un’operazione di stile tutt’altro che semplice, e che conta pochissimi virtuosi in Italia.

Innanzi tutto è un libro agile, breve, costruito in dodici capitoli di poche pagine, intermezzati da brevissimi dialoghi (massimo di una pagina) che si possono interpretare coerentemente come monologhi del fantasma dei quarant’anni del protagonista, Ruggero. Insomma, non è uno di quei libri che spaventano solo a guardarli, fisicamente pesanti, strabordanti di pagine e parole.

E la prima impressione data dall’oggetto è poi confermata dall’agilità della lingua. Pedullà, professore associato di letteratura, studioso ormai noto tra gli italianisti del mondo intero, con un curriculum accademico di tutto rispetto, non scade mai nello snobismo di una iper-letterarietà intertestuale o di una lingua inutilmente complicata. Mai lo cogliamo in colpa di letteratura: è uno scrittore troppo abile per farsi beccare con le mani in pasta. Le frasi brevi, essenziali, vanno dritte al punto, danzando. “Una prosa così musicale che fa muovere i piedi, fa venire voglia di danzarla” secondo Andrea Bajani.

A rendere la prosa così agile è anche l’inserimento di una vera e propria novità (in)formale che l’autore non usa mai a sproposito e sempre in modo efficace: una sorta di iterazione o ripresa tra parentesi. Una trovata stilistica apprezzabilissima, che permette alla lingua di fare giravolte – proprio come i pattinatori. Però, non c’è mai virtuosismo fine a se stesso. Anzi, la maniera con cui Pedullà spezza alcune frasi, le riprende e le ricostruisce con un uso sapiente e calcolato della punteggiatura contribuisce a rendere lo scritto ancora più scorrevole. Mai, nemmeno una volta, il lettore sente di dover tornare indietro a rileggere qualche dettaglio per seguire la storia, non ci si perde mai tra le subordinate.

Ma spesso il lettore è tentato rileggere per rivivere l’effetto che lo scrittore ha saputo giostrare come un giocoliere esperto, o, appunto, un pattinatore. Come si canta di nuovo una canzone. La trama, come il linguaggio, come le file di fotografie e di busti, scorre rapida e leggera, eppure i riferimenti letterari, musicali, artistici (da Gershwin alla statua di Goethe, Calvino e molto Ariosto) costellano la scrittura in modo del tutto naturale senza contraddire mai la cultura media dei due protagonisti.

Gabriele Pedullà

Il libro ammicca continuamente al lettore attento, che abbia gli strumenti per cogliere le allusioni a partire dai due protagonisti, Ruggiero e Olimpia. L’onomastica ariostesca è probabilmente una delle spie più evidenti dei diversi piani narrativi e livelli di lettura che si intrecciano in una sapiente scrittura al tempo stesso quotidiana e universale, letteraria e senza pretese. Bella (si, semplicemente bella) una pagina dedicata al lucidalabbra delle compagne di scuola di Ruggiero che ricorda con passione questo dettaglio quasi erotico scorgendo lo stesso luccichio sulla bocca della sensuale Angie (come Angelina Jolie, o l’Angelica dell’Orlando Furioso?).

Ma non riveliamo il finale, delicatissimo. Un romanzo insomma piacevole da leggere, mai banale ma che non cerca l’originalità a tutti i costi. Chiunque può trovarvi una lettura godibilissima sonnecchiando sotto l’ombrellone, oppure impegnarsi a tracciare la mappa di allusioni disseminate lungo tutto il romanzo. Tutti i livelli di lettura e di comprensione si intrecciano mirabilmente a formare un testo unico, delicato ma niente affatto fragile, leggero e al tempo stesso solido.

 

  • il lucidalabbra dunque.
  • vedi come è strana la memoria.
  • Non puoi mai dire in anticipo quello che ti ricorderai. Quello che ti resta veramente impresso.
  • Non puoi decidere, soprattutto
  • E così viene fuori il lucidalabbra.
  • Dopo tutto questo tempo!
  • … (p. 51)

Antonio Marvasi

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