Morte a Firenze: una tragedia contemporanea

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Il 5 Marzo 2018, a Firenze, un uomo di 65 anni, scende in strada con l’intenzione di suicidarsi, per questioni economiche. Tuttavia, una volta giunto al dunque, desiste e decidere di sparare su un passante a caso per finire in carcere, così da non gravare più sulle spalle della propria famiglia. L’uomo che è stato ucciso è un senegalese regolare di 54 anni, venditore ambulante. In sintesi, questo è ciò che è accaduto, così come è stato riportato dall’ANSA.

Il Ponte Amerigo Vespucci, a Firenze, luogo del delitto.

L’evento, da un punto di vista simbolico, è molto potente: la disperazione di un suicidio che si tramuta in omicidio. A tutto ciò si aggiunge la gratuità della morte, ai danni di un uomo di colore che aveva trovato in Italia la sua stabilità e la sua dignità. 

Proporrei, per meglio comprendere quanto accaduto, un’analisi girardiana di tale avvenimento: infatti, il noto antropologo e filosofo ha mostrato come la comunità nasca da un atto fondativo ben preciso: il sacrificio di un capro espiatorio. Si sacrifica sempre ciò che la comunità vuole espellere da sé, per tale motivo l’individuo da sacrificare deve possedere le caratteristiche che la comunità, che sorge proprio intorno a quella morte, da quel momento in poi rifiuta e condanna.

Il mondo contemporaneo, dominato dal neoliberismo, ha fatto sì che l’uomo oggi venga misurato dalla sua capacità di produrre o – molto più banalmente – di fare soldi. Purtroppo, chi non partecipa a tale meccanismo, si ritrova in affanno: è facile immaginare come un uomo di 65 anni, alle soglie della pensione (la pensione di vecchiaia viene erogata a 66 anni e 7 mesi dal Gennaio 2018 per la maggior parte delle categorie), si sia ritrovato in un limbo dove si è troppo vecchi per lavorare e troppo giovani per accedere al sistema assistenziale pensionistico. La società, attraverso le sue scelte politiche, ha di fatto “sacrificato” le categorie più deboli, come gli anziani non più produttivi, abbandonandoli alla povertà. L’uomo di 65 anni, fattosi egli stesso “sacerdote” di questa società, voleva letteralmente compiere il sacrificio al quale era destinato in maniera “simbolica” (sia ben chiaro: il mondo di oggi non sacrifica in maniera letterale le fasce della popolazione non più produttive, ma lo fa in maniera simbolica espellendole dal gioco del sistema capitalistico, impedendo loro di vivere in maniera dignitosa).

L’uomo, però, non ha compiuto tale sacrificio, poiché non ha aperto il fuoco su se stesso. Da lì, la decisione di sacrificare qualcun altro: l’articolo già citato dice che l’uomo, volendo sparare sul primo che capitava, abbia però evitato di colpire un primo bersaglio: una famiglia con bambini. Così, la scelta è caduta sul “secondo che passava”: un senegalese di 54 anni.

René Girard, filosofo e antropologo francese.

René Girard, infatti, ha mostrato come il capro espiatorio venga scelto tra persone che vengono percepite come diverse, ma allo stesso tempo appartenenti alla comunità. Infatti, il sacrificio è sempre un modo per epurarsi da qualcosa di covato in seno alla società e non per difendersi da qualcosa che arriva dall’esterno. In questo caso, l’uomo, volendo trovare un nuovo capro espiatorio, ha scelto l’individuo più lontano da lui e, secondo l’immaginario comune, più debole. L’omicidio, quindi, è una volontà di sostituzione che porta l’assassino ad affermare: non sono io il più debole della comunità, posso sopravvivere perché c’è qualcun altro che può prendere il mio posto.

Ovviamente, la mia analisi non ha intenzione di spiegare la psiche di un gesto di tali dimensioni, ma di analizzare quali possono essere le sue conseguenze mitologiche: cioè di come questo gesto possa essere percepito dagli altri, consciamente o inconsciamente. La reazione della comunità senegalese ne è un esempio: nonostante si sia detto che l’uomo ha sparato in maniera casuale – e quindi senza alcun intento razzista – la percezione del gesto porta verso tutt’altra interpretazione.

Quel che è chiaro, però, è che la società di oggi, costringendo l’individuo a dover necessariamente partecipare al gioco della produzione, mette spalle al muro tutti coloro che, per una ragione o per l’altra, non riescono a stare dietro a tali ritmi frenetici, a una visione meramente economica della vita.

Gerardo Iandoli

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