Gillo Dorfles, la semplicità di uno scapigliato

Condividici

Gillo Dorfles ha sempre avuto una magica evanescenza, accresciuta come si può notare nelle ultime interviste, da una delicatezza increspata nelle pieghe della pelle.

Si confida, in un’ultima intervista del febbraio scorso, con voce molle come un impasto burroso ma con la limpidezza di chi ha vissuto in modo intenso. Un uomo privilegiato il cui fato e le passioni gli hanno concesso con generosità di vivere a lungo nel secolo in cui le coloriture sociali, i cambiamenti repentini, le scoperte ed innovazioni hanno galoppato a ritmo asserragliato. Lui non si scompone e con naturale, fisiologica attitudine, ha percorso i decenni e le epoche che hanno plasmato la modernità, volando come una penna d’oca e scrivendone lui stesso, una variopinta ma spesso discordante storia del mondo.

Filologo dell’arte ma simpatizzante contestatore, non veste di blu, mai. Lo reputa “troppo classico e banale”.
Nasce quando intorno a lui cresce affamato l’irredentismo, quando già in germe, un antisemitismo crescente si affaccia sulle rive del bel Danubio Blu e lo vede scolorire, nella Trieste tormentata di inizio secolo, mediana fra l’appartenenza asburgica e l’annessione sempre più vicina. Dopo la prima guerra mondiale si trasferisce a Genova assieme alla famiglia. I porti, i moli, fanno parte del suo “habitat”. La materia che abita il mondo, più banalmente le cose con cui interagisce sensorialmente da quando è bambino, faranno parte di quell’inviolabile universo di cose che lo avrebbero mantenuto connesso con una dimensione passata ma sempre presente che è quella visiva e tattile dell’umano.

I ricordi dell’infanzia sono le bandiere gialle e nere con le aquile lungo le vie della sua città natale, le passeggiate con la madre in cui veniva coccolato da una schiera di personaggi bizzarri, gli incontri con un introverso Umberto Saba nella sua libreria antiquaria in via di San Nicolò, rievocandone la scontrosità in quel piccolo tempio d’antan, affastellato da volumi e pagine ingiallite.

Durante gli anni del liceo diventa uno dei più cari amici della figlia di quest’ultimo, Linuccia, e del suo fidanzato, Bobi Balzan, futuro fondatore dell’Adelphi. Balzan gli apre le porte dei salotti letterari triestini frequentati da Montale, Leo Ferrero, Italo Svevo e Debenedetti.

Una generazione di ragazzi, la sua, di lettori precocissimi che scopriranno non solo Joyce ed il suo “Ulisse”, allora sconosciuto in Italia, ma tutta la produzione letteraria mitteleuropea. Legge Freud mentre la psicoanalisi ancora non ha dilagato in moda e passa le estati a Gorizia dal nonno, direttore del teatro Verdi mentre continua a frequentare curioso la mondanità che lo circonda, i circoli viennesi, e gli intellettuali del periodo.

Alla fine degli anni ’20, trasferitosi a Milano, si iscrive alla facoltà di medicina, corso di studi in neuropsichiatria che terminerà a Roma nel ’34. La permanenza milanese gli offre la possibilità di vivere un periodo di grande fervore artistico e culturale, in cui sarà coinvolto grazie ad alcune amicizie d’infanzia ritrovate, quali quella di Ernesto Rogers. Una volta penetrato ed accolto fra gli avanguardisti , il gruppo BBPR (Banfi, Belgioioso, Peressutti) e gli architetti razonalisti Viganò e Zanuso, non tardano le prime collaborazioni letterarie. Piero Gadda Conti lo invita a scrivere sulla rivista “L’Italia letteraria”e “Le arti plastiche”, dove pubblica i suoi primi scritti critici d’arte. Inizia anch’esso a dipingere, cimentandosi nel disegno dal vero ma ritenendosi poi per tutta la sua esistenza, un dilettante. Viaggia in Germania e Nord Europa approfondendo la conoscenza del movimento espressionista. Trasferitosi quindi a Roma, nonostante gli studi universitari lo interessino, non si allontana dai circoli intellettuali, intrattenendosi nella Roma bohémien di via Margutta, del Caffè Rosati e presso il gruppo “Pico della Mirandola” nella dimora della Baronessa De Renzis in via Gregoriana, dove le steineriane arti occulte, l’antroposofia, e le scienze teosofiche albergavano in quelle sale, fra i fantasmi degli scienziati spiritisti e le eleganti aristocratiche che li evocavano.

Nuovamente trasferitosi, questa volta a Torino per svolgere il servizio militare, si congiunge anche qui alla cerchia nobiliare ed intellettuale torinese, conoscendo Carlo Levi e Paola Levi Montalcini. Con lo scoppio del secondo conflitto ritorna in Toscana, in una casa di famiglia nelle campagne del Volterrano, in cui si dedica esclusivamente alla scultura in terracotta di cui però non rimarrà più nulla, andato perso durante i bombardamenti.

Rientra a Milano nel ’46, riprendendo intensamente l’attività di scrittura e critica d’arte per merito di Dino Buzzati che gli commissiona un’articolo per “La lettura”. Fiorenti gli interventi su “Domus”, di cui sarà successivamente vicedirettore, sul “Il Mondo”, “La fiera letteraria”, “Marcatrè”. Nel ’48 assieme a Bruno Munari, Attanasio Soldati e Gianni Monnet fonda il MAC, Movimento d’arte Concreta, con l’intento di dar vita a nuove espressioni artistiche in grado di valicare le tendenze astratte passate.

Negli anni ’50 inizia la vera e solida attività in ambito accademico, con l’innovativa cattedra di estetica alla Statale di Milano, i viaggi oltreoceano in cui tiene seminari ed in cui durante un soggiorno newyorkese, non solo conoscerà Mies Van Der Rohe e Frank Lloyd Wright, ma scoprirà la sensibilità di uno straordinario artista padre della Color Field Abstraction: Mark Rothko.

L’operosità nell’attività di giornalismo e scrittura dà vita ad una sterminata produzione critico letteraria che va dal ’58, anno di uscita de’ “Le oscillazioni del gusto e l’arte moderna” sino allo scorso anno, con la pubblicazione di “Paesaggi e personaggi”, opera più autobiografica.

Gli elementi imprescindibili quali quello del ricordo, quello materico, palpabile e visuale che si respira all’interno della sua casa di Piazzale Lavater nella sua amata ma tanto criticata Milano “una città priva di slanci, in cui nessuno più legge”, quello del suo stesso tratto grafico (disciplina in cui sarà attivo negli anni ’80), in cui si è auto disegnato e ritratto nelle controversie del secolo passato, gli hanno fatto attraversare la vita con incisiva leggerezza.

Un incessante passo felpato in una quasi eternità. Gillo ci scherza, motivando la sua longevità al consumo di Cannonau e ai piaceri della tavola, ma soprattutto al desiderio di conoscere: “Se non avessi progetti, sarei già morto”.

Carlotta Giauna

Be the first to comment

Leave a Reply

Your email address will not be published.


*