Socrate e Cristo, analogie e differenze di due fondatori della cultura occidentale

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(Riprendiamo una interessantissima riflessione di Alfio Squillaci su Cristo e Socrate pubblicata sul suo profilo facebook: La Frusta letteraria)

A Cristo, nella nostra tradizione occidentale, si oppone Socrate, cui forse più propriamente si deve lo scandalo di aver dato la scalata al mondo e alla conoscenza. Sia Cristo che Socrate sono i due omenoni che reggono, come dei pilastri, la nostra civilizzazione culturale occidentale: il pilastro giudaico- cristiano e quello greco-latino. Il parallelo tra i due è stato magistralmente condotto da Hegel negli “Scritti teologici giovanili” e da George Steiner in “Passions impunies”. Cristo, partendo dal presupposto che la sua è una verità rivelata, ci propone (e talora ci impone – “Io sono la via, la verità e la vita”, Gv 14,6 ) – di credere.

Socrate che non ha presupposti ci dice che la verità è una scepsi costante e senza fine e che di una cosa sola è certo: che sa di non sapere; ci esorta a essere curiosi, a non farci abbindolare dal primo predicatore che passa, a fare continue domande (ti estin? Che cos’è questo?), a investigare la realtà partendo dal semplice per arrivare al complesso, a scoprire le cause partendo dagli effetti, a suddividere (diàiresis) le questioni complesse per meglio dibatterle, ad avanzare nella conoscenza facendo appello alle nostre risorse intellettuali: in una parola ci esorta unicamente a pensare.

Il parallelo tra Socrate e Cristo, tra credere e pensare, attraversa tutto il nostro mondo Occidentale fin dalle origini. E resta mia ferma convinzione che se siamo ciò che siamo lo dobbiamo non certo all’idiotismo cristiano (Gesù si piccava di scegliere gli apostoli tra gli ignoranti) , ma alla forza tranquilla della investigazione socratica.
Sia Cristo che Socrate non hanno lasciato nulla di scritto. Preferivano la comunicazione verbale (acroamatica si diceva nell’Antichità) a quella scritta.

Entrambi si circondavano di discepoli; entrambi non lavoravano e andavano a zonzo (ma Socrate batteva le strade della città metropolitana Atene, Cristo preferiva per lo più le campagne o piccoli borghi della Galilea, dove poteva imbattersi più facilmente in persone incolte, alla larga dunque dagli intellettuali); entrambi furono processati e mandati a morte non senza condividere una singolare analogia: un’ultima cena coi propri seguaci. Ma qui cessano gli accostamenti analogici. Socrate non aveva verità da rivelarci, verità che venissero da fuori dell’uomo, che promanassero da divinità ad esempio.

Aveva certamente un dàimon che lo ispirava, ma nulla a che vedere con la divinità. Socrate faceva appello alla risorse interiori dell’uomo: diceva che la verità era dentro l’uomo, che essa attendeva soltanto di essere estratta come faceva l’ostetrica che levava il bimbo dalla gestante. Definiva la sua tecnica investigativa maieutica. Grande era per lui l’importanza del dialogo: perché dal dibattito delle verità soggettive contrapposte si accedeva a un livello superiore di conoscenze, che potevano ambire all’oggettività, o a un punto di vista in cui si poteva scorgere un accordo sulle cose del mondo, per mezzo delle tecniche utilizzate per conoscere e parlare (eristica, retorica, ecc) e avendo come fine le regole del vivere associati, l’etica e la politica.

Socrate usava il concetto (H. Maier, nel suo Socrate, 1913, dava il filosofo greco quale “scopritore” del concetto). Cristo invece si avvaleva delle metafore variopinte, delle parabole: una forma orientale di comunicazione (A. De Gubernatis, “Storia universale della letteratura”, 1883-1885). Socrate privilegiava il brachilogio (domande semplici e brevi), Cristo il macrologio, la concione, il sermone ispirato e suggestivo. Socrate parlava all’individuo, dialogava con il singolo interlocutore occasionale, non saliva sui monti, non parlava dall’alto o montava sugli asinelli per farsi vedere dalle folle. Cristo parlava alle moltitudini, che “ammaestrava”, preferibilmente ponendosi su un poggio, per meglio dominare l’uditorio.

Ma su una cosa il dissidio tra i due è palese. L’autonomia è l’obiettivo di Socrate. L’eteronomia quello di Cristo, e le parole di quest’ultimo sono inequivocabili in tal senso. (Testo CEI 2008: « Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Mt 7,21; « Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre», Mt 12,50. «Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno». Gv 6,40).

Socrate non voleva convincere nessuno, non aveva pretese di imporre il proprio punto di vista sugli altri e agli altri, anzi, stimolava il singolo a cercare dentro di sé il proprio punto di vista. Cristo invece voleva imporsi (“Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde”. Mt 12,30; Lc 11,23) e fare proseliti. Mandò perciò gli apostoli in giro, in predicazione itinerante, a diffondere la sua buona novella.

Sullo spirito del proselitismo del cristianesimo Hegel ha parole nette e chiare, e per certi aspetti durissime; parole nelle quali, vedremo, si mostrerà che il giogo da Cristo proposto è tutt’altro che leggero.

Nello scritto “La positività della religione cristiana” (redatto nel 1795-6 con un rifacimento del 1800) poi pubblicato da Hermann Nohl (1907) negli “Scritti teologici giovanili “, Hegel rimprovera al cristianesimo di essere una religione “positiva”. La positività del cristianesimo è qualcosa che si spiega col suo contrario: la natura. È positivo ciò che non è conforme alla natura e alla ragione e che non promana dall’uomo ma da una autorità esterna. «Una fede positiva è quel sistema di principi religiosi che per noi deve avere verità perché ci è imposto da un’ autorità». Ed Hegel, indagando su ciò che diede alla religione di Gesù l’occasione di diventare positiva, spiega che essa è scaturita dal fatto «o di non essere postulata ad opera della ragione e di essere persino in contrasto con questa, o, se anche in accordo, di essere tale da esigere di essere solo creduta solo sulla base dell’autorità».

Hegel individua alcuni profili sintomatici che rendono positiva (non conforme a natura e ragione) la religione cristiana. E sono: a) l’insistere di Gesù sulla propria autorità e non sulla bontà e moralità dei suoi precetti, allorché, di contro, i discepoli del filosofo greco «amavano Socrate per la sua virtù e per la sua filosofia e non la virtù e la sua filosofia per amor suo»; b) presentarsi come il Messia, o l’unto del Signore, dal che discende che il contenuto del suo messaggio derivi non dalla ragione, anzi, Hegel scrive acutamente: «richiamare solo la ragione avrebbe significato predicare ai pesci». «Gesù perciò esige attenzione per le sue dottrine non perché conformi alle esigenze morali del nostro spirito, ma perché volontà di Dio»; c) Gesù ricorre a “numeri speciali” quali sono i miracoli per assicurarsi maggior autorità presso i suoi seguaci.

«Furono i miracoli accettati con fiducia e fede che fondarono la fede dell’autorità del loro autore e l’autorità di questi divenne il principio dell’obbligatorietà della morale», «così la dottrina morale di Gesù non fu più oggetto della venerazione degli uomini per se stessa, come doveva essere, procurando venerazione per il maestro, ma al contrario essa pretese rispetto solo a causa del maestro, e questi a causa dei miracoli»; d) Altro elemento della positività della religione cristiana è il proselitismo, il convincimento che solo chi la pensa come te può ricevere attenzione o rispetto.

Ma c’è una sottile sfumatura, una specie di effetto “risonanza” in questo elemento di positività che è il proselitismo: «Ogni individuo si rafforza tanto più nella sua fede positiva quante più persone può convincere o vedere già convinte»; e infine Hegel ha un riferimento al “giogo leggero” della fede in Cristo. È un’osservazione acuta, molto sottile, quasi perfida: « Il giogo della fede, come ogni altro giogo, diviene più tollerabile quanto maggiore è il numero dei fedeli che lo portano, e nello zelo di far proseliti è spesso segretamente operante l’indignazione che altri voglia essere libero dalle catene che noi portiamo e da cui non abbiamo sufficiente forza di liberarci».

Alfio Squillaci, La frusta letteraria

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