Bruno Mastroianni: “La disputa felice”, guida a un Social Network ragionevole

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Ogni volta, o quasi, che pubblichiamo un post su Facebook, poco importa quanto sia ameno, né che il vostro intento sia quello di sorridere, o riflettere oggettivamente su una situazione. In ogni caso, arriverà sempre il commento al vetriolo. Grazie al web le distanze si sono ridotte moltissimo, mettendoci però in una condizione di costante confronto senza mediazioni. Forse proprio questa mancanza di mediazioni, e la mancanza di rapporto “reale” e diretto con l’interlocutore rende facile lo scadere nell’insulto e nell’accusa. Si tratta probabilmente della vera malattia del secolo, e nessuno ne è immune. Occorre perciò non solo capire i meccanismi che stanno a monte di una tale situazione, ma anche capire come gestirli, gestire se stessi. Ecco allora che ci viene in aiuto un recente libro di Bruno Mastroianni, La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico, Cesati, 2017.
Scritto in modo semplice, veloce, chiaro e convincente, questo vademecum è un libro particolarmente utile. Uno strumento di navigazione, una mappa etica di comportamento nel labirintico mondo del Social. Tanto che sarà il caso, più che tessere le lodi dell’autore, lasciar parlare lui. Pubblichiamo, allora, un estratto del suo libro, e rimandiamo il lettore anche al suo blog, www.brunomastro.it, dove si potranno trovare moltissime osservazioni utili a una navigazione online consapevole.
Bruno Mastroianni, autore
SOSTIENE MASTROIANNI:
Per farsi capire oggi occorre saper affrontare questa relazione quotidiana con la diversità dell’altro. In questo testo si offre una guida sintetica per imparare a sostenere il proprio punto di vista davanti a chi non è d’accordo, senza litigare ma anche senza scadere nell’asettico politically correct, per costruire confronti pieni di gusto e soddisfazione. È la disputa felice.

Uno dei fattori che compromette le discussioni online è una sproporzione tra la distanza fisica e la vicinanza emotiva: si è vicinissimi perché coinvolti nel confronto su idee in cui crediamo, ma si è lontanissimi perché non ci si guarda in faccia né si è presenti l’uno davanti all’altro.

Questa sproporzione fa vedere tutta la sua problematicità soprattutto quando si affrontano dilemmi etici: ognuno è pronto a muovere guerra all’altro in difesa delle proprie convinzioni, dimenticando proprio l’altro in quanto persona mentre si sta confrontando.

Avvicinarsi all’altro

La strada per uscire e è solo una: avvicinarsi. Fare in modo cioè di supplire alla lontananza fisica con un avvicinamento intenzionale. Come si fa ad avvicinarsi in una disputa? Occorre partire da un riconoscimento positivo dell’altro: prendere in considerazione le sue idee e le sue tesi nel modo migliore possibile. Se gli si oppone un’obiezione, occorre farlo partendo, per quanto si può, da riferimenti, fonti e idee che appartengono e sono affini al suo mondo.

Nel prendere sempre sul serio le argomentazioni dell’altro – anche quando ci sembra che abbia torto – si hanno due effetti vantaggiosi: il primo è non dimenticarsi della persona con cui si sta discutendo in quell’effetto spersonalizzante del “leone da tastiera” che abbiamo già visto; il secondo è quello di renderci capaci di porre “domande potenti”, quelle che sanno davvero porre dubbi e mettere in discussione ciò che dice l’altro a partire dall’interno del suo mondo, e non da una dimensione estranea che può solo acuire di reazioni di difesa.

Non si tratta solo di “mettersi nei panni” dell’altro. Spesso l’empatia nasconde una forma di paternalismo: crediamo di saper indovinare cosa prova l’altro come se fosse in una condizione di inferiorità rispetto a una nostra presunta maggiore consapevolezza. Saper davvero vedere l’altro è riuscire a porre a se stessi le sue domande con sincerità. Che è poi l’ennesimo moto di uscita dal proprio recinto di convinzioni assodate (la propria bolla) per metterle in discussione davanti all’altro e ragionare assieme.

Non è necessario conoscere personalmente il proprio interlocutore: anche in un estraneo assoluto si possono riconoscere i tratti umani in base a ciò che mostra nelle sue azioni e reazioni. Da quegli elementi occorre capire cosa pensa, come sta reagendo, quali sono le sue aspettative, ecc. Spesso non possiamo avere altro che le sue manifestazioni di incomprensione su ciò che sosteniamo: ebbene, sono sempre un punto valido da cui partire.

Cercare l’ultimo

Avvicinarsi dà anche la chiave per risolvere i principali dilemmi etici che si presentano nei dibattiti. Quando una questione controversa sembra non trovare una ragione che vince sulle altre, quando i principi e i valori contrapposti sembrano essere in stallo, occorre fare un’operazione di riavvicinamento alla realtà e di abbassamento: cercare l’ultimo.

Il problema dei dilemmi etici infatti è che spesso niscono in moralismi distanzianti alla ricerca di un colpevole: “è giusto o no fare questo o quello?”, formule che spesso mettono in competizione situazioni di grande sofferenza. Operazioni crudeli e dannose, che squali cano le argomentazioni e suscitano reazioni scomposte.

? Esempio tipico di conversazione da dilemma “distanziante”:
A: Quando una donna viene stuprata non ti sembra giusto l’aborto?
B: Lo stupro è meno grave dell’uccisione di un bambino.

In uno scambio di questo tipo – che non differisce molto da quelli che avvengono talvolta online – c’è una disumana classifica dei mali, incapace di considerare le persone e il dolore reali che si celano dietro drammi come lo stupro e l’interruzione di gravidanza: nessuno farebbe mai questa classifica sulla sua pelle o sulla pelle di qualche persona a cui vuole bene. Lo si fa facilmente invece nell’astrazione distanziante del dibattito, ed è il peggiore livello su cui condurre un confronto.

Invece bisogna cercare l’ultimo: chi è il più debole? il più sofferente? chi è colui che nessuno sta difendendo? L’unica classifica da fare è quella per far emergere sempre le persone reali, andando a chi è più “ultimo” di tutti nella discussione, quello che ha poca o nessuna voce. Argomentare tenendosi sempre il più vicino possibile all’ultimo in gioco è una via efficace per uscire dalle proprie bolle e spingere gli altri a uscire dalle loro. Di solito, di fronte all’ultimo in carne e ossa, entrambi cambiano un po’ prospettiva.

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