Diritto di fascismo? Dall’anaciclosi al paradosso della tolleranza, il pacifismo insufficiente.

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Il 17 febbraio 2018, Christian Raimo ha pubblicato un discorso di Pertini sull’antifascismo, tenuto a Genova nel 1967. Il titolo è: “Essere antifascisti è impedire ai neofascisti di manifestare”. Il riferimento è a alcuni casi di cronaca recente, in cui le forze dell’ordine hanno protetto i fascisti, in una manifestazione autorizzata, dagli antifascisti che, non autorizzati, cercavano di impedirgli ogni campagna. Ma più generalmente, questo discorso di Pertini si aggancia un problema ben più vasto, che potremmo definire “della libertà di fascismo”. Può uno stato democratico garantire questa libertà? La domanda, oggi, è decisamente cocente per molti, tanto che il sito di Minima e Moralia ha ricevuto tante visite tutte insieme da essere andato in blackout per qualche ora. Fiuto giornalistico di Raimo: Pertini è già una star dei Social Network, se si aggiunge un suo discorso su un argomento tanto caldo oggi, si fa il botto.

Ecco allora la situazione che viviamo e che rende la questione della “libertà di fascismo” tanto attuale. In parallelo al ritorno di un discorso apertamente nazionalista, xenofobo e fascista a cui stiamo assistendo oggi, infatti, si è sviluppata anche una sorta di giustificazione, una tolleranza molliccia a questi discorsi. La cosa è piuttosto ovvia: se ci fosse tolleranza zero per il fascismo, ancora considerato reato dalla costituzione, non ci sarebbero forze come Casapound. Si potrebbe anche arrivare a dire che questa tolleranza incontrollata sia proprio il punto debole della democrazia, e avremmo dalla nostra esimi filosofi politici, oltre ai fatti. Basti ricordare che Hitler fu eletto, per quanto fosse prepotente, o che la Marcia su Roma fu un golpe-farsa, una marcetta all’italiana. Il problema del consenso è il problema della democrazia. O meglio dell’indifferenza, della non-partecipazione.

Di qualcosa del genere se n’erano accorti già gli antichi greci, con la teoria dell’anaciclosi. Secondo Polibio, ogni regime si deteriora fino a diventare insostenibile ed evolve in un altro regime politico. La monarchia diventa tirannia ed evolve in aristocrazia. Questa deteriora in oligarchia ed evolve in democrazia, che si deteriora in oclocrazia. Lo Stato sarà nel caos del populismo finché non prenderà il potere il più forte demagogo, a volte virtuoso, istaurando la monarchia di nuovo.

Non sembrerebbe quello che sta succedendo? Non sentiamo forse tutti forte l’idea che si sia precisamente in un momento di passaggio, di crisi? Più direttamente, la democrazia non è forse messa direttamente in causa da tutte le parti, fasciste e non solo? La democrazia, lo Stato di diritto è quindi destinata a sciogliersi e a portarci alla dittatura?

Il punto interessante è che questo passaggio, secondo Polibio, è segnato dal populismo, da politici interessati che fanno “leggi alla rinfusa” per accontentare le masse. Questo è, in parte, il paradosso che viviamo oggi col fascismo, sia quello vecchio stampo (Salvini, Meloni, Forza Nuova, CasaPound) che nuovo (Movimento 5 stelle).

Paradosso in riferimento proprio a Karl Popper. Perché oggi, di fatto, se la sinistra più o meno istituzionale cerca di impedire una manifestazione di Forza Nuova, lo Stato democratico deve dispiegare le forza dell’ordine per permettere ai fascisti di manifestare liberamente. È un segnale di pericolo acutissimo, ed è successo già più volte. Il fatto è che Forza Nuova è un partito che partecipa alle elezioni democratiche, e sarebbe fascismo impedirgli di fare campagna elettorale. Il problema è quindi a monte: lo stato democratico, in Italia e in tutta Europa e nel mondo, sta semplicemente mostrandosi molliccio e tollerante di fronte agli intolleranti.

Noi dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti. Karl Popper.

È esattamente il paradosso di Popper, che dimostra in maniera piuttosto logica e chiara come una società tollerante non possa tollerare l’intolleranza, o diventerebbe intollerante in men che non si dica. Ma anche qui, oltre ad esimi pensatori politici, ci sono i fatti dalla nostra. In particolare, il caso di Romain Rolland sembra esemplare.

Romain Rolland

Si tratta di uno scrittore francese, molto impegnato politicamente, molto di sinistra, fondatore e ispiratore indiscusso del movimento pacifista di tutto il mondo agli inizi del XX secolo. Un intellettuale tutto d’un pezzo, in grado, come pochi altri, anche di restare solo contro tutti, in nome delle sue idee. E la storia, in più di un caso, gli dà ragione, benché ovviamente il suo percorso non sia privo di errori. Si interessa molto alla filosofia di Gandhi, alla mistica orientale, è credente, ed è fermamente convinto che la guerra vada evitata sempre. Numerosi e importanti i suoi interventi contro la prima guerra mondiale, tra i pochissimi a denunciare le responsabilità della Francia, fino a essere spinto all’esilio volontario in Svizzera. Poi, arriva Hitler. Rolland, vissuto tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, fa parte della sinistra storica, pacifista. Si oppone sin da subito ai regimi fascista e nazista, Spera che l’Unione Sovietica porti libertà e pane per tutti. Spinge perché si eviti la guerra a ogni costo, all’inizio. Solo dopo, con gli anni, si rende conto della brutalità di Hitler, e del fatto che semplicemente non si può fare la pace con chi vuole la guerra, e non si può nemmeno, come Gandhi, fare resistenza passiva. I nazisti non si impietosiscono, non si fermano finché non hanno distrutto tutto e tutti. Si rende conto, di fronte al nuovo secolo incredibilmente brutale, che il pacifismo semplicemente non basta. La tolleranza non può essere totale. Lo vive sulla propria pelle.

Dovremo anche noi, di nuovo, vivere in prima persona lo sbaglio dell’idea che tutto vada tollerato, che in una società democratica si debbano tollerare i fascisti?

Facile fare i fascisti in uno stato democratico, provate a fare i democratici in uno stato fascista.

 

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