Hakan Sukur, l’eroe caduto che non può tornare nella sua Turchia

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Giusto una settimana fa, dopo la doppietta al Benevento con equivocabile esultanza annessa, abbiamo parlato del caso di Cengiz Ünder, giovane strumento della propaganda filogovernativa turca.

Nella giornata di ieri, all’indomani della quarta marcatura consecutiva di Ünder, il ‘Guardian’ ha ricordato la speculare vicenda di Hakan Sukur, ex attaccante di Inter e Torino, caduto in disgrazia dopo essere entrato in politica (e dopo essere stato un eroe nazionale per i successi con la casacca dei club e – soprattutto – della Nazionale, con uno storico terzo posto mondiale conquistato nel 2002).

Di seguito, un estratto (qui il link per leggere tutto l’articolo):

C’è una foto, famosa in Turchia, scattata al matrimonio di uno dei più importanti calciatori nazionali, vincitore di una Coppa Uefa e semifinalista di Coppa del Mondo. Nella foto lo sposo, Hakan Sukur, è vicino ai due testimoni, il Presidente Recep Tayyip Erdogan e l’ecclesiastico Fethullah Gulen. Il matrimonio dovrebbe essere uno dei giorni più belli nella vita di un uomo, ma non è andata così per Sukur.

La donna che ha sposato quel giorno è morta, il padre è stato arrestato e lui, che da giocatore che ha indossato per 112 volte la casacca della Turchia, si trova in esilio. Dovesse mai tornare in terra natia dovrebbe affrontare i capi d’imputazione di insulti al presidente e di ribellione contro il governo. Un ergastolo sarebbe certo e potrebbe anche essere condannato alla pena di morte. Non vedrà mai più il padre e tutta l’adulazione che aveva è andata persa. Sukur ha perso il suo paese.

Altri calciatori hanno vissuto fragorose cadute ma nessuna vicenda può essere paragonata a quella di Sukur per apici e baratri. E’ stato una leggenda, il Toro del Bosforo, in un paese dove si mangia, beve e sogna il calcio. Ha avuto tutto: record di goal con le casacche del Galatasaray e della nazionale, grande rispetto anche dai fan delle altre due grandi compagni turche, Fenerbahce and Besiktas. […]

Dopo il ritiro a 36 anni, ha lavorato come opinionista e poi è entrato in politica, rappresentando l’AKP, il partito religioso e conservatore attualmente al potere. Ma, repentinamente, la sua figura è uscita dai radar e ogni successo del passato non ha avuto alcun valore. […]

La sua visione politica lo portò a diventare un deputato del partito di Erdogna. Pur mantenendo una stretta connesione con Gulen, l’altro uomo della succitata fotografia.

Gulen è un personaggio che vive in Pennsylvania ma che vorrebbe disperatamente tornare in Turchia per renderelo uno stato maggiormente Islamico. Nel 2013, quando il governo decise di chiudere le scuole guleniste (i gulenisti hanno un esteso network di scuole in tutto il mondo), Sukur si dimise dal partito di governo diventando un deputato indipendente. Solo l’inizio dei problemi di Hakan Sukur. […]

Nel 2016 Sukur è stato incriminato per aver insultato il presidente sui social media. […]

Quindi, a luglio dello stesso anno, il fallito golpe è stato attribuito ai Gulenisti. […] Nei mesi seguenti, 120.000 persone hanno perso il loro lavoro e 50.000 sono state arrestate. Chiunque avesse simpatie guleniste si è trovato ad essere al centro dei sospetti. […]

Sukur ha avuto la possibilità di rinnegare Gulen e ottenere libertà e sicurezza ma non lo ha fatto. Il padre di Sukur, Selmet, è stato arrestato nella moschea di Adapazari. Sono stati accusati di aver supprotato il golpe finanziariamente e i loro soldi e beni sono stati confiscati. Sukur è riuscito a scappare negli Usa. A giugno suo padre è morto di cancro in carcere.

Sukur rimane in esilio, circondato da ricordi della sua brillante carriera calcistica. Ma un uomo sensibile, cui è tanto mancata la Turchia quando giocava all’estero, si ritrova adesso con il suo nome infangato in un paese dove una volta il suo nome risuonava negli stadi e nelle strade.

Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno).
Dal 2017 vicedirigo ‘L’Opinabile’ e per L’O provo a vedere che succede nel mondo.
Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo.
Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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Dal 2009 dirigo una testata da mezzo milione di lettori al mese (a volte più a volte meno). Dal 2017 vicedirigo 'L'Opinabile' e per L'O provo a vedere che succede nel mondo. Scrivo tantissimo, spesso non mi firmo. Perché poi quando mi rileggo a volte mi piaccio e a volte non mi piaccio, come quando mi guardo allo specchio.

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