Terrore a Macerata: l’uomo non-metaforico e “l’invasione”

(Immagine: L’Uomo metaforico, di Francesco Petruccelli, 2016)

Luca Traini, 28 anni di Tolentino, ha seminato il panico per le vie del centro di Macerata, sparando colpi di pistola dalla propria auto e ferendo sei persone, tutte di colore. Questo episodio può ispirare una piccola riflessione sui problemi del linguaggio del nostro tempo.

Ne dà notizia La Stampa, dove si legge:

L’arresto di Luca Traini

“Quando è sceso dall’auto, si è tolto il giubbetto, ha indossato una bandiera tricolore sulle spalle, salendo sui gradini del Monumento. Si è poi girato verso la piazza e ha fatto il saluto fascista. Poi sono arrivati i carabinieri e non ha opposto resistenza. A bordo dell’auto sono state trovate la pistola, una tuta mimetica, sul cruscotto piume bianche, appunti a penna e bottiglie d’acqua. L’uomo è alto circa 1,80, fisico atletico, calvo. Frequentava la palestra Robbys di Macerata e, secondo alcune fonti, aveva annunciato più volte: «Vado a sparare ai neri».

Ormai sono anni che i dati ci forniscono rappresentazioni alquanto angoscianti sullo stato dell’istruzione della popolazione italiana. Il tutto condito dalla credenza che le materia umanistiche, prima tra tutte la conoscenza dell’italiano, non siano più efficaci o necessarie nel mondo contemporaneo.

Ma come diceva un personaggio di Sciascia, per la precisione un professore d’italiano: “L’italiano non è l’italiano, è ragionare!”.

Uno dei problemi principali, quando si parla di lingua, è il comprendere l’uso metaforico di certe espressioni o parole. L’ipervelocità televisiva ha reso il dibattito pubblico – soprattutto politico – un’arena di slogan (non a caso il termine slogan deriva dall’antico termine gaelico per indicare il motto di guerra dei clan), i quali – per essere più incisivi – pescano all’interno di immagini forti.

Il tema dell’immigrazione, ormai, viene affrontato attraverso immagini di guerra: il termine “invasione” rimanda a una sensazione di emergenza alla quale bisogna rispondere in maniera rapida, per non essere completamente travolti dall’evento tragico. Il termine “invasione” ricorda le razzie dei barbari, i saccheggi dei vichinghi, la colonizzazione di popoli lontani in terre esotiche.

Non è affatto ovvio che colui che ascolta tale uso del linguaggio comprenda che siano solo metafore: forti, estreme, addirittura violente, ma pur sempre solo e soltanto metafore. Se il termine “invasione” viene preso alla lettera, se lo straniero è automaticamente colui che appartiene allo schieramento nemico di un’ipotetica guerra dalla quale bisogna difendersi, allora l’uomo non-metaforico reagirà. E prendendo la guerra alla lettera, risponderà con un atto di guerra.

Gerardo Iandoli.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*