Questioni di uguaglianza: un problema alla Black Mirror

UGUAGLIANZA vs. PARITA’: Ricordo una vecchia vignetta in inglese in cui un ragazzo, agitato, rifletteva: “Bianchi, neri, gay etero uomini donne… siamo tutti uguali”; interveniva allora una ragazza per suggerirgli: “oppure… siamo tutti diversi e va bene così”.

Questo articolo non parla esattamente dei complottismi, anche se questi c’entrano di sicuro. Non parla nemmeno, ad essere precisi, dei social network, dei nuovi tipi antropologici. Probabilmente, se chi scrive fosse più colto, potrebbe trovare nel passato eventi o situazioni simili a quel di cui si vorrebbe parlare in quest’articolo. Ma siccome ho l’impressione che si tratti, in verità, di qualcosa di abbastanza nuovo, cioè strettamente legato, se non causato, dall’innovazione tecnologica, non so dargli un nome. Lo definirei un problema alla Black Mirror, nuovo.

Il fatto è che molti “movimenti di pensiero” che caratterizzano il nostro presente, seppure diversissimi, sembrano avere tutti un “modo” di funzionamento analogo. A prima vista si direbbe che si fa confusione tra natura e cultura – così gli antispecisti, i teorici di genere ecc. – ma a veder meglio, sembra piuttosto che ancora più in fondo, sia una sorta di volontà, bisogno di omologazione che si presenta come diverso dai totalitarismi storici in quanto più inconscio, più sofferto individualmente. E soprattutto, espresso in un modo che si vuole diametralmente opposto al razzismo o al nazionalismo.

Il fatto è che le lotte sociali sembrano essere passate dalla lotta, sacrosanta, per la parità, alla lotta per l’uguaglianza. Non è una sfumatura di poco conto: dire, come nella costituzione, che tutti hanno gli stessi diritti senza distinzione di sesso razza ecc. non equivale semplicemente a dire che tutti siano uguali. Pretendere, anzi, un’assoluta omogeneità tra gli individui di una comunità è di fatto la definizione dell’utopia razzista. Anche se, in questo caso, un razzismo (o sessismo ecc.) represso, forse ancora più violento: talmente si è incapaci di accettare la differenza che si pretende che si sia tutti uguali. Ma senza andare troppo lontano: un’altra vecchia vignetta spiega mirabilmente la differenza tra uguaglianza e parità. Partire da condizioni uguali, non è necessariamente essere alla pari.

NATURA vs. CULTURA: In linea generale, si è detto, sembra che si faccia confusione tra natura e cultura. Ne è un esempio lampante la cosiddetta gender theory, secondo la quale qualsiasi differenza di comportamento e di gusti tra uomini e donne è data esclusivamente da imposizioni della società, e che la biologia non c’entra niente. Il discorso è molto complesso e interessante, in verità, e molti teorici del genere hanno dato alle stampe studi necessari. Perché in effetti è difficile se non impossibile stabilire con esattezza dove finisce la natura e dove comincia la cultura, specie per i comportamenti sessuali dell’essere umano. Riducendo all’osso, sarebbe possibile – ed è stato tentato – cambiare l’identità sessuale di bambini maschi semplicemente educandoli come delle femminucce. Risultato? Suicidio. (si veda la storia di Bruce Reimer). In fondo, l’errore di base è lo stesso di chi crede che, per esempio, un nero nato in Italia e che conosce solo la cultura italiana, non sia italiano. Se è diverso biologicamente (differenza inesistente secondo la genetica), deve essere, per forza, diverso anche culturalmente. È lo stesso errore: si confondono cultura e natura, a partire però da ignoranza o rifiuto della scienza. Perché uomini e donne sono più diversi di quanto non lo siano bianchi e neri. Biologicamente, intendo. Sempre se gli ormoni influiscono sul comportamento e sul modo di pensare e di reagire alle situazioni.

Impossibile trovare esattamente il punto in cui la natura diventa cultura – è chiaro a tutti che il rosa non è ontologicamente un colore da donne; ma è anche chiaro che una donna tende ad essere meno violenta fisicamente di un uomo per motivi più fisici che psicologici. A ben vedere, se l’errore, quello di vedere una continuità assoluta tra natura e cultura, è simile al modo di pensare di un razzista, in effetti è simile anche il risultato a cui questo pensiero porta. L’annullamento della differenza: l’uno vuole eliminare il differente, arrivando anche al genocidio. Ma l’altro, non violento almeno nei principi, agisce ben più in profondità, nella sfera del pensiero astratto, arrivando addirittura a negare la differenza. Questo pare il germe di un totalitarismo nuovo, forse persino autoimposto dalle masse di “webeti”. Se si trattasse solo di un gruppo…, ma sembra proprio che la stessa struttura si ponga anche in movimenti diversissimi.

L’ESCLUSIONE DELLA DIFFERENZA: Il caso più estremo, probabilmente, è quello degli antispecisti, cioè, dei cosiddetti nazi-vegani. La parola si costruisce sul modello di “antirazzismo” e indica pressappoco la stessa cosa, ma con le specie animali invece che con le razze umane. L’antispecismo non riconosce alcuna differenza tra animali, alla faccia della zoologia. Per cui, una vongola e un essere umano sono da considerarsi esattamente identici, con gli stessi diritti; e chi non è d’accordo verrà “insultato” come specista, cioè razzista nei confronti degli animali.

La cosa può far sorridere di primo acchito, ma è presa dannatamente sul serio da molte persone. Tanto da paragonare apertamente e con convinzione gli allevamenti intensivi ai campi di concentramento; tanto da parlare di olocausto degli animali che si protrae da secoli se non da millenni. A parte l’incredibile offesa ai milioni di vittime della Shoa, questa idea risulta particolarmente ignorante: cioè ignora la fortissima interdipendenza che, sin dall’invenzione dell’allevamento, si è creata tra uomini e animali domestici, molti dei quali ormai non potrebbero vivere nella natura selvaggia. Liberare mucche e galline, come fanno certi militanti animalisti, significa condannarli a morte. Chi ama gli animali, cioè li conosce, non potrebbe farlo. D’altronde, l’allevamento di altre specie per trarne vantaggio reciproco non è una prerogativa degli uomini, ma è utilizzato da quasi tutti gli animali sociali. È nella “natura”, anche se l’allevamento umano è una invenzione culturale, che anzi è considerata inizio stesso della cultura. Insomma: è nella natura dell’essere umano quello di creare una cultura. Anzi, tanto è naturale che persino i grandi primati, geneticamente quasi uguali a noi, mostrano differenze “culturali” tra i diversi gruppi. Chi usa le pietre per aprire le noci, chi infila un bastoncino in un formicaio: diverse tribù usano utensili diversi e sfruttano diverse risorse.

Ecco quanto è difficile stabilire dove comincia una e finisce l’altra. Così, affermare che l’uomo è l’unico animale che beve il latte di altre specie, non sembra un argomento che tiene. Sarebbe a dire che è un comportamento contro natura? E cosa è contro natura? Questa stessa categoria, si può tranquillamente obiettare, è del tutto culturale, e ha fatto passare guai seri a molti omosessuali e donne-streghe nella storia.

NUOVI TOTALITARISMI: Di fatto, l’antispecismo è immaginabile soltanto in un contesto di totale mancanza di contatto con la natura, da un lato, e con la scienza dall’altro. Insomma, siamo di fronte a un’ignoranza da social network paragonabile a quella delle “mamme pancine”. Anche queste ultime, in effetti, per ignoranza, rinnegano la scienza (cultura) e immaginano di tornare alla natura conservando cordoni ombelicali e facendo riti ancestrali contro il morbillo, invece dei vaccini. Non si vede perché, d’altronde, un pediatra dovrebbe sapere cosa è giusto fare meglio di una mamma che ama la sua prole… Perché dovrei credere che l’uomo è andato sulla luna? Perché dovrei credere che la terra è tonda quando i miei occhi mi dicono il contrario? Perché l’opinione dell’archeologo che ha studiato anni gli egizi dovrebbe valere di più di quell’anonimo blogger che dice che le piramidi sono basi aliene? e si potrebbe andare avanti, e sempre si troverà, alla base, l’idea che, come diceva quello, uno vale uno. Nessuna differenza. Razzismo represso, doublethinking. Cioè: annullamento dell’essere umano, dell’individuo, to-ta-li-ta-ris-mo.

La cosa è preoccupante solo se si riesce ad avere uno sguardo di insieme, a guardare alle strutture del pensiero più che al contenuto, riconoscendo così una base identica in ognuno di questi nuovi movimenti ideologici. Soprattutto, subdoli come in un romanzo orwelliano, questo tipo di discorsi si presentano come votati alla giustizia per tutti, all’inclusione, ma portati alle loro conseguenze logiche sono da relegare al più becero razzismo. E quel che è peggio, quello che ci fa sentire del tutto impreparati – se solo chi scrive fosse più colto – è che la cosa appare come del tutto nuova, assolutamente contemporanea, tipico sintomo dei cambiamenti a cui la società occidentale sta andando incontro, dovuti principalmente alla comunicazione di massa, o meglio, social. Un problema nuovo, alla Black Mirror.

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