Alessandro Leogrande ci lascia orfani

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Oggi un padre si sente orfano”. Così conclude, il padre Stefano, il toccante annuncio della morte di Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore stroncato da un aneurisma cerebrale a soli 40 anni il 26 novembre 2017. L’annuncio, pubblicato dal sito La Ringhiera, non solo ci mette di fronte al dolore indescrivibile di un padre che sopravvive al proprio figlio, ma persino a una inversione di ruoli: il figlio lascia orfano il proprio padre.

Non si tratta di una figura retorica, ma di una caratteristica reale di un uomo con un altissimo senso della responsabilità, del lavoro fatto bene e della ricerca della verità oltre le ideologie. In maniera del tutto simile, infatti, anche Luca Mastrantonio scrive sul Corriere che Alessandro Leogrande era per lui “come un fratello maggiore”, benché fossero coetanei. Un giornalista scrittore a tutto tondo, un intellettuale in una parola, tra i migliori della sua generazione. Sempre obbiettivo, mai arrabbiato, ma acutissimo nelle sue critiche e nelle sue denunce, sapeva coniugare il lavoro di inchiesta giornalistica con la creazione letteraria in un modo che trova ben pochi esempi simili nel nostro paese. Se l’esponente più famoso del genere del reportage narrativo è Roberto Saviano, le migliori prove sono quelle di Alessandro Leogrande.

Tarantino di nascita, trasferitosi a Roma, guardava il mondo con una cultura di ampiezza internazionale, ma sempre legato al proprio territorio, la Puglia, il Sud del mondo. Come giornalista, ha il merito indiscutibile di essere stato tra i primi a parlare dell’Ilva di Taranto. Come autore, ha pubblicato alcuni dei migliori romanzi degli ultimi anni, pluripremiati in Italia e all’estero, e destinati a rimanere nel canone della letteratura italiana contemporanea. Il legame tra scrittura creativa e giornalismo è evidente: nella sua opera, con uno stile elegante e scorrevole, affronta tematiche di strettissima attualità, come il caporalato nelle campagne pugliesi (Uomini e caporali: viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Mondadori, 2008) o le stragi dei migranti nel mediterraneo (Il naufragio: morte nel Mediterraneo, Feltrinelli, 2011).

Il romanzo più conosciuto e apprezzato dai lettori come dalla critica è “La Frontiera” (Feltrinelli, 2015), in cui l’autore ci accompagna dalle coste africane, mondo del sud, povero e dittatoriale, fino alla frontiera del mondo del nord, l’Europa benestante e democratica. Forse il migliore scritto in assoluto per chi voglia capire la dimensione umana, oltre che economica e politica, della crisi migratoria che stiamo vivendo. Una storia letteraria per riflettere sulle questioni cocenti della Storia contemporanea, in continuità con una nobilissima tradizione tutta italiana. Il riferimento a Primo Levi, per esempio, è esplicito:

Per quanto in questa storia ci siano anche dei salvati, i sommersi sono tantissimi.” (La Frontiera, pag. 116)

Alessandro Leogrande, La Frontiera

Finita la lettura, non rimane che un senso di orrore per la disperazione che i media non sono in grado di cogliere e descrivere, e di impotenza di fronte alle domande che l’autore ci rivolge direttamente, quasi un Brecht non ideologico, per spingerci a prendere una posizione autonoma:

Si può ridurre il male? Si possono creare delle zone libere all’interno delle quali il suo impatto sia meno devastante? È possibile risolvere le cause che generano la fuga di massa di interi popoli? Riusciamo a dare a quelle cause il nome di stermini silenziosi? E, soprattutto, riusciamo a capire che i viaggi vengono dopo tutto questo?” (p. 312).

Il coraggio di guardare la frontiera, di partecipare al mondo, di descrivere la realtà senza mezzi termini, tutto questo era Alessandro Leogrande, giovane padre della letteratura italiana contemporanea.

Antonio Marvasi

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