Disertori – L’Europa dopo la pioggia

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 L’Opinabile – rivista di critica in formazione

6 marzo 1949

 Le gambe di Wilma oscillano incrociate sul letto mentre prona, ascolta il 45 giri di “Porgy’n’Bess”.  A “Casa speranza”, Hartford, Connecticut, è un appiccicoso pomeriggio di pioggia. Nei piani inferiori i vecchi bevono il solito malto, le donne Vermut corretto al lampone o con altre dolciastre alternative fruttate. Backgammon e carte francesi sui tavolini tondi di masonite.

di Carlotta Giauna

Finito il disco si allaccia frettolosamente le scarpe, stringate bianche e nere. Controlla ed aggiusta il pullover. Il collo alto, celeste. Le gambe morbide, tornite, scendono energicamente le scale:

“Maw, dove vai?”

“In centro! Ho delle ricerche di storia da fare in biblioteca con Peggy! Europa! Laprofessoressaci chiedel’Europa!”

“I Signori Hammond volevano sal…”

Lo sconforto ed il ghigno sornionamente condiscendenti si dipingono sul volto di Agenor padre.

“Strani a quell’età, scusatela….noi non eravamo così comunque”, agitando tiepidamente le piccole, asciutte mani da commerciante terziario.

La pioggia altalenante rende la terra, prato ed asfalto, una madreperla settecentesca, una reggia in cui i piccoli scarafaggio servitori vestiti di spazzole, hanno lucidato quel mobilio di lampioni penduli ed automobili laccate di grigio e di verde scuro. Ora che i topi e le blatte dopo il loro instancabile lavoro sono andati a riposare, i cespugli e le siepi accanto alle staccionate emergono solo come macchie scure ed il pomeriggio, stanco, sta per andare a dormire anch’esso.

Wilma affretta il passo, il Wadsworth Atheneum chiudera fra qualche ora.

Una volta arrivata l’odore acre del sigaro del custode ubriaca le narici della ragazza.

“Signorina, Good evening! La vedo spesso passare qua davanti ed ogni volta guarda la facciata e non entra. Passa qui davanti sempre di fretta e non entra.”

Wilma lo guarda stringendo la morbida corpulenza che le appartiene a se.

“Ahahah! Mica la mangio!” tuona rubicondo l’uomo appoggiandosi le mani sulla pancia e stringendo fra i denti bluastri, come carne di tonno che ha preso aria, il sigaro.

Irriggidendosi e sospirando, in una ritrovata compostezza: “Ma no, non volevo imbarazzarla, prego…”

Maw sorride e sale sempre frettolosamente gli scalini d’entrata, piegando la testa di boccoli neri in un cenno di saluto ossequioso.

Il silenzio che l’ha accompagnata lungo il breve tragitto, ora ammorba assordante e longilineo il palazzo. Attraversando quasi correndo le sale alla ricerca di un “dipinto”, ripensa alla piccola bugia detta ad Agenor.

In biblioteca andava davvero, ma solo perchè era impossibile che a Casa Speranza entrassero pubblicazioni d’arte e attualità oltre oceano, in quella terra così lontana e così vicina da cui erano partiti i suoi avi con ampi colletti di pizzo e buffi cappelli dalle larghe tese, appodati sulle rive dell’attuale Maine fra aragoste guardinghe e acquitrini  fangosi.

Prosegue nel nervoso incedere, la bocca corrucciata di lato in una smorfietta viziata, impaziente. L’occhio, dopo aver salito almeno un millione di scale, sorveglia ogni lato replicato di quel luogo, nella sua fuga di ambienti, nelle sue decine di piccole chaise longue di gusto Federale piantate nello scuro parquet del centro sala.

Si morde le mucose delle guance come pregustasse quell’immagine agghiacciante, un po’ sgranata,  che le aveva mostrato l’insegnante di storia dell’arte sotto forma di diapositiva.

Eccolo appeso. Accecata lo vede. “Europe after the rain”. Max Ernst.

Trova immediatamente di fatto brillante ed incisiva l’azione di Ernst, nel far risplendere tutta quella colata di magma metallico solidificato, stendendolo su un limpidissimo cielo squarciato. Tutto quel ciclone di bronzee guglie deformi, tutti quegli intagli di pietra lavica ocra e ritagli contorti di lamiere invece di colare verso il basso, risalgono in un moto antigravitazionale come una pellicola srotolata all’inverso.

Mentre mormora nel suo cranio come stesse al lato della cattedra della professoressa Merble, Valencia Merble, le si affianca un allampanato individuo senza età, occhi stretti ma profondi, capelli chiari tendenti al bianco su cui si poggia un anonimo Fedora grigio scuro.

“Da qui di certo non noterà i dettagli” esclama.

Mi porge l’affusolata mano e mi accompagna con passo cadenzato e processionale da “Allemande” verso quella finestra che si apre sul panorama afflitto.

“Avvicini la testa..”

“Attacchi la punta del naso alla tela..”

Poggiati i piedi sulla terra farinosa, un plotone di bambini soldato giapponesi ci viene incontro.

“Compagniiiiaaa Alt!”

I visi di calce e gli occhi di catrame ci fissano disanimati.

“Cosa vi porta su questa strada? E la signorina con lei? Non è saggio attraversare queste lande annientate”. “Siamo stati dipinti per ripercorrere questo tragitto all’infinito senza mai uscirne” precisa indicandomi un traforo buio senza alcun inzio al cui lato pende sinistra una freccia segnaletica di legno poroso,di una quasi illegibile “Dresden”.

L’uomo si presenta alla crociata di bambini: “Sono Billy Pilgrim, fino a poco tempo fa ero qui da prigioniero a raccogliere fra le macerie, ultimi ritrovati di una florida società. Porcellane, suppelletili, quello che di utile si trovava. Adesso sono un annoiato piccolo borghese che viene a rivedere ciò che è stato e ciò che è diventato, un aquilone malconcio in balia del vento.

Una dama di verde vestita, le cui balze dell’abito crepitano al sole come piatte squame essiccate, ci guarda da lontano. Accanto a lei una stesa informe di figure divorate dalle lamelle arancioni, una grotta dalle forme preziose, un mattatoio apparentemente statico e carnalmente vivo.

. La donna chiacchiera con un uomo che brandisce una lancia talmente lunga da modificarne le proporzioni e renderlo una cicala, armonicamente longilinea, armata di un ago. E’ avvolto solo da un panneggio scarlatto che si riversa molle sulle gambe come stesse mutando quella stessa pelle rosso bruno di cui è ricoperto.

Lo sguardo ipnotico della dama ci ha distratti ed i bambini sono spariti, si ode solo il brusio dei piccoli energici passi modulati.

“Vieni Maw è tardi, dovrai rientrare a Casa Speranza immagino”.

“Io..io devo, io, come sa dove abito Mister Pilgrim?”

“Ci incrociamo a volte lungo il viale, ma nell’entusiasmo della tua camminata pensierosa non guardi nulla”. “Io solitamente non vivo tutto l’anno ad Hartford, mi concedo di rilassarmi su un pianeta lontano di cui forse un giorno si parlerà”. “Entro in questa sala una volta all’anno, mi è più comodo anche se lancinante tagliare da questa collina, il sole cala ed il vento è pungente, l’ora che prerisco per salire a Transamador”. La collina alla nostra sinistra, portale per questo bizzarro pianeta, è una rampa conica trasformata dalle correnti sabbiose di detriti, in un cumulo nodoso di cornici divenute bozzi e sporgenze irregolari.

Mister Pilgrim si gira e mi sorride: “Il purgatorio per noi antieroi del XXI secolo è duro da salire…”

“Signorina…”con delicatezza mal riposta.

“SiGnorina…” leggero colpetto di tosse per risveglare l’arrochita gola.

“Signorina!…” le fauci si spalancano in un fumetto livido di alitosi e ammoniaca. “Devo chiudere, il museo chiude, vada a dormire a casa! Stasera giocano i Whalers e devo ancora spegnere il generatore al piano zero, si alzi!”

Maw scappa, rotolando dal divanetto all’aria. Si stropiccia l’occhio destro, tirando imbarazzata i lembi del maglione di coniglio d’angora azzurro fino ai fianchi, come un agitato fiocco di nevischio del Connecticut nella bufera.

Gli arrosti in tavola, le preghiere anglicane affamate, il vecchio continente che si ribella sotto le tavole in radica delle sale da pranzo di Hartford , in un concerto di piedi che si grattano, spogliano  e accarezzano,

La madre notte tace, solo il bianco delle gambe della ragazza risplende sugli scalini di granito.

E’ una sua impressione o continua ad udire quel tacchettio di logori stivali, che picchiettano minuti sulla strada.

Una parata di bambini la travolge alle spalle, inudibile come avesse avuto fino a quel momento due conchiglie come cuffie. Saltano, fanno roteare aste da majorettes, escono dai tombini, si riversano sull’asfalto in maldestre capriole. Vanno verso la costa e nessuno dalle proprie finestre vede questa campagna di piccoli spettri. Gli ampi cappotti che strusciano la terra e le maniche svasate danno vita al più grande spettacolo circense del mondo.

“Vieni con noi? Andiamo verso il mare” porgendomi l’affusolata, piccola, mano.”

1 Commento

  1. Nell’epilogo l’amaro paradosso venuto a materializzarsi dopo la Liberazione, quando una pioggia di processi si riverso non sui fascisti, salvati dall’amnistia, quanto sui disertori di quella guerra che il fascismo aveva prima scelto di combattere e poi perso.

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