Recuperare la memoria dell’esilio per ripensare la migrazione

(estratto dell’intervista a Alexis Nuselovici, ascolta l’audio integrale)

L’Opinabile [domanda1] : L’Europa e il mediterraneo sono oggi i protagonisti di una migrazione senza precenti. È ormai importante per un europeo interrogarsi sulla migrazione. Lei ha pubblicato recentemente La condition de l’exilé, (La condizione dell’esilio) ; può spiegarci questa nozione ?

La condition de l’éxilé, di Alexis Nouss

Alexis Nuselovici: Comincerei innanzi tutto dalla costatazione che lei fa nella sua domanda, quella di una migrazione senza precedenti, perché questo è un punto epistemologico estremamente importante.

Le ipotesi sono due. O si tratta di un episodio della storia delle migrazioni in Europa – e la storia delle migrazioni in Europa ha accompagnato la storia dell’Europa, sin da quando c’è un’Europa moderna, dal XII-XIII secolo – e in questo caso i dispositivi messi in piedi dalle società europee per accogliere i migranti sono ancora valide, magari con qualche riforma e qualche aggiustamento; oppure si tratta di un episodio completamente inedito, e in questo caso i dispositivi attuali, che sono in realtà i dispositivi anteriori, sono obsoleti, ed è necessario inventare una nuova politica della migrazione, una nuova politica dell’ospitalità.

La mia posizione è che, effettivamente il fenomeno contemporaneo è totalmente inedito, per due ragioni. Su un piano fenomenologico, il percorso dell’esilio (exilique) è un percorso che assume il rischio della morte, cosa che non accadeva prima. I migranti che partono sanno che la morte fa parte di questa equazione; non solo la loro morte, ma la morte dei loro figli. C’è dunque in questo, fenomenologicamente, qualcosa di assolutamente nuovo.

In secondo luogo, ciò che è in “crisi” – tra virgolette perché per me non c’è nessuna crisi migratoria, la migrazione anzi va alla grande – è il modo di concepire la migrazione. Quindi la detta crisi migratoria, che assume delle proporzioni drammatiche in Europa, mostra bene che il fenomeno è inedito. Ora, per queste due ragioni – ve ne sono altre ma mi fermo a queste due – c’è effettivamente un aspetto assolutamente inedito. Dobbiamo dunque reagire. In primo luogo, concretamente, e questo va detto: i movimenti di cittadini arrivano a compensare ciò che le strutture statali non fanno. Che sia in Grecia, in Italia o in Francia, esiste una partecipazione della società civile, insufficiente in confronto al numero di migranti, ma reale e rimarcabile se confrontato appunto all’assenza di organizzazione istituzionale.

Il volto di Ulisse, particolare, dal gruppo scultoreo “Accecamento di Polifemo”

Dall’Ulisse di Omero fino all’Ulisse di James Joyce, dalle Metamorfosi di Ovidio alla Metamorfosi di Kafka, troviamo moltissimi racconti di esilio, di spostamento. Esiste quindi quel che io definisco una “memoria dell’esilio” nella cultura occidentale, e il nostro lavoro di intellettuali e ricercatori è quello di riattivare questa memoria 

 

La condizione umana non esiste, lo sappiamo; esiste solamente nelle sue trasposizioni, nelle sue traduzioni. La condizione nera, ebrea, femminile eccetera eccetera….credo che esista anche una condizione “esilica” (dell’esilio). E questa condizione c’è perché è veicolata dagli schemi, dai parametri della cultura occidentale sin dai suoi fondamenti teologici fino alle sua manifestazioni storiche e culturali. Fondamento teologico: i tre monoteismi sono fondati su un racconto di esilio. l’Esodo nell’Antico Testamento, la sacra famiglia in Egitto nel nuovo, e ovviamente l’egira nel Corano. Manifestazioni storiche: per quanto riguarda la storia della Francia, che  quella che conosco un pochino, da Giovanna d’Arco a Napoleone, troviamo diverse storie di esilio. Poi… l’Italia è ricchissima di storie di questo genere, a partire da Dante. Infine, manifestazioni culturali e letterarie: dall’Ulisse di Omero fino all’Ulisse di James Joyce, dalle Metamorfosi di Ovidio a quella di Kafka, troviamo racconti di esilio, di spostamento. Esiste quindi quel che io definisco una “memoria dell’esilio” nella cultura occidentale, e il nostro lavoro di intellettuali e ricercatori è quello di riattivare questa memoria dell’esilio e di dire che è nostro dovere, che abbiamo pensato, in occidente, la condizione umana, di capire che la condizione dell’esilio è una delle modulazioni di questa condizione umana.

E poi, in una maniera più locale, mostrare che in ogni cultura tra virgolette “nazionale” c’è una memoria dell’esilio. La Francia ha saputo accogliere gli armeni all’indomani del genocidio nel 1915, ha saputo accogliere i rifugiati spagnoli nel 39, le boat people negli anni 70, ha saputo accogliere tutti i rifugiati all’indomani della seconda guerra mondiale. Quindi c’è una memoria, accolta bene o male non importa. E si parla di numeri… i boat people erano 70.000, e tutto è andato benissimo. Oggi, la Francia si è impegnata ad accogliere 23.000 migranti, e per ora ne ha accolti 8.000. Insomma: riattivare questa memoria dell’esilio appoggiandosi, su un piano filosofico sull’analisi della condizione dell’esule come una delle formulazioni della condizione umana, e su un piano culturale ritornando sugli esempi che sono già nostri, come quelli citati, o altri ancora. Ricordiamoci per esempio che l’arte moderna francese non esisterebbe se non ci fosse stato un migrante russo che si chiamava Chagall, un migrante spagnolo che si chiamava Picasso e un migrante italiano che si chiamava Giacometti.

Sono queste le strategie che mi sembrano importanti.

Leggi il seguito dell’intervista

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