L’Etilometro – L’impero dell’industria contro i terroristi della birra artigianale

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Di Gabriele Monteduro (Grain Wash)

Ognuno diventa ciò che è. Così recita un famoso aforisma di Nietzsche, riadattato da un microbirrificio svedese in modo ugualmente calzante con “ognuno diventa ciò che beve”, e ci suggerisce come la bevanda che preferiamo possa rappresentarci come individui e come esseri sociali.

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La birra, ed il rapporto che si ha con il bere, si può intendere come un altro specchio della nostra personalità, o della società stessa nel momento in cui parliamo di cultura di massa: la birra c’è sempre stata ed è sempre stata un prodotto per la massa, ma è solo negli ultimi anni che in questa massa, a livello globale, si è sviluppato davvero l’aspetto strettamente culturale della birra, grazie al lavoro dei microbirrifici sparsi per l’Europa e gli Stati Uniti, capaci di scavarsi delle proprie “nicchie” di mercato più o meno grandi e di svegliare i palati e le menti dei consumatori proponendo birre di alta qualità, realizzate con passione, con personalità e con materie prime pregiate. Il birraio artigiano si riconosce nei suoi prodotti, nelle sue creature.

E tutto ciò è messo a disposizione del consumatore, in grado di vedere realmente delle persone e delle idee dietro le birre artigianali che sta bevendo, a differenza di quanto non potrebbe accadere con birre industriali che possono sembrare non avere né faccia né anima e le aziende sono infatti spesso portate ad usare mascotte pubblicitarie per darsi un volto. Le piccole nicchie dei microbirrifici – tralasciando l’approccio poetico inizialmente preferito per arrivare alla cruda realtà del dunque – hanno costituito una sorta di rete di “cellule terroristiche” che una volta innescate hanno portato la birra artigianale alla massa, intaccando i consumi che prima erano ad appannaggio esclusivo dei grandi gruppi. Questo cambiamento non piace al mondo delle multinazionali, perché il successo delle birre artigianali sta pian piano rosicchiando una fetta del loro mercato. Si sono accorti che un insieme di realtà infinitamente piccole paragonate alle loro proporzioni ha ormai raggiunto un numero considerevole di consumatori.

Il “pericolo” viene avvertito anche dai colossi della birra, che si ritrovano a combattere sullo stesso terreno con un nemico completamente diverso e che utilizza tecniche e politiche completamente diverse. Sembrerebbe Davide contro Golia, ma è davvero una lotta già finita in partenza? Se è vero che l’inaspettato boom delle birre artigianali fa comunque numeri troppo piccoli nel mercato globale della birra, viene tuttavia visto come una minaccia da arginare in fretta da parte del mondo industriale. La guerra, nei fatti, è già iniziata e ha già i suoi “morti”.

La birra artigianale ha osato impossessarsi di una fettina di mercato, ma le contromosse dell’industria non si fanno attendere, supportate da una potenza economica e organizzativa di gran lunga superiori. La tattica, ben chiara, è quella di confondere le acque e di fare casino, creare confusione sul mercato e divisioni nella frangia nemica. Purtroppo per la moltitudine di piccoli produttori, tutto ciò sembra funzionare, con l’entrata sul mercato delle birre cosiddette “crafty” (ossia pallide imitazioni delle “craft”, come chiamano la birra artigianale negli States) prodotte dai birrifici industriali, volte ad infilarsi in quell’enorme spiraglio che c’è tra il classico prodotto industriale da due soldi ed il prodotto artigianale.

Senza una half way beer, una “via di mezzo”, il consumatore che ha sempre bevuto industriale potrebbe infatti accorgersi della netta differenza di qualità fra i prodotti e potrebbe cominciare a rifornirsi stabilmente dal “nemico” artigianale. Le birre “crafty”, al contrario, non potendo regalare quella sensazione di risveglio dei sensi, impediscono al consumatore medio di stupirsi “di tutte queste birre artigianali che vanno tanto di moda e io alcune le ho anche provate al supermercato però, mah, insomma, non mi sono piaciute granché”. Questo colpo pare stia andando a segno: confondere le acque, per poi riportare le pecorelle smarrite all’ovile. E come fare col nemico? Se non puoi ucciderlo, fattelo amico.

Oppure… Compralo. Già. Le multinazionali, una in particolare, stanno seminando il panico nel mondo dei microbirrifici, di quei ridicoli terroristi che sembravano bene o male remare tutti dalla stessa parte come per miracolo: ma basta acquisire qualche famoso birrificio artigianale a suon di decine di milioni di euro per affiancarlo ai marchi industriali, fare altra confusione e delegittimare un’intera categoria. Sembra folle, ad alcuni potrebbe sembrare addirittura positivo che la birra artigianale oltrepassi il confine della nicchia, ma le cose non stanno esattamente così, è un gioco più sporco di quanto si possa immaginare.

L’industria contamina l’artigianale come un virus scatenato, ed è qui che scoppia il casino di cui sopra, con le cellule terroristiche vive (e sarebbero molte) che sono letteralmente impazzite, tra la paura di essere annientate o la speranza di essere contaminate quanto prima anche loro con assegni a sette zeri. Anche l’Italia della birra artigianale è spaccata in questo senso: tra gli addetti ai lavori c’è preoccupazione, indignazione e superficialità, sentimenti che coesistono in maniera pericolosa e caotica. Confondere le acque e fare casino: mission complete, sembrerebbe.

Ma Davide, se vuole vincere contro Golia, dovrebbe cercare di ridurre il “gap fisico” attraverso compattezza e unità d’intenti, provare a far cadere il castello di carte dell’industria senza smarrire la propria identità, sotto la guida di vere associazioni di settore. Cercare di isolare il virus, e continuare a far nascere cellule sane, dotate di anticorpi fortissimi. Queste cellule sono i consumatori stessi che – anche se molti non ne sono consapevoli – stanno già facendo la loro parte in questa guerra che è solo agli inizi. Ma chi è il vero terrorista?

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