Il Muzungu – Guerra alla malaria, la vittoria a un passo

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Di Marco Simoncelli

Gli sforzi nella ricerca scientifica e nella prevenzione stanno dando i loro frutti contro una delle malattie infettive più mortifere che abbiano mai colpito l’umanità. Lo scorso 25 aprile l’Oms ha annunciato che a partire dal 2018 verrà testato il primo vaccino antimalarico in Ghana, Kenya e Malawi. Se la cosa funzionasse si salverebbero migliaia di vite, specie nel continente africano dove si registra il 90% delle infezioni.

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Chissà se Alexander Fleming quando nel 1929 scoprì la penicillina era consapevole che aveva appena inaugurato una nuova era nella medicina moderna e se immaginasse quante vite quella sua scoperta avrebbe salvato negli anni a venire. Oggi forse, medici e ricercatori sono più coscienti di quanto un piccolo passo in ambito scientifico possa avere riflessi enormi sulla vita reale e salvare migliaia di persone. Probabilmente i ricercatori del gigante farmaceutico GlaxoSmithKline Biologicals (Gsk) assieme a quelli dell’Ong PATH Malaria Vaccine Initiative (MVI) che sono vicini ad aver scoperto una cura contro la malaria, una piccola idea di cosa rappresenterebbe per il mondo se la sono fatta.
Alla ricerca di un vaccino contro questa malattia infettiva si sta lavorando a fondo almeno dagli anni ’60 e per 50 anni e finalmente lo scorso 24 aprile, durante una conferenza a Brazzaville (Congo) alla vigilia del World Malaria Day, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha annunciato il primo test in larga scala sul campo, del vaccino antimalarico delle sopracitate Gsk e PATH – MVI denominato “Mosquirix”,test che inizierà il prossimo anno e coinvolgerà 750mila bambini tra cinque e diciassette mesi in tre paesi africani: Ghana, Kenya e Malawi. Questa fase pilota durerà fino al 2020 e il vaccino verrà somministrato in quattro dosi, una volta al mese per i primi tre mesi e poi una quarta iniezione dopo un anno e mezzo.

“Per metà del mondo ogni giorno è un malaria day. Un giorno in cui continuare la lotta contro questa malattia mortale”

Il Mosquirix è il primo vaccino antimalarico ad aver superato il test dell’European medicines agency (Ema) nel 2015. Inutile dire che se la sperimentazione avrà successo si tratterebbe del preludio all’applicazione su larga scala, una conquista epocale che significherebbe essere a un passo dal vincere questo male.

La situazione nel mondo

“Per metà del mondo ogni giorno è un malaria day. Un giorno in cui continuare la lotta contro questa malattia mortale”. Il monito che campeggia sulla pagina del sito del World Malaria Day racconta da solo le dimensioni sanitarie e sociali che potrebbe avere la scoperta del vaccino. Lo scorso anno focolai di trasmissione della malattia sono stati segnalati in ben 97 paesi. La maggior parte dei contagi e dei casi mortali si registrano nell’Africa subsahariana, ma anche l’Asia, l’America Latina e, in misura minore, il Medio oriente e alcune regioni europee ne sono interessati.Stando ai risultati World Malaria Report 2016 pubblicato lo scorso dicembre, nel 2015, l’ultimo anno in cui sono disponibili i dati, l’Oms sostiene ci siano stati 212 milioni di casi di malaria nel mondo e 429 mila morti, quasi tutti bambini sotto i 5 anni. Il 90 % dei nuovi casi è stato riscontrato nel continente africano come anche il 92% dei decessi (35% dei quali in Nigeria e in R.D.Congo).Circa 3,2 miliardi di persone vivono ancora in zone dove c’è il rischio di contrarre la malattia e milioni di esse non hanno accesso ai servizi sanitari necessari per prevenirla e trattarla.
Nonostante ciò, da quando è iniziata la vera guerra contro il paludismo la situazione è molto migliorata. La malattia ha visto un rapido declino (circa il 60%) a partire dal 2000 e nel periodo 2010-2015 i nuovi casi sono calati del 21% e anche la mortalità è scesa del 29%. Nello stesso periodo si è riscontrato anche un calo di decessi del 35% fra i bambini sotto i 5 anni. Purtroppo però la malaria resta il principale killer in questa fascia d’età uccidendo un bambino ogni 2 minuti.

I successi ottenuti sono indubbi ma la malattia colpisce ancora troppo per dirsi vicini a un “mondo malaria free”. Nel maggio del 2015 l’Assemblea generale dell’Oms ha varato un piano di lotta contro la malattia denominato “Global Technical Strategy for Malaria 2016-2030” nel quale ci si poneva come obiettivo ambizioso quello di eliminare la malaria in 35 paesi entro il 2030 riducendone casi e decessi del 90% rispetto a quelli registrati oggi attraverso programmi di prevenzione sanitaria con insetticidi e zanzariere, la diagnosi tempestiva e il trattamento. Nel 2020 secondo il programma bisognerebbe eliminare il paludismo in almeno 10 paesi e il potenziale per riuscirci c’è. In Africa ad esempio ci sono sei candidati al raggiungimento di questo obiettivo: Algeria, Botswana, Capo Verde Sudafrica, Swaziland e le Isole Comore. La strada però è difficile. Come emerso nel rapporto “Eliminating malaria” è necessario fare grandi investimenti sui sistemi sanitari ed accelerare il programma perché mentre la pressione della malattia è in calo, i vettori (le zanzare) stanno sviluppando resistenze agli insetticidi cosi come la patologia sta iniziando a resistere all’artemisinina, principio attivo alla base della maggior parte dei medicinali antimalarici. Mentre si combatte la malattia, l’efficacia dei pochi strumenti a disposizione potrebbe risultare incerta. Ecco perché l’arrivo di un vaccino rappresenterebbe la svolta definitiva.

Identikit del nemico

La malaria è un vecchio nemico dell’uomo. Conosciuta anche come paludismo, la piaga colpisce da oltre 50.000 anni. Le prime testimonianze risalgono al 2700 a.C. in Cina e la prima descrizione dei sintomi la fece Ippocrate nel 400 a.C.. All’inizio non se ne conoscevano le cause come testimonia la stessa etimologia del suo nome chederiva da un termine medievale italiano “mal – aria” ovvero cattiva aria, mentre il termine “paludismo” deriva dalla convinzione che la malattia fosse provocata dalle esalazioni malsane delle zone paludose.

La patologia non è causata da un virus ma da un piccolo parassita, il protozoo del genere Plasmodium, che si trasmette alle persone attraverso le punture di zanzare infette del genere Anopheles (composto da diverse specie), che sono i soli vettori della malattia. Il Plasmodium (che esiste in quattro diverse varianti fra cui il Plasmodium falciparum, il più diffuso e pericoloso) compie parte del suo ciclo vitale nelle zanzare e parte nell’uomo.
La trasmissione della malattia dipende da diversi fattori: dal tipo di parassita, dalla specie vettore,dal soggetto che viene punto e dall’ambiente. Per esempio è maggiore dove le zanzare vivono a lungo (e danno così tempo al plasmodium di svilupparsi) e hanno una certa predilezione nel pungere l’uomo (condizioni entrambe comuni nelle zanzare africane). Anche il clima (piogge, temperature e umidità), la quantità di acqua stagnante disponibile (necessaria per la riproduzione delle zanzare) e le difese immunitarie delle persone sono determinanti. Per questo a rischiare sono soprattutto i bambini che non hanno sviluppato ancora difese immunitarie così come le donne gravide (la malattia causa aborti e basso peso del nascituro) e le persone affette daHiv.

Venendo ai sintomi, bisogna dire che le tempistiche della loro comparsa come la tipologia variano. Possono manifestarsi dopo un periodo di incubazione che va dai 7 ai 30 giorni dopo la puntura di una zanzara infetta e sonopiuttosto simili a quelli di una brutta influenza: episodi ciclici di brividi di freddo seguiti da attacchi di febbre molto alta (può raggiungere 40°C), mal di testa, sudorazione, vomito, nauseae dolori muscolari. Si aggiungono di seguito anemia, tumefazione del fegato e della milza.

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