Disertori – L’Ara come Era

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Di Carlotta Giauna (Disertori)

“Il monolite fantasma”

Arcimboldo Rave nella Domus di Domizio Enobarbo e after party all’Ara Pacis

Io sono Marcello e questa è stata la serata più bella della mia vita.

Ho visto nella notte un monolite accanto all’Altare della Pace, autorevole ed incombente. Mi hanno detto che l’ho immaginato, che non è possibile esistesse lì, fra il verde rigoglio dei corridoi di busti marmorei e le botteghe ed atelier di calzari all’ultimo grido. Lì, mai vi è sorto un monolite nero eppure, io, l’ho visto.

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– Mi ero fatto candeggiare e stirare la mia miglior toga in vista degli imminenti Anisaturi.

Da piccolo li chiamavo gli asini saturi da come gli uomini asini si riducevano ancor più bestie delle bestie stesse, già con sprezzo del pericolo nell’affrontare la comunità sulla sacralità di certi riti.

I calzari tirati a lucido sul cuoio, liso il giusto tanto da non sembrare un pervenuto.

La mantella bordata di pelliccia, all’apparenza gravosa, fluttuava pomposa cullata dal ponentino tardo primaverile.

Si parla da un mese dell’apertura,tanto ritardata e fortemente voluta dalle autorità, dell’Altare della Pace rinfrescato, rinfiocchettato per esaltare gli atti di eroica azione dei nostri “militum”.

Decidiamo di non andare subito al Tempio, ma di iniziare la serata in una “domum ludos”, una casa locale molto in voga.

All’entrata mi incalza sul factum l’effeminato Sirio con calzari nuovi, lucenti, e una scodella di piccoli boccoli trafilati.

– “Fiche le nuove Samotracian, eh zì?”, indicandomi le caviglie nascoste fino al ginocchio da una spessa rete di lacci che si illuminano al buio.

– “Questo è un “Ominum Componunt” realizzato da Max Pompeiano!” esclama inorgoglito verso un murales realizzato da uno dei maggiori realizzatori di “Artem via”.

Mi mostra un’enorme parete su cui si muovono dei danzatori che giocano a riprodurre aderenti ad essa una strana forma teatro più meccanica di quella da palcoscenico, dietro paraventi che ne disegnano solo le sagome, come fossero mossi dal grande faro che li illumina e definisce i contorni dei loro corpi e non, dalla loro meccanica fisica e nervosa.

Nelle parziali “tenebrae” rischiarate solo dai “lumes”, ci muoviamo per raggiungere il “latior mensa” dove ad attenderci una “catervae di militiae” da bar pronti a soddisfare le secche “fauces” di pece. Avvolti in sete rosse, colorati d’oro sulle gote versano a cascata succhi Asiani miscelati delle “Limes Orientalis”. Le braci delle fiaccole rilasciano lenti una fragranza di “pinus”. Colano balsamo resinoso che si schianta a terra pastoso.

Ci muoviamo a gruppi, la suola dei sandali si incolla all’iridescenza del pavimento. Muniti di fiaccole, intravedendo al buio le linee venate del marmo, entriamo in un conclave. Le baccanti che danzano a ritmo serratissimo non sono altro che giovanissime donne ma che il buio misto ai fuochi trasforma in piccoli demoni i cui occhi e le cui bocche si allargano e restringono facendole assomigliare ad animali mai visti, una nidiata di demoni uscita frettolosamente dal nucleo materno per proiettarsi fameliche in quel santuario di piccole perdizioni mercenarie.

Come le guardassi da una feritoia e le spiassi, si dimenano agitandosi in un’area ante bancone dotato di strani manuali, pedali e staffe da cui si elevano solenni canne d’acciaio.

I capelli delle giovani maliarde, tinti con coloranti naturali reperiti negli spacci più malfamati siriani ed etiopi della città, verranno sciacquati fra qualche ora con cenere ed acqua al biondo fiume per non rendere riconoscibile e colpevole l’uscita notturna dai “parentibus”.

Alcune dal biondo crine li acquistavano in botteghe galliche le quali si assicuravano, trasformando le donne romane in carismatiche “velede”, l’unica vittoria geo tricologica possibile per la romanità dell’epoca.

Dalla “tabula summa” da cui provengono i primitivi effetti acustici, rimbomba un suono di campanelli ed un litanico, barbiturico fiato cavernoso se non fosse per il tamburo che picchia nelle “auris” rattrappite. L’effetto è dolcemente narcotico ma anche sapientemente incisivo. Fa si che si rimanga vigili ma confusi.

L’Ara come Era – collage Disertori

Un tempo il “Loculum Aureo” era frequentato da “iuvenis” un po’, quel tanto insurrezionali ed innocenti. Compravano grazie al contributo momentaneo del “parentibus”, effimere forme di stile: calzari, mantelle e fibule con soldi chiesti in arroganza ma simpatia al “pater familias”. Una richiesta  imbarazzata come contributo alle tendenze del gusto attuale.

Fortunatamente per loro, ora fanno da soli. Raccimolando soldi con “fornicatio” e “negotiationis”, completano il loro inserimento total stistico nella società, senza ammettere la provenienza dei “dinari”e senza chiederli a chi li aspetta con le cinte sull’ “atrium”.

Un africano in cilicio aspro al tatto, mi chiede se voglio “comprare”. Mi mostra una fiala di “Ergot Liserys” da cui si sprigiona un fumo che si arrampica elastico e salta nelle narici, si tuffa nel “cerebrum” e vi rimane per qualche ora. Nel torpore della noia, lo inalo.

La permanenza nel “sancta sanctorum” non è lunga, non ci tratteniamo ma il tempo si è perso e continua a perdersi. Quanto sarà passato? Un’ora ne possono diventare tre o viceversa. Il tempo, veloce e lento si fonde spostato a seconda degli umori e dell’offerta.

L’umidità è l’unico elemento che mi fa capire di essere stato trascinato fuori in un discreto, leggero vortice concentrico di “anibamus”perse.

La biga è posteggiata male ma nessuno ha narcotizzato i cavalli, nessuno ha malmesso il rotaggio.

Inizia il cammino di brezza, a volte tiepida a tratti pungenti, di gelido schizzo d’aria come un buffetto più deciso sul viso.

Le luci arancioni che di notte tingono la pelle di grigio e di seppia l’asfalto, attraversano rapida la vista veloce. Un andamento troppo rapido ed uguale per distinguere il lastricato geometrico di porfite.

Inizio ad avvistare in lontananza tanti piccoli scintillii screziati che compongono l’orizzonte.

Da quella massa incorporea di luminarie organizzate i cui unici riferimenti sono composti da viottoli angusti e maleodoranti ma che diventano disordine indistinguibile alla vista, lo vedo…

Arrivati a destinazione, parcheggiamo nuovamente la biga che noto fattasi più grande.

Comincio a vedere qualcosa di strano nel paesaggio, sublime ma non conforme al paradossale vuoto bucolico di pietra e verde. Un ombra che si staglia in avanti ed esce dal piattume oleografico. Un parallelepipedo scuro rischiarato dalla luce dell’empireo

I lati del ponte indentici rendono incomprensibile il distinguersi delle sponde.

Fra una spinta ed un abbraccio ci avviciniamo all’ Altare.

Non riesco bene a capire dove ci troviamo esattamente. Riesco a distinguere i lati del ponte, come dicevo indentici, solo dal passaggio di un uomo.

Tiene legato alla sua mano in modo innaturale un cane. Un cane legato??

Mi avvicino e chiedo informazioni vista la mia incertezza sul luogo in cui mi trovo.

“Quod excusatio importunio!”

“Scusi?!” replica

“Sumus iuvenes autem quaerere altare pro spectaculi”

“Ah si, capisco. Non è di questa zona, sà io c’abito co mi moglie da trent’anni, il cane ce n’ha la metà e me tocca portallo a spasso ogni sera, però è la primavolta che vedo un giovanotto vestito come lei, certo che voi giovani ve vestite proprio come viè ormai.”

Faccio finta di sembrare sveglio ed anniusco, il signore mi sembra troppo scaltro e vivace.

  • “L’altare de a Pace? Eccolo ce l’hai davanti boccolo’!”

Dalle cime dei “cipressus” noto affacciarsi indecifrabile un enorme, spaventoso organismo buio. Compatto, feroce, intento a divorare tutto senza farsi vedere.

Troneggia indiscreto col suo elegante mantello corvino.

Ringrazio il passante che continuando ad indicarmi con aria perplessa e disappunto l’Ara, prosegue la sua passeggiata girandosi a guardarmi per poco. Il passo dei nostri calzari si fa leggero, come spostato dal vento del fiume.

Scioccato, continuo a non capire come gli altri non notino quell’immenso blocco buio, seeguitando a ridere sguaiatamente e a spintonarmi nell’amenità del clima cameratesco.

Come entrati, un presidiatore dalle folte sopracciglia, lo sguardo inequivocabilmente severo e l’abito  nero lucido, ci munisce di strani occhiali…

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