Il Meno è più – Tributo alla pace (Hiroshima peace memorial museum)

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di Valeria Iorio

“Volevo usare il cemento per creare qualcosa di potente che uscisse dalle macerie” Kenzo Tange

Pochi di noi conoscono questo luogo della memoria, eppure in Giappone è uno dei più visitati, intere scolaresche vengono stimolate a conoscere la sua storia, la sua identità e la sua importanza, non dissimile da quella della memoria dell’Olocausto per gli Europei. Così lo sgancio della bomba atomica a Hiroshima -e il conseguente sterminio provocato nel giro di pochissimi attimi- è per i giapponesi insieme un avvenimento da commemorare per mai dimenticare e un’occasione da sfruttare per celebrare ogni anno come da tradizione una pace garantita ormai da più di settant’anni.

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Il parco della Pace -progettato da un allora giovane Kenzo Tange (1913-2005)- è divenuto per l’architetto e artista giapponese, collocato da Zevi tra i Manieristi del XX secolo, l’occasione per farsi conoscere oltre confine. Il progetto, oggetto di un concorso vinto dall’architetto nel 1949, prevede un percorso che nasce e parte dalla Genbaku Dome (l’unico edifico ad essere rimasto in piedi, seppur distante soli 150 m dall’epicentro dello sgancio della bomba), per arrivare al Museo della Pace, messo in relazione prospettica con il primo, mediante il Cenotafio delle vittime della bomba atomica.

Il Genbaku Dome e il Museo costituiscono i due punti focali del Parco e rappresentano entrambi la memoria, espressa da un lato attraverso ciò che è fisicamente rimasto, dall’altro attraverso ciò che l’uomo ha ricostruito: il Genbaku Dome, edificio progettato dall’architetto ceco Jan Letzel, inaugurato nell’aprile del 1915, prima di essere distrutto, costituiva la Fiera Commerciale e Industriale della Prefettura di Hiroshima; il Museo, aperto nell’agosto del 1955 e realizzato su progetto di Kenzo Tange, è costituito da un edificio principale, una galleria sorretta da pilotis, a ricordare le lezioni del grande maestro svizzero naturalizzato francese Le Corbusier, e al proprio interno espone i suppellettili delle vittime, abiti e accessori vari, e tutti i resti emersi dalle macerie e raccolti e donati dalla collettività e in particolare da Shogo Nagaoka, che fu il primo direttore del Museo.

Da un punto di vista architettonico è come se questo edificio si mettesse da parte, in silenzio

La facciata del museo è scandita da una ritmica modulare fatta di setti in cemento armato che si susseguono dal centro verso l’esterno e che si alternano al vuoto e alla leggerezza del vetro, fungendo da schermi solari. Il ritmo è dettato dall’avvicendarsi di setti singoli e setti binati.

Al piano della galleria si giunge percorrendo alcune rampe di scale, questa poi si collega mediante due passerelle aeree, a est con l’ala est del museo, dove viene rappresentata, attraverso modellini e pannelli, la città e la Genbaku Dome prima dello scoppio e dove in particolare è custodito un orologio fermo alle 8:15 del 6 agosto 1945, ora in cui ci fu l’esplosione; a ovest con la Sala Conferenze.

Tra le sale del Museo, oltre a una serie di oggetti strazianti, ricordo di quell’episodio, sono esposti un mappamondo che segnala la dotazione attuale di bombe atomiche possedute nel mondo da alcuni paesi tra i quali Russia, Stati Uniti, Francia, Cina, Gran Bretagna etc. in ordine della quantità di testate possedute; e il gradone in granito (“human shadow etched in stone”) di un edificio andato completamente distrutto, sul quale, come in una radiografia, è stata impressa, dai raggi del calore atomico, la sagoma di una persona che al momento dello scoppio vi era seduta.

Di fronte al contenuto che il Museo di Tange si appresta a custodire, il progetto viene ideato volutamente scevro da ogni gioco volumetrico e stilistico. Da un punto di vista architettonico è come se questo edificio si mettesse da parte, in silenzio, al fine di assolvere un compito unicamente funzionale, il contenitore che fa spazio al contenuto, ed è proprio in questa scelta che l’architetto manifesta la sua grandezza e che l’architettura si fa maestosa.

Kenzo Tange, architetto e urbanista tra i massimi esponenti del Novecento, ha operato soprattutto in Giappone, ma anche in Italia, a Bologna, Catania, Napoli e Milano. Il suo lavoro è stato premiato nel 1987 con il Pritzker e gli viene riconosciuto il merito di aver saputo combinare e intrecciare gli elementi propri dell’Architettura tradizionale giapponese e in particolare shintoista, con quelli dell’Architettura romana e più in generale occidentale.

Anche nella scelta del materiale predominante, l’Architetto ribadisce il suo intento nell’uso del cemento armato a vista. Come per gli esterni così per gli interni, la superficie della materia costruttiva è lasciata grezza, a ribadire la volontà di spogliare la struttura da qualsiasi tipo di orpello e decoro, affinché nulla possa distrarre il visitatore. Siamo nel periodo post bellico, caratterizzato da un ciclo di architetture contraddistinte dall’uso del béton brut e da una forte enfasi strutturalistica e materica.

Il volume della galleria espositiva, sospesa su pilotis, si erge con eleganza al di sopra della linea d’orizzonte del parco e instaura un dialogo costruttivo con la A-bomb Dome, ultima tappa di un percorso che, come un proiettile, l’occhio percorre diretto lungo la traiettoria che collega il Cenotafio, la Fiamma e la Campana della Pace.

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