L’Editoriale #5 – Para Bellum

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“Gli affari militari sono un’importante questione di stato; il terreno su cui si giocano vita e morte; il Dao del permanere e del perire. Non analizzarli è dunque impossibile.” Sun Zi, incipit de L’arte della guerra (V secolo circa)

Di Antonio Marvasi

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Abbiamo esitato a lungo nella scelta della copertina di questo mese. Il problema è stato, fondamentalmente, che per riflettere sulla tensione armata che sembra avvicinarci a una nuova guerra, non abbiamo voluto scegliere un’opera come Guernica di Picasso, troppo ovvia, e forse prematura; eppure, tra le numerose possibilità che avevamo, non abbiamo scelto nemmeno qualcosa che ci paresse particolarmente significativo esteticamente. La scelta ci viene dettata in parte dal caso, e in parte dal fatto che questa scultura ci appare come totalmente estranea. Si tratta di una statua rappresentante un bebè asiatico a cavallo di un carro armato “Made in China” apparsa nel maggio del 2009 fuori da un caffè della zona 798, una fabbrica dismessa di utensili industriali, oggi quartiere delle arti a Beijing, in Cina. Opera di un artista sconosciuto, autore di almeno un’altra scultura, ancora più forte e scandalosa (un uomo nel bel mezzo dell’atto di defecare), e rappresentativo di un movimento che secondo alcuni sta lentamente rivitalizzando l’arte contemporanea cinese. Il suo anonimato e le sue istallazioni, per così dire, un pop-polemiche sembrano permettere un avvicinamento al nostrano Banksy. Ma insomma: scegliamo questa copertina non tanto perché richiama alla guerra, ma soprattutto perché di fronte a questa statua, anonima e simbolicamente, oltre che geograficamente, “cinese” e lontana, e visibilmente contemporanea (richiama il fumetto, lo stile dei graffiti) può prendersi carico forse di dare corpo a tutto ciò che, riguardo alla guerra, è estraneo alla nostra preparazione psico-culturale (per così dire) contemporanea, tanto da apparirci al limite del buon gusto.

D’altronde, dovendo farne una lettura analitica, si direbbe che l’artista, probabilmente cinese, faccia riferimento alla guerra in maniera metaforica per rappresentare la minaccia demografica che di fatto la Cina rappresenta per l’intero pianeta. È noto ai nostri lettori (si veda il numero de L’Opinabile di Aprile 2017) che la Cina sta comprando, o conquistando, il continente africano, come sta conquistando, se non l’ha già fatto, il mercato del lavoro e della produzione industriale mondiale. I cinesi, si direbbe, si stanno dando da fare, lentamente preparano. Ed è questo il punto che ci interessa. Non il peso demografico cinese, dico, ma l’idea di “preparare” e prepararsi. Di coltivare la propria forza… fisica.

Marco Santagata ha pubblicato nel 2005 Voglio una vita come la mia, in cui partiva da questo semplice assunto: una sola generazione, a parte quella dell’autore (nata nel secondo dopoguerra), ha vissuto senza mai vedere la guerra: quella che visse durante il periodo della Pace di Lodi, che pose fine a quasi mezzo secolo di guerra tra Milano e Venezia, assicurando quarant’anni di pace.

L’Editoriale del numero di maggio 2017

Così, riconoscendo, o sostenendo, di appartenere a une generazione quasi benedetta dalla Storia, che ha visto l’Italia contadina farsi industriale, il benessere conquistare le nostre case, la rivoluzione sessuale e tutto il resto, Santagata augura per i propri figli e per la loro generazione, sin dal titolo, una vita come la sua, che non conosca gli orrori delle generazioni precedenti. Ovviamente il libro è leggermente più complesso di così, ma ci basta questo primo livello. È in questa direzione che la cultura politica europea in effetti si è mossa, in maniera forse radicale almeno a partire appunto dagli anni 60; ma probabilmente si può rintracciare un percorso (basterà sfogliare il notissimo “Sorvegliare e punire” di Michel Foucault) che tende a eliminare la violenza fisica nella nostra società sin dall’illuminismo, con riflessioni fondanti del nostro sistema penitenziario moderno, come Dei delitti e delle pene di Beccaria, che si espresse com’è noto contro la pena di morte. Fa parte della nostra cultura.

Non è detto però, visti gli sviluppi che la situazione geopolitica mondiale sembra prendere, che la generazione successiva a quella di Santagata – la nostra – sia tanto fortunata da non vedere la guerra. Di fatto, il terrorismo è già ampiamente entrato nel territorio europeo. Cominciano perfino delle (non tanto) timide corse agli armamenti, anche in Stati membri dell’UE. E ovviamente neanche c’è bisogno di citare Trump Putin o Kim Jong-un, che potrebbero essere a prima vista i protagonisti della nostra riflessione, o magari in maniera più esatta ricordare il momento fiorente per il mercato delle armi, con gran lucro anche per il Made in Italy. Ci basterà sottolineare che ne L’Amaca del 15 maggio 2017, su La Repubblica, Michele Serra – non sospettabile di essere un guerraiolo – prende spunto da una frase del Ministro della difesa Pinotti (“sono favorevole al servizio civile obbligatorio”) per riconoscere una certa utilità al servizio militare e per arrivare ad augurarsi un servizio europeo, “una specie di Erasmus”. Insomma: se ne parla sempre di più. Ma noi, comuni cittadini, siamo completamente tagliati fuori dalle guerre (se non come carne da bomba), o almeno così ci sentiamo. Ognuno, ogni singolo cittadino europeo, è contrario, come minimo, alla guerra di conquista. Eppure i nostri paesi – o meglio, le nostre economie – partecipano attivamente a tutte le guerre nel mondo. Questo dato ci interessa non tanto per rilevare una sorta di società orwelliana dove i popoli sono di fatto esclusi da ogni ruolo decisionale, persino ignari delle guerre a cui i loro governi partecipano, quanto per sollevare una questione che, per quanto polemica, ci pare degna di esser sollevata, visti i venti di guerra che si alzano all’orizzonte. Un senso di estraneità, di impossibilità della comprensione, di fronte alla violenza fisica. E potrebbe essere un limite molto serio su cui riflettere. Il terreno è delicatissimo, partiamo dall’inizio.

L’Indice del numero di Maggio 2017

Si potrebbe probabilmente cominciare, per provare a rintracciare un percorso del pensiero sulla guerra, al detto latino “si vis pacem para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra, che sembra una assurdità, specie se contrapposto al detto moderno: “fare la guerra per la pace, è come scopare per la verginità”. Quella dei Romani sembra una concezione che tende a giustificare la guerra, in nome della pace: fu Agostino (De Civitate Dei) il primo a riflettere seriamente alle giustificazioni teologiche cristiane di fronte alla guerra, teorizzando il concetto di “guerra giusta”, poi rielaborato da Tommaso. Idea che ci perseguita ancora oggi sotto la forma dello spettro della guerra umanitaria e di altre formulazioni orwelliane, e che si ritrova esplicitamente nella formula statunitense del “God is with us”. Si tende a interpretare, sui media occidentali, la Jihad, che è un concetto molto più vasto della guerra propriamente detta, alla “guerra giusta”, idea non solo nostra, cioè cristiana, ma soprattutto squisitamente militare. L’occidente, e l’America in particolare, pretende insomma, (e da parecchi secoli, direbbero i maligni) di fare solo “guerre giuste”. Si tratta chiaramente per i cristiani di una necessità teologica, una necessità data probabilmente da quella “pietà per la vittima” che secondo René Girard caratterizza il cristianesimo e lo rende una cultura unica al mondo. Una necessità, visto che la guerra è necessaria? Per gli antichi, che non erano cristiani, il discorso era un po’ diverso. Ce lo spiega Platone nel primo libro de Le Leggi, dove un cretese, uno spartano e un ateniese discutono (Socrate non c’è). Quando l’ateniese chiede agli altri due quale sia l’origine delle leggi nella loro polis, essi rispondono che le leggi sono ritenute create dagli dei e si propongono di preparare la città alla guerra. L’Ateniese risponde che però, come l’individuo deve vincere se stesso piuttosto che gli altri, così una nazione: il legislatore dovrebbe quindi pensare alla pace, e non alla guerra. Si vedono così due modelli differenti.

Da una parte, c’è chi considera che la guerra sia di fatto (e come dargli torto?) lo stato perenne di tutta la natura, e che tutta l’organizzazione della polis debba quindi essere fatta in questa visione. Dall’altra c’è chi sostiene che la città democratica debba agire escludendo la guerra, dimenticandola.

Sostiene allora Platone che, non potendo dividere la pace e la guerra, e non essendo saggio dimenticare l’esistenza della seconda, compito della politica deve essere quello di educare i cittadini alla pace come alla guerra. Insomma: i cittadini devono essere preparati a conoscere la guerra, fa parte dell’educazione.

Ora: è evidente che le cose sono molto cambiate dai tempi di Platone, e l’idea stessa di guerra che abbiamo noi ha ben poco a che fare con quella degli antichi greci. Basti pensare che oggi non sono i “guerrieri” a morire, ma i civili inermi. Per di più Platone, preso alla lettera, non dimostra nelle sue opere di essere il più liberale dei filosofi politici. Tuttavia: se dovessimo applicare questo schema alla nostra società, si direbbe che noi siamo la polis democratica che dimentica la guerra. Una società complessa, in cui alla violenza fisica si è sostituita una violenza molto più fine. Una società in ultima analisi che relega ogni forma di violenza fisica in una sfera oscura e moralmente condannata. La violenza è barbara, cioè volgare, e straniera/estranea. Ogni forma di violenza, anche quella minima che, forse, sarebbe indice in realtà di una società sana, con le dovute valvole di sfogo. Esistono d’altronde studi antropologici che trovano un legame tra il numero di maschi giovani e la “bellicosità” di una nazione (generazione). Il testosterone come indice sociale.

La questione che intendiamo sollevare è allora quella di una totale impreparazione alla guerra da parte dei civili europei, dei giovani, e l’annullazione della sua stessa presenza dall’orizzonte delle possibilità, secondo un pensiero pacifista che trova radici probabilmente nel 68. Il problema si pone non solo da un punto di vista pratico, cioè tecnico-militare, ma anche culturalmente. Sarebbe a dire, per quanto riguarda il primo punto, che ci sembra lecito chiederci come possa riuscire una generazione che non ha alcuna preparazione data dal servizio militare, a organizzare una Resistenza in uno scenario di guerra – poniamo un colpo di Stato o un’invasione straniera vecchio stile? Non si deve interpretare questo come un appello per il servizio militare obbligatorio. Anzi, a priori ci sembra una grande conquista, così come il reato di tortura, l’abolizione della pena di morte e in generale delle pene corporali. Quel che ci sembra un problema su cui riflettere è il fatto che la violenza (in un senso che pur richiamando al biopouvoir di Foucault sarebbe più esatto ricondurre all’ultimo Pasolini) in quanto tale si esercita, da parte del potere, in un modo diverso. Il che ci rende del tutto impreparati alla violenza fisica, e quindi a uno scenario di guerra. D’altra parte non intendiamo affatto sostenere che la violenza in quanto tale sia sparita dalle nostre società. Anzi, in verità si potrebbe forse diagnosticare un ritorno, almeno, a un modo di pensare violento, guerrafondaio. A tutti i livelli della società, non ultimo, e forse sintomatico, il mondo dei social network. Né ci sogniamo di dire che i paesi europei manchino di forze armate. Anzi! L’occidente è militarmente sempre attivo ovunque, anche solo essendo ben presenti, tra Europa e Usa, nel mercato delle armi, o dietro la maschera di organizzazioni internazionali.

E questo ci porta al secondo punto di vista, più generico. Probabilmente possiamo vedere questa mancanza di violenza come un segno di vecchiaia della popolazione europea, ma più largamente questo ci viene, secondo René Girard, dalla cultura cristiana, l’unica a concepire, come si diceva, pietà per la vittima. Fu Nietzsche a capirlo. Riconducendo questo discorso alla guerra, è evidente come sia per noi sia necessario giustificare la nostra guerra, cioè farne una guerra giusta. Il che, come si diceva è però più fortemente sentito negli Stati Uniti che non in Europa. Perché? Perché la religione, l’idea stessa di dio, mi permetto di dire, in Europa non ha più molto valore. Perché l’Europa, forse troppo impegnata a mettersi in piedi per bene, e avendo superato culturalmente l’idea del colonialismo e della guerra, non pare più interessarsi a un ruolo militarmente protagonista (eccezion fatta probabilmente per la Francia, nostro braccio armato). Così tutti quei valori borghesi e romantici per cui si era pronti a morire, la Patria, Dio, l’Amore ecc, non sembrano più motivi validi per sacrificare la propria vita, né per uccidere. Non è lodevole tanta libertà da qualsiasi dogma?

Non è questa la radice stessa della tolleranza e della solidarietà? E persino della salute mentale, la capacità di riconoscere l’alterità? Ecco allora che i nazionalismi che si stanno risvegliando (nonostante la vittoria di Macron e del rafforzamento dell’asse Parigi-Berlino, che non va certo a favore dei paesi del mediterraneo) assumono questo significato, e l’interrogativo che si pone è quello di sapere perché si verifica un tale ritorno al dogma, alla rigidità, all’idea falsa e pericolosa della nazione etnicamente, religiosamente e geograficamente omogenea, che ha già portato a disastri inenarrabili.

In altri termini: si pone a questo punto il problema dell’Islam, almeno se diamo credito al filosofo tedesco nato al Cairo Hamed Abdel-Samad, che vive sotto scorta in Germania ed è noto per la sua denuncia delle radici totalitarie dell’Islam (parla esplicitamente di fascismo). In breve, secondo Abdel-Samad (ma non solo) il problema dell’Islam nel suo rapporto con l’occidente, oggi, è quello dell’incapacità ad accettare la possibilità di un altro sistema di valori: così, rimarca, i paesi islamici sono pronti a consumare i prodotti dell’industria occidentale, ma non a accogliere il sistema di pensiero (cita l’illuminismo, la tolleranza, i diritti dell’uomo) che li produce. Si può a questo aggiungere una nota molto pertinente che fece Sartori in una famosa intervista a La Stampa, in cui ricordava che il modello della civiltà islamica è il mercato (il suk), e non l’industria. Questo non significa, ovviamente, che le due civiltà siano inconciliabili, dato che, come nota lo stesso Abdel-Samal (che non esita a dire che il Corano è stato scritto dagli uomini) il fenomeno dell’integralismo rimane minoritario nella popolazione islamica.

Però, a questo punto ci accorgiamo che forse c’è una debolezza nelle società occidentali, visto e considerato il fascino che una dottrina, una Verità, offerta da una religione, secondo Abdel-Samad totalitaria (come tutte le religioni secondo altri), esercita sulle seconde e terze generazioni di giovani mussulmani nati in Europa. Esistono forse persone che semplicemente non riescono ad accettare la mancanza di una verità assoluta condivisa da tutti; e questo vale anche per i salviniani che vedono nell’immigrato esclusivamente un nemico. E per tutti coloro che si sentono affascinati, da Grillo a Putin passando anche per Renzi e Berlusconi, dall’uomo che comanda, dal capo che risolve da solo i problemi. Si tratta di essere una società viva, che si riconosce in una serie di valori condivisi nei quali credere, che siano la forza e della tenuta stessa di una civiltà (non a caso, le leggi sono sempre di origine divina). È ben diverso dallo riscoprire una cultura militarista.

Insomma, l’Occidente forse non riesce a fornire dei valori assoluti, delle verità divine per le quali uccidere e morire, e così il bisogno di Sacro, che sempre secondo Girard è bisogno di violenza, trova, per qualche giovane europeo mussulmano, un terreno fertile nell’integralismo, e persino in qualche europeo cristiano convertito. Questo almeno il parere di Abdel-Samal.

Quindi, la debolezza dell’Occidente sarebbe quella del relativismo, acerrimo nemico anche della Chiesa nostrana, e della libertà individuale che presuppone. Stesso discorso è alla base del libro apocalittico, o “anarchico di destra”, secondo la definizione del suo stesso autore, Soumission, di Michel Houellebecq.

Non siamo d’accordo con lo scrittore francese, anzi, questa è per noi semmai la forza dell’Occidente: ma l’intelligenza del suo discorso va riconosciuta, e su un punto soprattutto tutto questo ci spinge a riflettere. Quell’ipocrisia che sembra caratterizzare l’uomo che non vede ragioni per morire e uccidere, pronto ad adattarsi piuttosto che a combattere per valori in cui non crede, che sostanzialmente segue per abitudine – come descritto da Houellebecq – e infine la debolezza di una popolazione civile consumistica e viziata, che ha dimenticato che la guerra esiste, la fame, la sofferenza, la morte violenta. È quindi necessario e giusto, per uno stato democratico in salute, pensare alla pace, ma essere pronto alla guerra? Se non altro perché la democrazia è per definizione sempre in pericolo.

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