La crisi del modello sociale europeo e l’ondata delle destre nazionaliste

di Valentina Palladini

Vento di cambiamento in Europa. Nel giro di pochi mesi si va al voto in Francia, Germania, Olanda. La vittoria di forze apertamente anti-europeiste diventa sempre più prospettiva realizzabile e concreta. La minaccia di uno smantellamento dell’Europa preoccupa Bruxelles, che trova conforto solo nel successo di Rutte alle primarie olandesi, con un messaggio pro Europea che arersta (ma non sconfigge) la minaccia populista. (articolo del 18 Aprile 2017)

 

“La piena populista avanza ma non sfonda in Olanda”. Dopo le presidenziali austriache, che avevano fatto temere l’elezione a Vienna di un capo di Stato del partito xenofobo e anti-Ue, il voto nei Paesi Bassi frena l’ascesa dell’altrettanto xenofobo e anti-Ue Geert Wilders.

Si è udito un forte respiro di sollievo ieri, in Europa, appena comunicati i risultati delle elezioni politiche che si sono tenute due giorni fa. Il Partito liberal-democratico (Vvd) del premier uscente Mark Rutte ha vinto le elezioni olandesi, anche se in calo di consenso. I socialisti, anche qui come in molti paesi europei, crollano, a conferma di una crisi politica e culturale che sembra inarrestabile.

Il Partito liberal-democratico (Vvd) e Democrazia 66 (D66) conquistano rispettivamente 33 e 19 seggi. I leader delle due formazioni politiche vincenti in Olanda, Rutte e Alexander Pechtold (leader di Democrazia) “hanno dimostrato che un positivo messaggio europeista vince”, esulta il leader dei liberali Alde al Parlamento europeo, Guy Verhofstadt.

Bruxelles non può che esultare, ma farebbe bene a non compiacersi troppo: il partito anti-europeista olandese PVV guadagna 20 seggi, quattro in più rispetto alle precedenti elezioni.

Ora, chi scrive ha accolto certamente con sollievo la notizia che a vincere non sia stato il partito di Wilders. Tuttavia, è doveroso rammentare a chi si sta sbrodolando in mezzo continente (una pioggia di #NO NEXIT ha invaso i social in poche ore) che: uno, il PPV è arrivato secondo a queste elezioni; due, il sistema elettorale olandese è praticamente un proporzionale puro. Giudicate voi.

In Francia, Marine Le Pen, resta in testa nelle intenzioni di voto dei francesi al primo turno delle elezioni presidenziali che porteranno all’Eliseo l’undicesimo presidente della V Repubblica (primo turno 23 aprile, secondo turno 7 maggio). I candidati all’Eliseo sono ben 11, ma la sfida reale è tra la bionda Marine e il leader del partito centrista Emmanuel Macron.  Secondo un sondaggio condotto da OpinionWay-Orpi per Les Echos e Radio Classique, la leader del Fn avrebbe il 27% dei consensi, contro il 25% del candidato centrista Emmanuel Macron ed il 19% del candidato della destra François Fillon.

La pasionaria francese, intervistata dall’ex leader UKIP Nigel Farange, ha dichiarato che il suo primo atto da presidente sarebbe quello di indire un referendum come quello britannico, per chiedere ai francesi se hanno intenzione di uscire dall’UE: “grazie per averci mostrato la via per uscire da questa gabbia che è l’Unione europea”, dice Le Pen a Farage. E rincara la dose, asserendo che “Se vincerò, la prima cosa che farò sarà sospendere immediatamente le regole di Schengen: ristabilirò i controlli alle frontiere. Non possiamo continuare a vivere con questa pressione migratoria”. “Non voglio avere una direttiva europea che dà la priorità agli stranieri perché costano meno dei lavoratori nazionali. Questo non ha niente a che vedere con ostilità o razzismo, è solo buon senso”.

Sarà interessante vedere, in particolare, come voterà la comunità arabo-musulmana francese, la più grande d’Europa (parliamo di circa 5 milioni di persone).

I socialisti europei sono in crisi nera: dove ancor esistono, arrancano. Il caso francese è, da questo punto di vista, emblematico. Si tratta di una crisi passeggera, una fase transitoria, qualche cosa di fisiologico, o siamo di fronte alla fine di un ciclo storico?

La crisi economica del 2008 ha sicuramente influito sull’avvio della parabola discendente delle forze riformiste in tutto il continente, che non hanno saputo rispondere agli eventi che ne sono conseguiti: non si sono fatti carico delle problematiche vissute dalle classi sociali che hanno in passato rappresentato e che avrebbero dovuto continuato a rappresentare. All’opposto, in molti paesi sono diventati referenti delle élite e degli interessi delle grandi lobbies finanziare, ed i risultati di queste scelte scellerate sono sotto gli occhi di tutti. Nel 2009, la risposta a tale crisi economica fu, di fatto, dominata da politiche conservatrici e liberali, adepte del culto monetarista e basate su rigore fiscale e centralità del mercato. Una risposta che assomiglia a quella impostata da Hoover e colleghi dopo la crisi del ’29 negli Stati Uniti, con le dovute differenze, soprattutto di carattere istituzionale. Ma siamo lì.

Se il regime finanziario internazionale di allora era caratterizzato dal Gold Standard, quello presente, in Europa, è costituito da Bce, Commissione europea, ed Unione Monetaria.

Le funzioni dei Parlamenti nazionali sono svuotate e depauperate. Prevale la scienza economica sulla democrazia, che deve rispondere a “i mercati ci chiedono”, alla centralità di debito e deficit rispetto alla disoccupazione e alla produzione. Le forze riformiste, laddove hanno potuto dare risposte alla crisi, ne hanno date di molto simili a quelle che avrebbero dato le forze liberali.

E allora gli elettori di sinistra votano qualcos’altro.

Scrive a tal proposito Valerio Castronovo su Il Sole 24 Ore che “una parte consistente della “middle class” ha abbandonato la sinistra riformista per orientarsi verso quella antagonista, quando non si è spostata verso i lidi di un’estrema destra nazional-populista, xenofoba e autoreferenziale ma anche tendenzialmente dirigista e protezionistica, e perciò apparsa alla fin fine più rassicurante”.

E difatti, ecco a voi un breve corollario che fotografa lo stato di salute dei socialisti in Europa.

In Francia il partito socialista è a pezzi; in Germania la SPD è ormai relegata a far da spalla ai centristi nei governi di coalizione; in Italia il Partito Democratico è dilaniato da una profondissima crisi interna, che ha portato ad una spaccatura vera e propria del partito; ancora, in Spagna il PSOE è diviso in due e sta risorgendo Rajoy (ex primo ministro del Partito Popolare); il partito socialista olandese, come abbiamo visto, alle recenti elezioni nazionali ha preso meno del 10% dei consensi. E la lista sarebbe ancora molto lunga, andando dalla Grecia fino alla Svezia.

Le forze riformiste hanno dunque di fronte a loro la più grande ed impegnativa delle sfide: la rinascita.

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