La questione dello stile: poesia e religione nell’epoca post-metafisica

Ritratto di Stéphane Mallarmè di François Nardi.
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La questione dello stile (o della mancanza di stile) che così spesso i modernisti hanno sollevato (si pensi alle ire furibonde di Gadda contro il Kitch architettonico) è tutt’altro che una questione puramente estetica.

In un articolo apparso nel 1925 sulla “Révue de France” Valéry scrive: “ci lamentiamo di non avere uno stile […], Ma come costruire uno stile […] quando l’impazienza, la rapidità di esecuzione, le brusche variazioni della tecnica fanno fretta alle opere?” (Osservazioni sull’intelligenza). E va da sé che per “opere” Valéry intende tutti i possibili manufatti creati dell’uomo (dall’artigianato, all’architettura, alle canzoni). Per lui infatti la perdita del senso poetico non riguarda tanto “un’arte singolare, fondata sul linguaggio”: poesia deve piuttosto essere intesa in “un senso più generale ed esteso”, come un “certo stato, nel contempo ricettivo e produttivo” che “produce finzione”, quella “finzione che è la nostra vita”, perché “noi viviamo continuamente di produzioni di finzioni”.  (Necessità della poesia). E’ dunque contro la degradazione riscontrabile nella produzione di finzioni (di tutti i tipi) che i modernisti reagiscono richiamandosi alla poesia, all’arte.

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“ci lamentiamo di non avere uno stile […], Ma come costruire uno stile […] quando l’impazienza, la rapidità di esecuzione, le brusche variazioni della tecnica fanno fretta alle opere?” (Paul Valéry, Osservazioni sull’intelligenza)

Possiamo capire meglio la portata dei problemi posti da questi scrittori se riconsideriamo in questa prospettiva uno dei loro maggiori maestri, e cioè Mallarmé. in effetti era stato lui a dire che “Oui, […] la Littérature existe et, si l’on veut, seule, à l’exclusion de tout. Accomplissement, du moins, à qui ne va nom mieux donné”. (La Musique et les lettres). [Si, […] la letteratura esiste e, se si vuole, solo lei, ad eccezione di tutto, Compimento per cui per lo meno non va nome migliore].

Sembra la dichiarazione provocatoria di un esteta puro, ma è giusto l’opposto, se si pensa che Mallarmé intendeva la letteratura (o la poesia) come l’unico possibile sostituto laico della religione. Insomma, Mallarmé si rendava conto che le società post-metafisiche, scristianizzate e di massa, avevano pur sempre bisogno di una sfera simbolica capace di tenerle unite, di dare un senso condiviso alle tante e disperse esistenze ed esperienze individuali. Secondo lui l’economia e la politica non bastavano a questo, ci voleva la poesia o la letteratura. La poesia era infatti per Mallarmé eminenentemente finzione, in questo simile alla religione, certo, ma diversamente dalla religione, che si pretendeva vera, essa è finzione che si dà come tale, che non illude, che si fonda sull’immanenza. Perciò essa sta dalla parte dell’emancipazione della foule che potrebbe e dovrebbe (in futuro, utopicamente) rispecchiarsi nei fasti di una Poesia per tutti: “la Littérature […] nous fournira un Théatre dont les représentations seront le vrai Culte moderne; un livre, explication de l’homme suffisante à nos plus beaux reves” (La musique et les lettres). 

Édouard Manet, Ritratto di Stéphane Mallarmé

“La letteratura […] ci fornirà un Teatro di cui le rappresentazioni saranno il vero Culto moderno; un Libro spiegazione dell’uomo all’altezza dei nostri sogni più belli” (Stéphane Mallarmé, Sur le Théatre)

Insomma, solo la Poesie, così intesa, poteva, forse, provvedere a fondare un mito sociale capace di garantire la coesione della Città, essendo che a questo non bastavano i riti politici e civici. Mallarmé in ciò era più che mai consapevole che a proporre nuovi miti sociali, stavano già provvedendo i grandi spettacoli di massa organizzati dal potere politico ed economico, e ad essi guardava con enorme interesse misto a diffidenza. Guardava con interesse per esempio al teatro, al melodramma, alla danza, alla moda, ai grandi concerti popolari, ad altri eventi pubblici come le esposizioni universali o le feste repubblicane. In definitiva però riteneva che quei grandi meetings  fossero organizzati secondo scopi di mobilitazione e manipolazione delle menti, che fossero le feste del denaro, mentre lui avrebbe voluto che le feste future in cui la folla avrebbe festeggiato se stessa fossero grandi eventi di liberazione ed emancipazione.

Tratto da S. Brugnolo, La rivista letteraria come forma di pensiero e azione, in “La rete dei Modernismi Europei”, Morlacchi Editore. pp. 44-45

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