Libertà collettiva e individuale, uno spunto tra Arendt, Malatesta e Leopardi

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Una breve riflessione sul concetto di libertà, tra la crisi della cultura di Hannah Arendt, l’anarchismo di Errico Malatesta, e uno spruzzo di pessimismo cosmico.

Qualche settimana fa a una bancarella di libri usati mi sono trovato tra le mani la traduzione francese di Hannah Arendt, La Crise de la culture. Mi interessa, lo prendo, scorro l’indice, trovo il capitolo “qu’est-ce que la liberté”, e ci vado direttamente senza passare dal via.

 

I filosofi hanno per la prima volta cominciato a mostrare interesse per il problema della libertà quando la libertà non è più stata sperimentata nel fatto di agire e di associarsi agli altri, ma nel volere e nel commercio con se stesso, insomma, quando la libertà fu diventata libero arbitrio

(Hannah Arendt, La crisi della cultura)

 

Questo libro per me è una di quelle letture che si fanno perché hanno a che fare con la propria ricerca accademica, anzi, con quella personale. Arendt spiega che la libertà moderna è diversa da quella degli antichi; anzi, che il concetto stesso di libertà non ha avuto alcun interesse in filosofia prima del cristianesimo. Tanto che noi oggi sovrapponiamo quasi istintivamente la nozione di libero arbitrio con quella di libertà. La modernità opera una distinzione tra libertà e politica, situando la libertà in un rapporto interno, nella solitudine dell’individuo, una lotta della volontà. Gli antichi, viceversa, facevano coincidere assolutamente l’essere liberi con la vita pubblica, con la politica; e per giunta, pur conoscendo bene la nozione di solitudine, non consideravano la possibilità di un “voglio-e-non-voglio”; tutto ciò che è bello è giusto e desiderabile. A questo si aggiunge la necessità. Solo quando ciò che voglio coincide con ciò che posso, ha luogo la libertà. I Greci, scrive Arendt, non avevano mai riconosciuto la volontà come una facoltà distinta.

Così, la distinzione tra politica e libertà, che, scrive Arendt, è il grido del liberalismo: “meno politica, più libertà!”, ha portato a un concetto di libertà individualista. Responsabilizzante, poiché ogni uomo è artefice unico della propria libertà, al punto che possiamo immaginare, un po’ romanzescamente, che un uomo possa rimanere libero pure incatenato in fondo a un pozzo. Ma questa libertà rende pressoché incomprensibile l’assunto secondo cui io non sarò libero finché ci sarà un solo uomo non libero sulla terra. Se la questione è la volontà del singolo, chi non è libero pecca di volontà, ed è anzi disprezzabile come un debole, o si può avere cristianamente pietà di lui.

Arendt trova soluzione a questo evidente errore, suggerendo una libertà slegata dalla volontà, e che sia attributo diretto dell’azione. La libertà suggerita è quindi quella ricondotta, dalla stessa autrice, alla virtù di Machiavelli, che si esercita di fronte alla fortuna, dovuta ai casi della vita (cioè: senza provvidenza, laica). Una nota allora, da verificare: se il merito di Machiavelli è quello di distinguere la politica dalla morale, così questa idea di libertà come esercizio, la distacca da ciò che è “giusto”, o, se vogliamo, virtuoso. Significa in ultima analisi non rigettare del tutto la lezione cristiana, che con Sant’Agostino (col quale nasce il problema della libertà in filosofia secondo Arendt) si pone il problema del male. Insomma, la libertà è anche quella di sbagliare. Non è nel risultato: “libertà è partecipazione”.

Se, dicono i teorici dell’autoritarismo, gli interessi, le tendenze, i desiderii di un individuo sono in opposizione con quelli di un altro individuo o magari di tutta quanta la società, chi avrà il diritto e la forza di obbligare l’uno a rispettare gli interessi dell’altro? […] la libertà di ciascuno, essi dicono, ha per limite la libertà degli altri; ma chi stabilirà questi limiti e chi li farà rispettare? Gli antagonismi naturali degli interessi e delle passioni creano la necessità del governo e giustificano l’autorità […] (Errico Malatesta)

 

La questione mi ha dato molto da riflettere poiché nella mia ridottissima cultura, la nozione di libertà, a cui mai avevo riflettuto in modo filosofico, era occupata dagli scritti di Errico Malatesta. L’ho letto anni fa e non ho il suo testo sottomano, ma due cose mi hanno colpito del suo ragionamento. Il suo discorso sulla solidarietà e sulla competitività come tendenze naturali, e della convenienza economica della prima sulla seconda. E il fatto che rifiutasse la distinzione tra libertà individuale e collettiva.

Il primo punto mi trova tanto d’accordo da sembrarmi lampante. In ogni organizzazione sociale, non solo umana, esistono due soluzioni di convivenza, la competizione per il potere, o la solidarietà. La natura stessa ci mostra che la solidarietà, cioè la divisione delle risorse, dei diritti e del potere, è di gran lunga la forma di associazione che funziona meglio per il benessere generale. Nell’uomo esistono entrambe le tendenze, ma secondo Malatesta, se non ricordo male, la solidarietà è più spiccata (l’animale sociale), il che è forse da dimostrare oggi. È lo stesso sistema di produzione capitalista, sottolinea Malatesta, che pur essendo fondato sulla competitività, sfrutta l’associazione e l’accordo. E quando due corporazioni, o multinazionali, si accordano secondo modalità convenienti per entrambe, che si hanno i maggiori profitti e benefici.

Questo cosa significa? Se non capisco male, significa avanzare l’idea che coltivando ognuno la propria solidarietà rispetto agli altri, e dico in un senso non strettamente economico, coltiviamo di fatto la libertà nostra e di tutti. La libertà di non aver bisogno. E così arriva il secondo punto, un po’ più filosofico: Malatesta contesta, niente di meno, l’idea che la libertà dell’uno finisca dove comincia la libertà dell’altro. Propone così un concetto di libertà, per come l’ho capito io, “esterno” all’umanità. Ricordo che scrissi in margine al libro: “una libertà averroistica!”. Si tratta della mia interpretazione, ma credo abbastanza giustificata.

Insomma, Malatesta parla di una libertà che non è il libero arbitrio, ma che si riconduce, almeno in apparenza, all’idea greca di una libertà politica. Ancora di più: non riconosce la libertà come frutto di una volontà (non vede nemmeno la libertà individuale), ma come il massimo sviluppo possibile delle potenzialità della persona e della società, a partire dal sostentamento materiale. Anzi, per lui la volontà sta nella cooperazione: riconoscendo l’istinto ‘politico’ dell’uomo, immagina una società senza Stato dove tutto cooperano “volontariamente” al benessere di tutti.

Leggendo Arendt, le posizioni di Malatesta prendevano una prospettiva diversa. Ne colsi tutta la portata rivoluzionaria, per la facilità e l’esattezza con cui sembrava andare oltre a secoli di filosofia e religione, per andare a riprendere un’idea di libertà che si può definire rivoluzionaria. Poiché a bene vedere, non coincide nemmeno con quella – mai concettualizzata come problema filosofico – che Arendt riconosce negli antichi.

Anche Malatesta, che pur non mi pare lo dica esplicitamente, vede dunque la libertà come libertà di azione. Esistono per lui tre modi utilizzati dal potere per togliere la libertà agli uomini: il potere politico, che leva diritti e imprigiona, il potere economico, che tiene in uno stato di necessità, e il potere religioso o universitario, che agisce sull’intelligenza e i sentimenti. L’umanità può liberarsi dello Stato solamente tutta insieme, cooperando volontariamente. Mettendo la volontà di ogni individuo al servizio di una volontà collettiva, che si mette in ultima analisi al servizio dell’istinto di conservazione propria, e della specie.

Ora: tutto questo è molto bello, ma un pochino filosofico. Anche ironico: un discorso astratto su un concetto astratto ci dice che la libertà non è astratta, non è pensiero: è azione. Ma qui Malatesta compie un atto significativo, se compreso in questo senso. Arrivato il momento di descrivere nei fatti come sarebbe questa società anarchica, senza Stato – senza un potere che si eserciti brutalmente – si ferma. Non può dirlo: la cosa si farà, e facendola si saprà come farla. Non può suggerire – come per esempio il marxismo-leninismo – soluzioni valide generalmente in qualunque tempo e luogo. L’anarchia, come l’amore, si fa, non si dice.

E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

(Leopardi, La Ginestra)

A questo punto manca però un elemento. Quello psicologico. Poiché sia Malatesta che Arendt ne fanno un discorso fondamentalmente di filosofia economica o sociale il primo (critica l’antagonismo naturale delle passioni come quello degli interessi, in favore della cooperazione naturale, ma si applica solo ai secondi), e politico-filosofico la seconda.

Resta allora un problema di natura per così dire freudiana. Per esempio, il fatto che alcuni uomini possano desiderare il male degli altri e di se stessi, esercitando la loro libertà di azione per il male, contro gli interessi e il bene della società e persino di se stesso (che poi è uguale secondo Malatesta).

Questo va contro la teoria naturalista dell’istinto di sopravvivenza di Malatesta; mentre Arendt, da nessuna parte sembra considerare che la libertà sia anche una categoria morale, che tende al bene e al giusto (in questo, mi pare, il richiamo a Machiavelli assume tutto il suo spessore). Insomma: la pulsione di morte. L’irrazionale che rende impossibile eliminare il male – la violenza e la volontà di potere – dalla società umana. Entriamo in un campo però molto meno netto e difficile. Per questo, l’unica soluzione che personalmente posso trovare mi viene da un filosofo-poeta: Leopardi. Il pensiero politico di Leopardi.

Infatti, se a questa idea di libertà come azione (e come collettiva) aggiungiamo una buona dose di pessimismo cosmico e di disperazione, troviamo a mio modo di vedere un buon sistema utopistico. L’idea è semplice, basta leggersi la Ginestra. Avere coscienza del nostro vivere nella, anzi, al di sotto, della natura, che ci rende assolutamente irrisori come presenza nell’universo e temporanei come specie sulla terra; e ancora: levare l’idea ingombrante di un Dio e, soprattutto, di un paradiso, anzi della possibilità stessa di felicità e di piacere nella vita, insomma, eliminare scientificamente ogni speranza ci porta per onestà intellettuale a riconoscere negli altri il nostro stesso dolore immenso della vita, della necessità e del bisogno, e riconoscere addirittura nell’umanità il paradosso cocente dell’avere un istinto di sopravvivenza. E questo dovrebbe suscitare, a questo punto si capisce quanto l’umanità sia una razza dannata, dei moti di solidarietà. Non varrebbe più il “si salvi chi può”, se nessuno può salvarsi. Ecco perché, dico sempre a chi mi ascolta, Lennon canta “imagine there’s no Heaven”. Provate a eliminare il paradiso, non l’inferno, per fare quell’atto di rinuncia necessario alla libertà.

Mi fermo. Questo è il succo di un pensierino che ho avuto, interrogandomi durante gli ozi delle vacanze di pasqua, sulla nozione di libertà.

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