Storie senza storia. La deriva del narrare attraverso i social network

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Rubrica: Social o son desto?

Di Marco Meloni

Prima esisteva solo Snapchat. Poi sono arrivati Instagram, Facebook e WhatsApp con le loro storie. Possiamo dire a tutto il mondo, sempre, cosa facciamo ma siamo sicuri di avere abbastanza contenuti da raccontare? E se fossero, alla fine, solo delle storie senza storia?

Una volta, a lezione, chiesi ai miei studenti il motivo di tanto clamore nei confronti di Snapchat. Intendiamoci bene: non sono una cariatide che sorregge il Partenone ma non capivo perché dei brevi video fossero così innovativi e centrali nella vita di un ventenne di oggi. Le risposte furono tante, non troppo precise, tutte entusiastiche: soprattutto, si concentravano sul fatto di poter raccontare loro stessi, e di farlo anche tramite filtri divertenti e vignettature. Ho provato a usare Snapchat per un poco, e mi sono anche divertito a mandare foto di me a forma di mirtillo a qualche amico. Ma non ne ho mai condiviso i meccanismi pienamente, come accaduto invece per Instagram, o Facebook.

È passato meno di un anno, eppure il panorama dei social è mutato in maniera significativa. Alle storie di Snapchat, si sono affiancate, in ordine cronologico, prima quelle di Instagram, poi quelle di Facebook e infine, da poche settimane, quelle di WhatsApp, la famosa applicazione di messaggistica.

Quello che però, parallelamente, non è avvenuto, è un’educazione alle nuove potenzialità del mezzo, o meglio dei mezzi, che rischia di creare nocive distorsioni e situazioni d’imbarazzo personale. Farò degli esempi realmente accaduti.

Un mio amico da anni infesta i social di sue immagini appena sveglio, in mutande, davanti allo specchio. L’ha fatto su Instagram, e bene o male sapeva chi lo vedeva, ma ha iniziato a farlo anche su Facebook e WhatsApp. Al suo capo queste foto non sono piaciute molto. E ora ha una nota di demerito. Si era dimenticato che anche la famiglia, o i contatti di lavoro, erano connessi a lui tramite queste applicazioni. A meno di non avere due telefoni diversi per amici e il resto del mondo, o di passare ore a impostare la privacy perfetta per il vostro video, probabilmente il vostro aggiornamento di status con foto di WhatsApp finirà davanti a ex fidanzati, colleghi invidiosi, idraulici, amministratori di condominio e vicini di casa. Senza contare, come dicevamo prima, madri e nonne tecnologizzate. Fate attenzione.

Una mia studentessa ha voluto condividere la sua giornata di shopping e pranzo al giapponese con tutti i suoi amici di Facebook; peccato che fra loro ci fossi anch’io, che facevo lezione alla sua classe mentre lei giustificava l’assenza per gravi motivi familiari. Anche qui, avrebbe dovuto limitare la visione a solo alcuni contatti. Ma sai che fatica rispetto all’esigenza di postare e di farsi vedere?

Mi si dirà che le storie non sono più nocive di un già precedente cattivo utilizzo del mezzo. Sì e no. Ovviamente, lo sbaglio avveniva già ai tempi della sola email, quindi non tutto dipende dalla novità ma piuttosto da un uso frenetico, frettoloso e poco attento degli strumenti tecnologici a disposizione. Però è anche vero che se uno scrive qualcosa in una chat di Whatsapp, sa bene chi ne è il destinatario, mentre se pubblica un’immagine nelle storie, non ricorda, forse, tutti coloro che lo potrebbero visualizzare. Il problema della comunicazione a ricevente ignoto, come la potremmo definire, è effettivamente affascinante ma ricca d’insidie.

Io ho fatto un gioco, e vi invito a fare la stessa cosa: mettete una foto semplice con una scritta diplomatica e verificate quanti, e chi, in 24 ore, osservano la cosa. Scoprirete così a quante persone siete ancora collegati e quanti s’interessano delle vostre vicende. O, altrimenti, non postate nulla se non con le persone che volete davvero raggiungere.

Non voglio però trasformare questo spazio in una bacheca di fallimenti epici, di tradimenti annunciati tramite messaggi sbagliati o foto compromettenti inserite per sbaglio nelle slide di una lezione sull’industria culturale.

Più interessante è riflettere, a mio avviso, sull’aumento esponenziale di spazi per rendere visibile il sé e le proprie narrazioni, anche quando queste, in realtà, non ci sono proprio. Detto in maniera più semplice: abbiamo mille spazi per raccontare le cose interessanti della nostra vita, ma la nostra esistenza potrebbe anche esserne priva. Esistono delle storie senza storia? Delle forme, prive di contenuto, che prendono forza narrativa solo ed esclusivamente dal divenire prodotto?

Siete in vacanza a Maui. Spiagge mozzafiato, animali esotici, conchiglie, abbronzatura perfetta. Viene naturale, a chi ha un profilo social attivo, mandare molte foto, video, storie. In qualche modo, c’è un evento da narrare, una differenza rispetto al solito. Poi però tornate alla vostra vita monotona fatta di caffè Nespresso, tute di ciniglia e pranzi precotti da microonde. Che fate? Smettete di pubblicare? O trovate delle chiavi per rendere appetibile anche il maccherone al formaggio congelato?

Ho aperto Facebook questa mattina e ho trovato ben quindici storie. Di queste, sei sono di persone in macchina, quattro in palestra, tre di tavoli con la colazione e solo due sono ad eventi interessanti. Nessuna è parlata, non vi sono comunicazioni. Solamente istantanee di vita, o proto-vita se vogliamo definirla così. Non va meglio sugli altri social.

Il bisogno di comunicare, di non finire nell’oblio dell’unfollow, genera sempre più un contenuto che non è propriamente tale: non ha una storia, uno sviluppo narrativo, un messaggio. Esiste perché tramite esso affermiamo la nostra esistenza, solo quello.

Si può però arrivare anche al paradosso, all’allontanamento del pubblico. Se nulla di ciò che scriviamo, diciamo, inviamo è veramente interessante, una persona potrebbe non gradire l’invasione del suo spazio personale, scegliendo di allontanarsi.

Ecco quindi che, come per i ricci di Schopenhauer, anche nella scelta di essere attivi e presenti nei social si deve trovare una giusta misura fra forma e contenuto, espressione ed espresso, storie e storia. Pubblicando quando qualcosa è realmente appetibile, corretto, non dannoso e non semplicemente frutto del desiderio incontrollato di esprimere la propria presenza.

Come quando leggevamo le favole prima di addormentarci, scegliamo solo quelle in cui la principessa e il principe possono vivere felici e contenti, non quelle in cui fotografano la loro cena e mettono l’hashtag #ciaopovery accanto al loro shopping da Zara.

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