Close-Up – Parola di Dio, recensione film

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CLOSE-UP

Parola di Dio

Di Valentina Zaccagnini

Scritto da Marius von Mayenburg, regia di Kirill Serebrennikov, con Viktoriya Isakova e Pyotr Skvortsov, Yuliya Aug. Titolo originale: Ученик. Produzione: Hype film, Russia, 2016, 118 Min.

Venyamin è un liceale che ha compiuto una scelta radicale: quella di dedicare la sua vita a diffondere ed essere testimone della Parola di Dio. Una cosa insolita per un adolescente, ma Venya è così profondamente attaccato alle sue convinzioni fondamentaliste da rovinare prima il rapporto con sua madre, trattandola poco più di una sguattera che ha osato divorziare da suo marito. Poi a scuola interrompe la lezione di nuoto per lanciarsi in un sermone contro l’impudicizia delle giovani donne presenti che indossano solo dei bikini. Comincia così il suo testardissimo percorso da vero discepolo di Cristo.

Per protestare contro la teoria dell’evoluzionismo, si veste da scimmia durante la lezione di biologia colpevole di insabbiare la vera creazione del mondo per opera di Dio. Poi costruisce un gigantesco crocefisso da appendere in aula in modo che tutti possano rendere conto al Signore in ogni momento. Non si lava per giorni. Con la bibbia in mano, vaga per la scuola e lancia anatemi contro la lussuria delle donne, contro gli ebrei deicidi, contro i comportamenti deviati degli omosessuali, esaltando la necessità di accogliere Cristo nella propria vita come esempio e unica salvezza dalle fiamme dell’Inferno.

Raccatta da un cassonetto Grisha, un disabile bullizzato dai compagni, e ne fa il suo devoto (ma per ben altri motivi) discepolo, intercedendo con l’Altissimo affinché compia il miracolo e lo guarisca dalla malattia. Tutti questi comportamenti estremi creano ingerenza nella vita di quelli che lo circondano col – nemmeno troppo tacito – supporto della preside che bolla questi atteggiamenti come “ragazzate che non fanno male a nessuno”. A opporsi a questo condizionamento giornaliero è la prof di biologia, Elena, l’unica ad accorgersi della pericolosità e delle storture nascoste dietro i comportamenti di Venya che, ai suoi occhi, sembra proprio essere un fondamentalista religioso cristiano.

Quando l’ultimo film di Kirill Serebrennikov è uscito nelle sale di Londra ho gongolato molto. Io ho una predisposizione per le tragedie che parlano di differenze culturali, soprattutto se hanno un impianto volutamente teatrale. Dev’essere la mia vocazione da regina del dramma. Non mi stupisce affatto, quindi, che sia stato molto acclamato lo scorso anno al Festival di Cannes perché il tema è pruriginoso e politicamente molto interessante. “The Student” è la trasposizione cinematografica di uno spettacolo del drammaturgo tedesco Marius Von Mayenburg (“Märtyrer”, del 2012) in cui viene palesato con estrema chiarezza  e limpidezza l’evidente pericolo celato in una distorsione estrema delle religioni monoteiste, ma che nel film viene declinato e usato come metafora per descrivere molto bene la situazione in cui sta versando momentaneamente la Russia dal punto di vista culturale.

Due i quesiti fondamentali che Serebrennikov vuole porre:

“Cosa riempie il vuoto d’una nazione che ha vissuto la caduta di un impero e lo svanire di quella ideologia per cui così duramente aveva lottato e che in essa s’era prostrata dinanzi al mondo?”

E ancora: “Cosa succede quando, in quello stesso ambiente rimasto chiuso per decenni e ora orfano di qualsiasi convinzione, cominciano a germogliare concetti e prese di posizioni estreme che piano piano sfociano nell’autoritarismo religioso?”

Nel film la risposta è chiaramente da identificare nel rapporto che intercorre fra il fondamentalismo misogino di Venya e le sue istituzioni scolastiche che – nemmeno troppo velatamente – lo supportano. Non solo la Scuola si trova ad essere inadeguata dal punto di vista dei contenuti culturali dopo il collasso dell’Unione Sovietica non facendosi garante quindi del riempimento del suddetto vuoto ideologico; ma, trovandosi di fronte alle assurde rivendicazioni del ragazzo, minimizzano la sua arroganza esagitata fino a giustificarla (“In fondo un crocefisso in classe non ha mai fatto male a nessuno.”). E si sa come vanno queste cose: si lascia un piccolo spazio di anarchia psicologica in un gruppo che invece ha bisogno di regole e, in un attimo subentra il caos assoluto.

La moderna Madre Russia è dunque così accondiscendente verso il ritorno a un accentramento culturale della religione? Sembrerebbe di sì e Serebrennikov (assieme ad un nutrito gruppo di persone cui sta a cuore la libertà di espressione) ne è molto, molto preoccupato.

Nel 2013 Putin ha approvato una legge imponendo l’istruzione obbligatoria religiosa in tutte le scuole statali e permettendo certamente una scelta “ampia” tra sei diverse discipline, ma ponendo in modo indiscutibile il cristianesimo ortodosso come ideologia dominante. Mossa politica eticamente discutibile perché abbastanza in contrasto con il concetto di separazione fra Stato e Chiesa, ma in grado di fornire una visione chiara su quanto la Russia abbia preso formalmente la distanza dall’ateismo forzato del regime comunista per avere l’appoggio incondizionato della potentissima Chiesa Ortodossa.

In “The Student” questo pericoloso capovolgimento è la tematica centrale e tutto, nel film, (rapporti umani, istituzioni, sessualità) sembra ancora essere in una fase di transizione in cui tutto è in gioco ed è forse per questo motivo – ed è pur significativo – che l’azione si svolge in Kaliningrad, un’exclave russa “intrappolata” tra diverse identità geografiche e politiche.

L’imprinting della narrazione è chiaramente e apertamente teatrale, e i personaggi si muovono in esso con quell’enfasi allucinata ed inequivocabile che non lascia spazio all’immaginazione e che provoca un vago senso di claustrofobia che ben definisce la condizione di chi quella realtà la sta vivendo. È proprio tutto come sembra: una tragedia culturale ma anche personale con un profondo senso di frustrazione vagante e l’unica cosa che resta volutamente inesplicabile e censurata è una malcelata e peccaminosa tensione sessuale fra le varie parti.

Persino quando Venya predica la Bibbia e si lancia nei suoi sermoni, il regista sceglie di mettere in grassetto quanto citato, così da rendere trasparente il fatto che lo sguardo non è assolutamente solo giudicante ma anche documentaristico.

Attenzione però: il film non è assolutamente intenzionato a porre l’ateismo compulsivo come soluzione di sorta agli estremismi religiosi. Lasciando in disparte il noioso didascalismo, tutto si snoda dai comportamenti – decisamente archetipici – dei protagonisti. Elena e Venya, (interpretati magistralmente da Viktoriya Isakova e Pyotr Skvortsov, al loro massimo livello) per ragioni e storie differenti, sono come due robot completamente assorbiti dalle loro convinzioni che ne annullano l’umanità e la capacità di empatia. Lo scopo del regista russo è certamente quello di fare un ritratto della società russa a partire dalla capacità del suo popolo di porsi nella vita e nelle relazioni. Venya è accecato dalle sue convinzioni e non si fa scrupolo a progettare cose orribili in nome di Dio, ma Elena si fa trascinare via anch’essa da questo vortice psicotico arrivando a spendersi completamente per la Bibbia, solo per ribattere alle provocazioni dell’adolescente; e memorabile in questi termini è la battuta dell’ex fidanzato intento a piantarla: “Sei come un medico che sniffa coca per provare com’è, stai diventando una tossica religiosa anche tu”. I personaggi sono disumanizzati dai loro stessi estremismi. Venya è un pazzo, ma Elena è una donna che rinuncia all’affetto per puro orgoglio intellettuale. Venya vuole essere un martire cristiano e arriva a mentire ed infangare pur di illudere se stesso e gli altri che sia così, anche se (nel bellissimo finale) chi viene inchiodata – metaforicamente ma anche letteralmente – alla croce è Elena stessa che viene cacciata dalla scuola come i mercanti dal tempio, con lei che non vuole mollare e grida la sua dignità proprio come stanno facendo da anni tutti gli attivisti per i diritti civili in un paese che si apre al mondo solo a metà.

Con la stessa tematica ma infinitamente più visionario e impattante del bellissimo “Leviathan” di Andrej Zvjagincev nella messa in scena, il film di Serebrennikov si distingue anche per la coerenza massima nella scelta di restare indipendenti dal meccanismo dei fondi governativi (la produzione è della Hype Film) e questo dimostra la volontà di rimanere – soprattutto dal punto di vista creativo e dell’onestà intellettuale – liberi di poter parlare del proprio Paese senza nessun ammiccamento o indulgenza e usando la metafora del fondamentalismo cristiano per parlare dell’annoso problema dell’asse di ferro fra politica e chiesa ortodossa, che sta lentamente strangolando la cultura russa, quel paese che in cui lo Zar, dal 1918, ha solo cambiato molte volte nome.

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